2015, Lunedì, 27 Aprile
   
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Messaggio Cristiano

Il buon Pastore

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Capitolo 10, versetti 11-18)

 

“Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

 

“Io sono il Pastore buono” è il titolo più disarmato e disarmante che Gesù abbia dato a se stesso. Eppure questa immagine non ha nulla di debole o remissivo: è il pastore forte che si erge contro i lupi, che ha il coraggio di non fuggire; il pastore bello nel suo impeto generoso; il pastore vero che si frappone fra la vita e la morte. Il buon pastore, che porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri, evoca anche un senso di tenerezza, ma è quella che Papa Francesco chiama la “combattiva tenerezza” (Evangelii Gaudium, 88). Che cosa ha rivelato Gesù ai piccoli? Non una dottrina, ma il racconto della tenerezza ostinata e mai arresa di Dio. Nel fazzoletto di terra che abitiamo, anche noi siamo chiamati a diventare il racconto della tenerezza di Dio. Della sua combattiva tenerezza. Il gesto che identifica il pastore è ribadito per cinque volte, nel Vangelo di oggi, con queste parole: “Io offro la vita”. Qui affiora il filo d’oro che lega insieme tutta intera l’opera di Dio: il suo lavoro è da sempre e per sempre offrire vita. Che non è innanzitutto morire sulla croce, perché se il Pastore muore le pecore sono abbandonate e il lupo rapisce, uccide, vince. Dare la vita è l’opera generativa di Dio, un Dio inteso al modo delle madri; nel senso della vite che dà linfa ai tralci; del seno di donna che offre vita al piccolo; dell’acqua che dà vita alla steppa arida. Io offro la mia vita significa: Vi offro una energia di nascita dall’alto; offro germi di divinità, perché anche voi siate simili a me (così la seconda lettura). Solo con un supplemento di vita, la sua, potremo battere coloro che amano la morte, i lupi di oggi. Perché anche noi, discepoli che vogliono come lui sperare ed edificare, dare vita e liberare, siamo chiamati ad assumere il ruolo di ‘pastore buono’, cioè forte e bello, combattivo e tenero, del gregge che ci è consegnato: la famiglia, gli amici, quanti contano su di noi e si fidano. ‘Dare la vita’ significa trasmettere a chi ti è vicino le cose che ti fanno vivere, che fanno lieta, generosa e forte la tua vita, bella la tua fede, contagiare con i motivi della tua gioia. Tu sei il nostro Pastore buono e bello. E tu sai che quando diciamo a qualcuno “tu sei bello” è come dirgli “io ti amo”.

 

P. Ermes Ronchi