2021, Martedì, 20 Aprile
Cronaca Bianca


84 anni del Papa

Kasper: Francesco profeta di misericordia per il mondo ... trova resistenze perché è sui passi di Gesù. Il fatto che sia stato il primo Papa ad aver scelto il nome di Francesco lo collega a Francesco d´Assisi ...

 17 dicembre - Gli auguri a papa Francesco che compie 84 anni

 

Come in passato, il Pontefice vivrà la giornata odierna come se fosse un giorno qualunque. Mattarella: "La tua Chiesa attenta ai fragili"

 

Oggi il Papa compie 84 anni. Jorge Mario Bergoglio è nato infatti a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi. Suo padre Mario è impiegato nelle ferrovie, la madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell’educazione dei cinque figli. Ordinato sacerdote il 13 dicembre 1969 per sei anni è provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Prima vescovo ausiliare di Buenos Aires e poi arcivescovo coadiutore, il 28 febbraio 1998 alla morte del cardinale Quarracino gli succede alla guida della diocesi.

 

Creato cardinale nel 2001, viene eletto Papa il 13 marzo 2013. Come in passato Francesco vivrà la giornata odierna come se fosse un giorno come gli altri. Per noi invece il suo compleanno diventa occasione per dirgli una volta di più grazie e per accompagnarlo con la preghiera nel difficilissimo compito che il Signore gli ha affidato. Tanti auguri santità, da Avvenire e da ciascuno dei nostri lettori.

 

Tante le personalità che gli hanno voluto fare gli auguri. Fra queste il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che su Twitter ha scritto: "Auguri, Papa Francesco. Seguiamo con il massimo rispetto il tuo impegno per una Chiesa di 'prossimità', sempre costantemente attenta ai bisogni dei più poveri, dei più fragili, dei più piccoli".

 

Al Papa ha scritto anche il presidente Sergio Mattarella: "Durate questo terribile anno di pandemia Francesco non ha fatto mancare a tutti gli italiani vicinanza partecipe e solidale". E ancora: "Persone di fedi diverse nei momenti della prova e della solitudine hanno potuto costantemente avvertire il sostegno e l'incoraggiamento del Papa. I cattolici, in particolare, hanno trovato consolazione e speranza nella salda certezza della Sua generosa preghiera".

 

 

Rai.TV - TG1 - Il Papa della misericordia, 5 anni con Francesco

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Kasper: Francesco profeta di misericordia per il mondo
 
                                                                     
 È dedicato al quinto anniversario del pontificato di papa Francesco, lo studio del mese proposto sul nuovo numero della rivista Il Regno. A firmarlo è il cardinale Walter Kasper, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, uno dei più stretti collaboratori del Pontefice. Significativamente è intitolato «Vi annuncio un tempo» e va al cuore del magistero di Francesco, a partire da una delle sue parole chiavi: misericordia. A seguire, in anteprima, un ampio estratto della riflessione del porporato tedesco.


Avvicinandosi al quinto anniversario del pontificato di papa Francesco ci si chiede: qual è il messaggio centrale di questo pontificato, tanto ricco di gesti e di parole sorprendenti? Lo stesso Papa ha risposto in questi termini alla domanda di un giornalista, il 28 luglio 2013, sul volo da Rio a Roma: «Credo che questo sia il tempo della misericordia». Ha così menzionato una – se non la – parola base del programma pastorale del suo pontificato, e al tempo stesso ha fatto una diagnosi significativa del nostro tempo.
 

Ci troviamo in un periodo di transizione complesso o, come ha detto di recente, non si tratta solo di un’epoca di transizione e di rapidi cambiamenti in tutte le sfere della vita, ma di un «cambiamento d’epoca» (Veritatis gaudium, n. 3; Regno-doc. 5,2018,139), dell’avvento di una nuova era, dal Papa in modo profetico qualificata sorprendentemente come tempo della misericordia. Questa caratterizzazione del messaggio di papa Francesco come profetico, ovviamente, non ne vuole negare una specifica competenza teologica.

