2020, Giovedì, 13 Agosto
BLOG dell'Ex


Chi vuol diventare grande deve servire

Il BLOG di "BENABE" è aperto a tutti, per aiutare reciprocamente a tendere a quel SOLO che da sempre ci aspetta per "perderci" in Lui.

Ecco una testimonianza che ci ha lasciato Celine Martin, disegni-a-matita-semplici-proposta-muso-cavallo-striscia-bianca ...una delle quattro sorelle di santa Teresa: "Un giorno ero molto scoraggiata e col cuore che mi batteva forte per una lotta che mi sembrava insuperabile. Corsi da suor Teresa dicendo: "Questa volta è impossibile, non posso farcela!". "Ciò mi stupisce"- rispose suor Teresa - "noi siamo troppo piccole per superare le difficoltà; è necessario che vi passiamo al di sotto".

E mi ricordò un episodio della nostra infanzia. Eccolo. Ci trovavamo in casa di vicini ad Alençon. Un cavallo ci sbarrava l'entrata del giardino. Mentre le persone grandi cercavano un'altra entrata, una nostra compagna non trovò niente di più facile che passare sotto il cavallo. Passò per prima e mi tese la mano; la seguii portandomi dietro Teresa e, senza piegare troppo la nostra schiena, passammo dall'altra parte.

E suor Teresa concluse: "Ecco cosa ci si guadagna ad essere piccoli. Per i piccoli non esistono ostacoli, si infilano dappertutto. Le grandi anime possono passare sopra le vicende, aggirare le difficoltà, riuscire, col ragionamento o con la virtù, a mettersi al di sopra di tutto, ma noi che siamo tanto piccole, dobbiamo guardarci bene dal tentare una simile impresa.

Passiamo da sotto! Passare sotto le vicende significa non dare loro troppa importanza nè ragionarci sopra".

 

 

Gli studiosi mi dicono che nella Bibbia l’invito: “Non temere, non temete”, appare 365Fonte Della Spazzola Del Giapponese, Lettere Della Fonte Di ... volte. Siamo a posto, ne abbiamo uno al giorno!

E quando c’è l’anno bisestile, come in questo 2020? C’è la domanda supplementare del vangelo di oggi: “Perché temete?”.
Già, perché temere?
Con questa assicurazione del Signore possiamo stare tranquilli: anche quando dorme Egli c’è, e veglia!
 
 
 
Da quant’anni mi trovo in mezzo ai cactus?, si chiese apa Pafnunzio. Spinosi. Il frutto èPoster Un gigante messicano cardon cactus – Compra poster e quadri ... dolce, ma duri i suoi semi. È da tanto che convivo con i cactus, e soltanto stasera mi sono accorto di quanto sono belli i suoi fiori gialli e arancio.
 
Da quant’anni mi trovo in mezzo alla malva selvatica?, si chiese apa Pafnunzio. Salutare la tisana, ma è peggio della gramigna, rovina i terreni e non la puoi estirpare.
È da tanto che convivo con la malva, e soltanto stasera mi sono accorto di quanto sono belli i suoi fiori viola.
 
Da quant’anni mi trovo in mezzo ai fratelli dell’eremo?, si chiese apa Pafnunzio. Come cactus e gramigna…  È da tanto che convivo con loro, e soltanto stasera mi sono accorto di quanti valori sono ricchi...
 

 S. Rosario

Primo mistero: Lo Spirito Santo scende su Maria a Nazaret
L’angelo disse a Maria: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù… Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio» (Lc 1, 31.35).
Dio entra nella nostra storia, prende la carne da Maria, diventa uomo, si fa uno di noi. È l’unità tra Cielo e terra, l’inizio del cammino dell’umanità e di tutto il creato verso i cieli nuovi e la terra nuova.
Il concepimento di Gesù è l’opera nascosta dello Spirito Santo, lo sposo della Vergine. Egli scende in lei e da quell’istante guida i passi della nostra storia.  
 
