VIVERE DA CRISTIANI

Testimonianza di padre Giovanni DUTTO, Missionario della Consolata

 

          Ero l’unico cristiano a Moyale, nel cuore del deserto di Marsabit. Non ho sofferto di solitudine, ma mi chiedevo fino a quando e con chi avrei potuto condividere il Vangelo.

 

Uno dei giovani, che mi aiutavano a costruire una scuola, mi sembrava lavorato dallo Spirito: qualcosa di pulito ispiravano i suoi occhi.

 

Infatti, dopo pochi giorni, mi ha fermato dopo il lavoro e ha fatto domande sulla mia religione. Lì erano tutti analfabeti e pagani: sapevano della scuola da iniziare e intuivano che ero tra loro per un messaggio più grande.

Gli ho fatto vedere la Bibbia. Ci siamo seduti nella sabbia e ho risposto così: “Leggiamo insieme questa pagina. Dio ha detto: Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Matteo 18, 19-20).

Gababo aveva gli occhi sbarrati nel vedermi leggere un libro. Eravamo commossi e senza parole nostre. Poi ho ripreso: “Non ti sembra meraviglioso che, se tu e io siamo uniti nel suo nome, Dio è qui in mezzo a te e a me? In questo deserto… tra la nostra gente…”.

 

Gli occhi parlanti di Gababo sprizzavano luce e gioia; ma non disse nulla. Ci salutammo. Io restai con un certo imbarazzo interiore: non avevo osato troppo? Gli avevo detto ‘Dio’: perché tutti gli amici borana sanno di un dio. Non gli ho detto ‘Gesù’: non aveva mai sentito questo nomeSono passati alcuni giorni. Gababo era sempre più luminoso, laborioso e raccolto: avrei detto che ‘camminava in punta di piedi’. Una sera, non se ne andò con i compagni di lavoro. Io ero entrato nella ‘baracca della preghiera’ e mi sentii chiamare: “Padre, ho dentro le parole del Libro che abbiamo letto. Ora voglio solo più che ‘Dio sia in mezzo a noi’. Penso che, se lo vogliamo in mezzo a noi, dobbiamo stare insieme il più possibile. Hai visto che da qualche giorno, io cerco di stare qui anche oltre il tempo del lavoro. Domenica sono rimasto tutto il giorno. E, quando sono a casa, mamma ha notato che sono diverso. Persino durante la notte penso a te. È troppo bello che Dio sia qui, nel nostro villaggio, nel nostro deserto…”.   Non ho detto niente: ero solo cosciente che lo Spirito coltivava la Parola in profondità.

 

Passò un po’ di tempo e Gababo, una sera, mi fermò e mi disse: “Padre, penso che, se vogliamo Dio in mezzo a noi, dobbiamo pregare insieme. Noi non abbiamo né riti, né preghiere ma tu hai la ‘baracca della preghiera’. Mi piace andarvi quando ci sei tu. Vorrei starci sempre”. Avevo visto che al mattino presto era là, e si fermava alla sera fino quasi al buio. Durante il giorno ho dovuto diradare le mie visite al Santissimo Sacramento. Me lo sarei trovato con me! Di notte mi piaceva dire il Rosario passeggiando sotto le stelle e presto me lo sono visto accanto.

 

Un altro giorno venne a dirmi: “Padre, penso che, se Dio è in mezzo a noi, dobbiamo volerci bene!” Mi chiedevo che cosa volesse dire. L’ho compreso dai fatti. Il suo saluto al mattino era diventato un grido di gioia. Lavorava con più dedizione. Quando passavo a sorvegliare il lavoro, il saluto e lo sguardo dicevano ‘il volerci bene’. Una domenica mi ha portato la più bella papaia colta sull’unico albero davanti alla loro capanna. Dopo un viaggio di qualche giorno per provviste (a 600 chilometri) mi ha detto: “Non assentarti più. È come se mancasse il sole”. La dolcezza con cui parlava con me divenne il modo di trattare tutti.

L’atmosfera della missione era impregnata di un clima traboccante pace e fervore. Non avrei più osato alzare la voce con operai o scolari che nei loro primi passi mettevano alla prova la pazienza. Non mi veniva più di lamentarmi per il caldo, le zanzare, il cibo…

 

Gababo venne a darmi l’ultima lezione: “Padre, ‘Dio in mezzo a noi’ vuol dire questo: Tu e io non possiamo più fare nulla di male contro Dio. Noi dobbiamo fare tutto come a Lui fa piacere”.

Aveva il dito puntato verso di me e il volto pieno di fermezza e di bontà. Che cosa sapesse di male e di volontà di Dio, non lo so.

Era però evidente che io ero un missionario ridondante. Lo Spirito santo fa capire lui stesso la Parola, la fa ricordare e dà la fortezza per viverla.

 

La missione di Moyale era eretta e consacrata prima che il ‘primo’ battesimo fosse amministrato!

 



 
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