 

Il tempo come profezia


Nel linguaggio profetico biblico, che non parla solo con parole ma anche con gesti, per «tempo» non s’intende il tempo cronologico, quello che trascorre attraverso i giorni, le settimane, gli anni, inarrestabile, quello che tutto relativizza, bensì il tempo qualitativamente pieno nel senso del kairos biblico, secondo cui tutto ha il suo momento. C’è un tempo per nascere e morire, un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace (cf. Qo 3,1-8).

 

Da Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II si parla di «segni dei tempi», non intendendo appunto il tempo vuoto, che sfugge, ma quello escatologico del regno di Dio che arriva, sorge, irrompe (cf. Mt 16,3). In questo caso il tempo non è un futuro che incombe, ma un avvento che arriva. La fine del tempo escatologico non è un futuro lontano, alla fine dei tempi, ma è il tempo di Dio qui e ora. Per Dio è il tempo di grazia della venuta e della vicinanza di Dio, per noi è il tempo della decisione, della conversione e della fede. Se perdiamo o sprechiamo il tempo della grazia, allora diventa tempo del giudizio. Il discorso profetico non è una saggia previsione di eventi futuri, ma un annuncio del tempo; dice ciò che qui e ora si sta avvicinando; incoraggia, risveglia, scuote e invita alla conversione.

 

Quando papa Francesco parla di un tempo di misericordia offre una di queste interpretazioni profetiche del nostro tempo. È un messaggio di grazia per il nostro tempo, che a volte sembra così vuoto e irretito nella violenza e nel conflitto, ed è anche uno stimolo ad aprire i nostri cuori al Dio misericordioso e ai fratelli e alle sorelle nel bisogno. Perché questa parola che suona un po’ datata, misericordia, significa letteralmente «avere cuore (cor) per i poveri (miseri)».

 

Era già il messaggio centrale dell’Antico Testamento, e tanto più lo è di Gesù, che Dio è un Dio misericordioso. Gesù si è presentato con la buona notizia che «il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15); ha parlato di un anno di grazia del Signore (cf. Lc 4,19), e ha invitato alla conversione e alla fede per aprire i nostri cuori a Dio e ai poveri nel senso più ampio del termine: i materialmente poveri, i culturalmente e socialmente poveri, e anche quanti sono poveri spiritualmente, come chi è disorientato e interiormente vuoto, chi è oppresso dalla tristezza e dalla desolazione, chi si trascina pesanti sensi di colpa e pesanti fardelli e vive lontano da Dio.

 

Per molti questo messaggio di Gesù è diventato uno scandalo, una pietra su cui hanno inciampato e sono caduti (cf. Lc 4,27-30). Così Gesù è diventato un segno di contraddizione (cf. Lc 2,34). Se quindi papa Francesco proclama oggi il tempo della misericordia e, insieme a molti consensi, incontra obiezioni e resistenze, ciò non depone a suo sfavore, ma mostra che egli è nella sequela di Gesù.

 

A un Papa che rende attuale il messaggio di Gesù non può succedere nulla di diverso. Le obiezioni mostrano che è un vero profeta, il quale non dice come i falsi profeti «pace, pace!», «ma pace non c’è» (Ger 6,14). Si presenta come l’apostolo che «al momento opportuno e non opportuno» (2 Tm 4,2) dice qual è la questione e che cosa ne deriva di decisivo per l’oggi.


 Radicale, cioè alle radici


Nella sua prima lettera apostolica programmatica del 2013, Evangelii gaudium, papa Francesco dice chiaramente che secondo lui tutto dipende dal Vangelo. Rimanda all’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi (1975) di papa Paolo VI, durante il cui pontificato Jorge Mario Bergoglio ha acquisito la formazione teologica, che lo ha segnato in modo profondo, e ha ricevuto, nel 1969, l’ordinazione sacerdotale. Così pure, il fatto che sia stato il primo Papa nella storia ad aver scelto il nome di Francesco lo collega a Francesco d’Assisi, per il quale l’unica preoccupazione era di vivere il Vangelo sine glossa. Francesco è, non nel senso confessionale ma in quello originale della parola, un Papa evangelico, un Papa non liberale ma radicale, cioè un Papa che va alle radici.