Secondo mistero: Gesù sulla croce consegna il suo spirito
«Gesù disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19, 30).
Lo Spirito Santo è la vita di Gesù, fin dal momento del suo concepimento nel grembo di Maria. Il suo morire non è semplicemente dare l’ultimo respiro, ma “consegnare il suo spirito”. Lo consegna a Maria e Giovanni che, ai piedi della croce, sono la presenza di tutta la Chiesa. Sulla croce egli dona la sua vita, il suo “spirito”, preludio dell’effusione dello Spirito Santo.
 
Terzo mistero: Il Risorto soffia lo Spirito sui discepoli nel cenacolo
«La sera di quel giorno, il primo della settimana… venne Gesù, stette in mezzo a disse loro… “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20, 19-22).
Il giorno di Pasqua è il giorno della nuova creazione, della vita nuova, la nascita dell’uomo nuovo. Come Adamo ricevette la vita dal soffio di Dio, così la nuova comunità cristiana riceve la vita nuova dal soffio creatore del Risorto. Con la forza divina dello Spirito Santo la Chiesa potrà portare a compimento la missione di Gesù: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.
 
Quarto mistero: Lo Spirito Santo scende sulla Chiesa a Pentecoste
«Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro di esprimersi…» (Atti, 2, 2-4).
La Chiesa è “colma” di Spirito Santo e lo può riversare a sua volta su tutti. Egli la unifica e la distingue: molte lingue, molti popoli, che si comprendono nel rispetto e nella ricchezza della diversità e insieme nell’armonia dell’unità, fino a creare l’unità di “un cuore solo e un’anima sola”.
 
Quinto mistero: Lo Spirito Santo a Cesarea apre la Chiesa a tutti i popoli
«Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio» (Atti 10, 44-46).
Nella casa di Cornelio, centurio della coorte Italica, a Cesarea Marittima, lo Spirito Santo scende sui “pagani”, così come a Gerusalemme era sceso sugli ebrei. È l’inizio del diffondersi del Vangelo tra tutte le genti, della missione universale della Chiesa. D’ora in poi lo Spirito Santo guiderà la Chiesa “fino ai confine della terra”.
 

 

Sole, soli, solo.  Stamani il pensiero sosta su queste tre parole, suggeritemi tempo fa da una persona saggia e che in determinati momenti emergono e sviluppano in me il desiderio di comunicare quel benessere che imprimono meditandone il senso, certamente non per tutti uguale.

Inoltrandomi nel sentiero espressivo di questi termini, sussulto per il calore che suscitano nel cuore, come un abbraccio sensibile, una carezza di consolazione in un tempo di incertezza.

Splendido sole astro del cielo, senza la cui presenza non ci sarebbe vita, irraggia, illumina, riscalda e nel moto cosmico perpetuo raggiunge ogni piccola parte, seppure in tempi diversi, alternando luce e ombra. Grande mistero è l’universo, come grande è il mistero dell’uomo.

Unici e soli siamo noi esseri umani, ma proprio perché unici siamo figli, nell’unigenito Figlio di Dio Gesù Cristo. Soli nelle cadute, ma insieme per risollevarci.

Soli alla nascita, soli alla morte, ma sempre qualcuno ci attende.

Solo l’eterno vive, solo l’amore salva, solo il cuore contiene.

Tre vocali cambiano, ma una sola voce riunisce l’assoluto.

La solitudine può essere nociva, ma quando è il silenzio a invadere l’essere, un polo negativo incontra un polo positivo, rendendo tangibile quanto è celato nello scrigno dell’anima: il cielo.

 

Dio non ci abbandona nella tempesta, ma spetta a noi lottare contro il virus

 

Papa Francesco e la benedizione Urbi et Orbi: la storia di un uomo ...di Enzo Bianchi

 

… I credenti cristiani conservano nella memoria un’immagine che non a caso ha attirato a sé milioni di telespettatori. Il 27 marzo scorso nell’ora del declino del giorno, quando già faceva buio, sotto una pioggia battente papa Francesco ha attraversato da solo una piazza San Pietro deserta. Lì ha fatto una breve preghiera, dopo che una mesta campana aveva accompagnato i suoi passi spediti, sebbene vacillanti. Poche parole, tra le quali tutti ricordano: «Signore, non lasciarci in balia della tempesta!», insieme alla constatazione: «Ci siamo resi conto di trovarci tutti sulla stessa barca».

 

Le parole del Papa, rivolte verso il crocifisso abitualmente collocato nella chiesa di San Marcello al Corso (ritenuto miracoloso perché «protesse» Roma dalla peste nel XVI secolo), sono apparse un grido disperato; l’invocazione estrema di un Papa che si vuole intercessore per tutti presso Dio, che pone davanti a lui la sofferenza, il dolore e la morte di uomini e donne colpiti dalla pandemia. Vorrei riflettere su tali parole da credente, con un breve pensiero che possa intrigare anche quanti non professano una fede religiosa.

 

Bisogna innanzitutto constatare che in questa situazione di crisi si è registrata una certa effervescenza religiosa: nella tempesta molti sono tornati a invocare Dio, dopo anni nei quali avevano tralasciato, senza rimpianti, atteggiamenti e stili tipici dei credenti. Va confessato con molta pace: «L’uomo nel benessere non comprende», secondo il ritornello del Salmo 49, mentre nella disgrazia si rivolge facilmente a Dio o agli dèi, perché la paura crea gli dèi, come affermavano con intelligenza gli antichi.

 

Anche il Dio dei cristiani per molti è ancora il Dio che «vede, scruta, ispeziona» i comportamenti umani, per sanzionarli, ove necessario, con il castigo. Sono dunque apparsi falsi profeti che si sono arrogati un ministero di condanna, pronti a leggere nel virus un angelo sterminatore inviato da Dio per castigare i peccati tipici del nostro tempo, a loro dire: aborto, omosessualità, divorzio, eutanasia, mancanza di una fede militante. Predicatori evangelicali e preti cattolici hanno scovato profezie che spiegavano così la pandemia.

 

Questa è una perversione dell’immagine di Dio: il Dio vendicatore e castigatore non è il Dio di Gesù Cristo, ma va rifiutato ed escluso dalla vita di fede cristiana. In verità, l’unica cosa che possiamo affermare è che, come in ogni situazione, anche nella pandemia Dio manifesta la sua presenza elusiva: egli è invisibile, impossibilitato a intervenire facendo cessare il virus, così come non poteva mandarlo. Il nostro Dio è onnipotente solo nell’amore, ma non può farci del male. Spetta a noi umani lottare contro il virus e la morte, assumendo responsabilmente la cura degli altri, tra i quali in particolare i più poveri e i più fragili. Non imputiamo a Dio i nostri mali, né domandiamoci: «Dov’è Dio?», perché il Dio di Gesù non ci abbandona, ma è accanto a noi con la forza del suo Spirito, per aiutarci ad attraversare la malattia e la morte.

 

Ma allora perché il Papa prega? Perché preghiamo Dio nella pandemia? Perché Dio non guarda tanto alle parole che gli diciamo ma al desiderio che esse vogliono esprimere. La nostra preghiera non cambia la volontà di Dio, non è un atto magico, non ha potere contro quanto appartiene alla nostra condizione umana segnata dalla morte, il limite estremo da cui non potremo mai liberarci. I cristiani non fanno di Dio il «tappabuchi» – secondo l’espressione di Bonhoeffer – ma lo sentono come una presenza invisibile eppure efficace che dà loro forza, senso, vita, capacità di amare. Gesù ce lo ha detto: se chiediamo a Dio il suo Spirito Santo, egli ce lo dona sempre quale forza che opera in noi; ma senza di noi Dio non può fare nulla mentre abitiamo questa Terra.