 

Vangelo non è per lui un compendio di dottrine o un codice di norme morali, ma – come in Tommaso d’Aquino – è il dono dello Spirito Santo, che si manifesta nella fede, la quale agisce per mezzo dell’amore (cf. Evangelii gaudium, n. 37). Al centro del Vangelo c’è la misericordia. In Gesù Cristo il volto misericordioso del Padre è finalmente diventato per noi visibile, sperimentabile.

 

Nella misericordia Dio, incomprensibile e nascosto, che abita in una luce inaccessibile (cf. 1 Tt 6,16), si rivela a noi come amore auto-comunicante e generoso (cf. 1 Gv 4, 8), e, comunicandosi a noi attraverso lo Spirito Santo, ci è vicino in modo amorevole, aiutando e guarendo, perdonando, consolando, incoraggiando e sostenendo. Martin Lutero in una predicazione ha parlato di Dio come un forno ardente pieno d’amore.

 

Questo messaggio del Vangelo della misericordia di Dio oggi incontra un tempo di brutale e inumana violenza, da cui molte persone sono ferite nel corpo e nell’anima; un’epoca in cui molte vecchie certezze presunte collassano e il futuro si riempie d’incertezza; in cui molti sono pieni di paura e spesso non vedono più alcuna via d’uscita e alcun futuro; un momento in cui il dio denaro domina il mondo sotto forma di un capitalismo egemonico globalizzato, in cui l’amore si raffredda, l’individualismo e l’egoismo trionfano; un tempo d’indifferenza globalizzata per i milioni di persone che sono esclusi dalle benedizioni della civiltà e ne sono diventati in un certo senso lo scarto.

 

Il volto di Dio per molti si è oscurato. La frase di Friedrich Nietzsche «Dio è morto», spesso intesa anche come diagnosi di un’epoca, non significa che Dio non ci sia o non ci sia più, ma che non sembra più emanare da lui alcuna forza vitale. Dio è diventato indifferente ai tanti che vivono come se Dio non ci fosse (...).
 

Un Papa che ama (anche) il tango


Per papa Francesco la valorizzazione della coscienza umana, ogni volta unica nella nostra civilizzazione postmoderna e pluralista, ha conseguenze anche politico-sociali. Già il Concilio Vaticano II, dopo un lungo confronto, nella dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa ha ridefinito il posto e il ruolo della Chiesa nella moderna società pluralistica dopo la fine dell’epoca post-costantiniana. In questa dichiarazione il Concilio, come conseguenza del riconoscimento della dignità della coscienza personale, ha insegnato che le norme morali riguardano e vincolano le persone nella loro coscienza e sono riconosciute attraverso la mediazione della coscienza (cf. Dignitatis humanae, nn. 1, 3).

 

Nel frattempo nell’oltre mezzo secolo che è trascorso dal Concilio il mondo è ulteriormente cambiato in modo impressionante. La globalizzazione, i nuovi media, le migrazioni e, non ultima, la rapida e crescente urbanizzazione hanno reso la convivenza tra diverse religioni, culture e gruppi etnici una realtà quotidiana e una sfida alla pace. In questa situazione è un segno della Provvidenza che con papa Francesco sia salito al trono di Pietro il primo Papa che non proviene dal territorio dell’Impero romano, né dall’Europa e dal mondo occidentale, ma è cresciuto in una megalopoli dell’emisfero australe. Jorge Mario Bergoglio è cresciuto a Buenos Aires, respirando l’atmosfera di questa megalopoli fin da giovane, insieme ai film moderni, al teatro e alla musica.
In città come Buenos Aires, San Paolo, Città del Messico, New York, Tokyo, Manila e Il Cairo i contrasti sono accentuati: tra ricchi (o super ricchi) e poveri, tra i centri con moderni grattacieli d’acciaio e vetro e le misere periferie delle favelas, delle baraccopoli e dei sobborghi. In un’urbanizzazione che avanza rapidamente, il mondo globale sembra diventare sempre più un’unica, grande megalopoli globale.