 

Proprio per questo, ogni grido che sale dalla Terra, generato dal dolore, dalla sofferenza insita nella natura o creata dagli umani, ogni grido, anche inarticolato, raggiunge Dio, il quale lo ascolta. Il grido del non credente e quello del credente si intrecciano, e Dio li ascolta entrambi. Anche la bestemmia, che pure sembra offendere Dio, a volte è una protesta, un appello a Dio, una fame di lui, dunque una preghiera. Quando Anna, la madre di Samuele, andò al santuario per pregare nella sua amarezza, non si capiva ciò che le sue labbra mormoravano davanti a Dio, tanto che il sacerdote Eli la ritenne ubriaca. E invece Dio esaudì lei e il suo mormorio, non la formula di culto del sacerdote (cfr. 1Sam 1,9-18)!

 

Sì, siamo tutti sulla stessa barca, nel mare in tempesta, credenti e non credenti. Se ci salviamo, ci salviamo insieme, non da soli!

 

Pubblicato da La stampa il 17 Maggio 2020

 

Eppure la vita continua

 
Non aveva ancora 17 anni quando terminò la guerra. Aveva vissuto nella paura per sei lunghi anni. Raccontava di quando, ragazzina, sentendo arrivare un cingolato tedesco, si era rifugiata in un canneto e aveva visto passare i soldati armati di mitra. Restò a lungo immobile, col cuore in gola, sperando di non essere vista.
“Nulla tornerà più come prima”, dicevano a casa. “Non potremo mai più a passeggiare come prima, andare a incontrare i parenti. Ogni foglia che si muove continuerà a farci paura”.
 
 In questi giorni mi torna in mente questo racconto di mia mamma, soprattutto il timbro della voce, capace di trasmettere ancora i sentimenti di tanto tempo addietro.
La guerra durò sei anni, lasciandosi dietro in Europa 55 milioni di morti e fabbriche, infrastrutture, città intere rase al suolo.
Sono passati appena pochi mesi dall’inizio dell’epidemia, le fabbriche, le infrastrutture, le città sono tutte in piedi, il numero dei morti, tanti, troppi purtroppo, non hanno raggiunto i 55 milioni. Eppure l’effetto è lo stesso: “Nulla tornerà come prima”.
La differenza è che allora, dopo la guerra c’era un’energia incredibile, la voglia di ricominciare, ora invece un senso di stanchezza. La rabbia che serpeggia non infonde energia…
Siamo dunque così fragili?
 
 All’indomani del dramma dell’Olocausto sorsero tante domande, del tipo: “Sarà ancora possibile l’arte dopo l’Olocausto?”.
Mi vengono in mente tanti momenti della storia passata, a cominciare dall’impatto tragico delle invasioni dei nuovi popoli sulle popolazioni italiche alla fine dell’Impero romano, le epidemie, le pesti, i cataclismi...
Chi ricorda più la seconda guerra mondiale? Chi ricorda più l’Olocausto? Chi ricorda più le invasioni barbariche?
Per chi vive una tragedia sembra sempre sia giunta la fine del mondo, o almeno di un mondo.
Eppure la vita continua. Nonostante tutto. È più forte. Cancella la morte. Pasqua insegna.
 
Uno dei primi giorni del confinamento a casa, alzandomi presto, ho visto l’albeggiare dietro la cupola di san Pietro. L’aria già pervasa del mistero di una primavera ancora incipiente. Uccelli impazziti in volteggi acrobatici… Un attimo fugace di rara bellezza e di pace, preludio d'un'armonia di colori che in un attimo sarebbe esplosa nel cielo. “La natura non sa che c’è il virus”, m’è venuto spontaneo pensare. È come se gridasse la vita.
 
Dal blog di Fabio Ciardi


 

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Messaggio Cristiano

Angelus, Piazza San Pietro, Domenica 9 Agosto 2020

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

 

Il brano evangelico di questa domenica (cfr Mt 14,22-33) narra di Gesù che cammina sulle acque del lago in tempesta. Dopo aver sfamato le folle con cinque pani e due pesci – come abbiamo visto domenica scorsa –, Gesù ordina ai discepoli di salire sulla barca e ritornare all’altra riva. Lui congeda la gente e poi sale sulla collina, da solo, a pregare. Si immerge nella comunione con il Padre.