 

Papa Francesco è consapevole della nuova situazione e delle conseguenze che ha per la pastorale. Sebbene abbia una grande sensibilità verso la pietà popolare, non coltiva una nostalgia dell’idilliaco piccolo villaggio rurale o della piccola città. La sua preoccupazione è la pastorale delle grandi città (cf. Evangelii gaudium, nn. 71-75).
In questo nuovo contesto non vuole una Chiesa che si occupi solo di se stessa e che si celebri in modo autoreferenziale, ma una Chiesa in movimento, una Chiesa in uno stato di missione permanente (cf. Evangelii gaudium, nn. 22-25). Tale pastorale missionaria include oggi più che mai l’incontro con altre culture e religioni e ci costringe a una riflessione approfondita sul dialogo interreligioso e interculturale, che sono importantissimi per la pace nel mondo odierno (cf. Evangelii gaudium, nn. 250-254).
Per papa Francesco la missione e il dialogo non sono la stessa cosa, ma sono intimamente legati. La missione non avviene attraverso il proselitismo, bensì attraverso l’attrazione (cf. Evangelii gaudium n. 14) e il dialogo non è sincretismo, confusione o un reciproco assorbimento, non è banale diplomazia e tattica, ma reciproca conoscenza e smantellamento di pregiudizi e incomprensioni. Ogni dialogo presuppone un terreno comune.

 

Dialogo e annuncio: nel cuore o nel corpo della Chiesa


Qui ancora una volta Francesco fa riferimento a un documento della Commissione teologica internazionale, Il cristianesimo e le religioni (1996), che evidenzia che il punto d’incontro tra le religioni è la coscienza personale di ogni uomo. Secondo il Vangelo di Giovanni il Logos, che nella pienezza dei tempi si fece carne (cf. Gv 1,14), era da sempre la luce degli uomini (cf. Gv 1,4).
Pertanto anche i non cristiani, che ascoltano la loro coscienza e seguono il comandamento fondamentale dell’amore secondo la Regola d’oro, che in una forma o nell’altra si trova in ogni religione, adempiono ciò che la Legge e i Profeti richiedono (cf. Mt 7,12; 22,40). Così anche i non cristiani nella loro coscienza sono guidati dallo Spirito di Dio, che lavora nel mondo anche al di fuori della Chiesa. Anch’essi sono coinvolti nella via di Dio con gli uomini, sono legati al mistero pasquale e possono trovare la salvezza eterna. Non appartengono al corpo visibile della Chiesa, ma al cuore della Chiesa.

 

Tale riflessione dà a papa Francesco un approccio teologico ampio e profondo al problema fondamentale della convivenza e della pace nel nostro mondo globalizzato e urbanizzato, e gli permette di farsi carico di un magistero universale, che lo rende con il suo messaggio profetico di misericordia un operatore di pace (Mt 5,9).

 

Nei suoi viaggi, in particolare in Asia, ha parlato dell’apertura del cuore, che è il requisito d’ogni cultura dell’incontro. Essa è la porta che ci permette d’imboccare il cammino di un dialogo non solo teorico, ma di un dialogo della vita. Questo dialogo è come una scala che raggiunge l’assoluto, in cui ogni passo rende il nostro sguardo più chiaro per capire e apprezzare gli altri.
Infine è un cammino che conduce alla ricerca della bontà, della giustizia e della solidarietà. Si ha l’impressione che in Francesco l’idea di armonia che deriva dalla teologia argentina e dalla cultura del popolo si avvicini molto all’idea di armonia e inclusione della cultura asiatica.

 

Con questo messaggio cattolico inteso in senso originale papa Francesco si è trovato tra due fronti all’interno della Chiesa: per un verso suscita le paure e le resistenze di un conservatorismo fondamentalista, per l’altro la sua visione delude molti riformisti liberali in Occidente. Il suo programma non è liberale, è radicale, va alla radice (radix). Ecco perché Francesco non parla di riforma, ma di conversione della Chiesa intera, dell’episcopato e, cosa da rimarcare per un Papa, del papato (cf. Evangelii gaudium, n. 32).
La traduzione di una visione profetica così radicale nelle forme istituzionali e in elaborazioni teologiche raffinate richiede tempo. Come con ogni profezia molto resta ancora aperto, alcune cose sono accennate solo in modo evocativo.

 

Tuttavia è sbagliato ridurre papa Francesco a un pragmatismo indifferente per la verità. Invece, nella sua più recente costituzione, la Veritatis gaudium uscita il 29 gennaio 2018, papa Francesco parla della gioia della verità, che sempre è molto più ampia di quanto tutti i concetti siano in grado di esprimere. In questo documento recente il Papa richiama l’intera comunità teologica accademica al dovere di chiarire teologicamente e approfondire la visione universale e concreta, e pertanto autenticamente cattolica.
Il desiderio di molte persone, dentro e fuori la Chiesa, per il quinto anniversario del pontificato di papa Francesco è comunque che Dio possa dargli ancora più tempo ed energie per completare la sua missione profetica.

 

Da AVVENIRE del 10 Marzo 2018

 



 

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Messaggio Cristiano

REGINA CAELI Piazza San Pietro, Domenica, 18 aprile 2021

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa terza domenica di Pasqua, ritorniamo a Gerusalemme, nel Cenacolo, come guidati dai due discepoli di Emmaus, i quali avevano ascoltato con grande emozione le parole di Gesù lungo la via e poi lo avevano riconosciuto «nello spezzare il pane» (Lc 24,35). Ora, nel Cenacolo, Cristo risorto si presenta in mezzo al gruppo dei discepoli e li saluta: «Pace a voi!» (v. 36). Ma essi sono spaventati e credono «di vedere un fantasma», così dice il Vangelo (v. 37). Allora Gesù mostra loro le ferite del suo corpo e dice: «Guardate le mie mani e i miei piedi – le piaghe –: sono proprio io! Toccatemi» (v. 39). E per convincerli, chiede del cibo e lo mangia sotto i loro sguardi sbalorditi (cfr vv. 41-42).

 

C’è un particolare qui, in questa descrizione. Dice il Vangelo che gli Apostoli “per la grande gioia ancora non credevano”. Era tale la gioia che avevano che non potevano credere che quella cosa fosse vera. E un secondo particolare: erano stupefatti, stupiti; stupiti perché l’incontro con Dio ti porta sempre allo stupore: va oltre l’entusiasmo, oltre la gioia, è un’altra esperienza. E questi erano gioiosi, ma una gioia che faceva pensare loro: no, questo non può essere vero!… È lo stupore della presenza di Dio. Non dimenticare questo stato d’animo, che è tanto bello.

 

Questa pagina evangelica è caratterizzata da tre verbi molto concreti, che riflettono in un certo senso la nostra vita personale e comunitaria: guardare, toccare e mangiare. Tre azioni che possono dare la gioia di un vero incontro con Gesù vivo.

 

Guardare. “Guardate le mie mani e i miei piedi” – dice Gesù. Guardare non è solo vedere, è di più, comporta anche l’intenzione, la volontà. Per questo è uno dei verbi dell’amore. La mamma e il papà guardano il loro bambino, gli innamorati si guardano a vicenda; il bravo medico guarda il paziente con attenzione… Guardare è un primo passo contro l’indifferenza, contro la tentazione di girare la faccia da un’altra parte, davanti alle difficoltà e alle sofferenze degli altri. Guardare. Io vedo o guardo Gesù?

 

Il secondo verbo è toccare. Invitando i discepoli a toccarlo, per constatare che non è un fantasma – toccatemi! –, Gesù indica a loro e a noi che la relazione con Lui e con i nostri fratelli non può rimanere “a distanza”, non esiste un cristianesimo a distanza, non esiste un cristianesimo soltanto sul piano dello sguardo. L’amore chiede il guardare e chiede anche la vicinanza, chiede il contatto, la condivisione della vita. Il buon samaritano non si è limitato a guardare quell’uomo che ha trovato mezzo morto lungo la strada: si è fermato, si è chinato, gli ha medicato le ferite, lo ha toccato, lo ha caricato sulla sua cavalcatura e l’ha portato alla locanda. E così con Gesù stesso: amarlo significa entrare in una comunione di vita, una comunione con Lui.

 

E veniamo allora al terzo verbo, mangiare, che esprime bene la nostra umanità nella sua più naturale indigenza, cioè il bisogno di nutrirci per vivere. Ma il mangiare, quando lo facciamo insieme, in famiglia o tra amici, diventa pure espressione di amore, espressione di comunione, di festa... Quante volte i Vangeli ci presentano Gesù che vive questa dimensione conviviale! Anche da Risorto, con i suoi discepoli. Al punto che il Convito eucaristico è diventato il segno emblematico della comunità cristiana. Mangiare insieme il corpo di Cristo: questo è il centro della vita cristiana.

 

Fratelli e sorelle, questa pagina evangelica ci dice che Gesù non è un “fantasma”, ma una Persona viva; che Gesù quando si avvicina a noi ci riempie di gioia, al punto di non credere, e ci lascia stupefatti, con quello stupore che soltanto la presenza di Dio dà, perché Gesù è una Persona viva. Essere cristiani non è prima di tutto una dottrina o un ideale morale, è la relazione viva con Lui, con il Signore Risorto: lo guardiamo, lo tocchiamo, ci nutriamo di Lui e, trasformati dal suo Amore, guardiamo, tocchiamo e nutriamo gli altri come fratelli e sorelle. La Vergine Maria ci aiuti a vivere questa esperienza di grazia.

 

Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle!

Ieri, nell’Abbazia di Casamari, sono stati proclamati Beati Simeone Cardon e cinque compagni martiri, monaci cistercensi di quell’Abbazia. Nel 1799, quando soldati francesi in ritirata da Napoli saccheggiarono chiese e monasteri, questi miti discepoli di Cristo resistettero con coraggio eroico, fino alla morte, per difendere l’Eucaristia dalla profanazione. Il loro esempio ci spinga a un maggiore impegno di fedeltà a Dio, capace anche di trasformare la società e di renderla più giusta e fraterna. Un applauso ai nuovi Beati!

 

E questa è una cosa triste. Seguo con viva preoccupazione gli avvenimenti in alcune aree dell’Ucraina orientale, dove negli ultimi mesi si sono moltiplicate le violazioni del cessate-il-fuoco, e osservo con grande inquietudine l’incremento delle attività militari. Per favore, auspico fortemente che si eviti l’aumento delle tensioni e, al contrario, si pongano gesti capaci di promuovere la fiducia reciproca e favorire la riconciliazione e la pace, tanto necessarie a tanto desiderate. Si abbia a cuore anche la grave situazione umanitaria in cui versa quella popolazione, alla quale esprimo la mia vicinanza e per la quale vi invito a pregare. Ave Maria…

 

Oggi si celebra in Italia la Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che da cento anni svolge un prezioso servizio per la formazione delle nuove generazioni. Possa continuare a svolgere la sua missione educativa per aiutare i giovani ad essere protagonisti di un futuro ricco di speranza. Benedico di cuore il personale, i professori e gli studenti dell’Università Cattolica.

 

E ora un cordiale saluto a tutti voi, romani e pellegrini…, brasiliani, polacchi, spagnoli…, e vedo un’altra bandiera lì… Grazie a Dio possiamo ritrovarci di nuovo in questa piazza per l’appuntamento domenicale e festivo. Vi dico una cosa: mi manca la piazza quando devo fare l’Angelus in Biblioteca. Sono contento, grazie a Dio! E grazie a voi per la vostra presenza… Ai ragazzi dell’Immacolata che sono bravi… E a tutti auguro una buona domenica. Per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Papa Francesco 


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