 

Durante la traversata notturna del lago, la barca dei discepoli rimane bloccata da un’improvvisa tempesta di vento. Questo è abituale, sul lago. A un certo punto, essi vedono qualcuno che cammina sulle acque venendo verso di loro. Sconvolti pensano sia un fantasma e gridano per la paura. Gesù li rassicura: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora – Pietro, che era così deciso – risponde: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Una sfida. E Gesù gli dice: «Vieni!». Pietro scende dalla barca e fa alcuni passi; poi il vento e le onde lo spaventano e comincia ad affondare. «Signore, salvami!», grida, e Gesù lo afferra per la mano e gli dice: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

 

Questo racconto è un invito ad abbandonarci con fiducia a Dio in ogni momento della nostra vita, specialmente nel momento della prova e del turbamento. Quando sentiamo forte il dubbio e la paura ci sembra di affondare, nei momenti difficili della vita, dove tutto diventa buio, non dobbiamo vergognarci di gridare, come Pietro: «Signore, salvami!» (v. 30). Bussare al cuore di Dio, al cuore di Gesù: «Signore, salvami!». È una bella preghiera. Possiamo ripeterla tante volte: «Signore, salvami!». E il gesto di Gesù, che subito tende la sua mano e afferra quella del suo amico, va contemplato a lungo: Gesù è questo, Gesù fa questo, Gesù è la mano del Padre che mai ci abbandona; la mano forte e fedele del Padre, che vuole sempre e solo il nostro bene. Dio non è il grande rumore, Dio non è l’uragano, non è l’incendio, non è il terremoto – come ricorda oggi anche il racconto sul profeta Elia –; Dio è la brezza leggera – letteralmente dice così: è quel “filo di silenzio sonoro” – che non si impone ma chiede di ascoltare (cfr 1 Re 19,11-13). Avere fede vuol dire, in mezzo alla tempesta, tenere il cuore rivolto a Dio, al suo amore, alla sua tenerezza di Padre. Gesù, questo voleva insegnare a Pietro e ai discepoli, e anche a noi oggi. Nei momenti bui, nei momenti di tristezza, Lui sa bene che la nostra fede è povera – tutti noi siamo gente di poca fede, tutti noi, anch’io, tutti – e che il nostro cammino può essere travagliato, bloccato da forze avverse. Ma Lui è il Risorto! Non dimentichiamo questo: Lui è il Signore che ha attraversato la morte per portarci in salvo. Ancora prima che noi cominciamo a cercarlo, Lui è presente accanto a noi. E rialzandoci dalle nostre cadute, ci fa crescere nella fede. Forse noi, nel buio, gridiamo: “Signore! Signore!”, pensando che sia lontano. E Lui dice: “Sono qui!”. Ah, era con me! Così è il Signore.

 

La barca in balia della tempesta è immagine della Chiesa, che in ogni epoca incontra venti contrari, a volte prove molto dure: pensiamo a certe lunghe e accanite persecuzioni del secolo scorso, e anche oggi, in alcune parti. In quei frangenti, può avere la tentazione di pensare che Dio l’abbia abbandonata. Ma in realtà è proprio in quei momenti che risplende maggiormente la testimonianza della fede, la testimonianza dell’amore, la testimonianza della speranza. È la presenza di Cristo risorto nella sua Chiesa che dona la grazia della testimonianza fino al martirio, da cui germogliano nuovi cristiani e frutti di riconciliazione e di pace per il mondo intero.

 

L’intercessione di Maria ci aiuti a perseverare nella fede e nell’amore fraterno, quando il buio e le tempeste della vita mettono in crisi la nostra fiducia in Dio.

 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

il 6 e il 9 agosto del 1945, 75 anni fa, avvennero i tragici bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Mentre ricordo con commozione e gratitudine la visita che ho compiuto in quei luoghi lo scorso anno, rinnovo l’invito a pregare e a impegnarsi per un mondo totalmente libero da armi nucleari.

 

In questi giorni il mio pensiero ritorna spesso al Libano – lì vedo una bandiera del Libano, un gruppo di libanesi. La catastrofe di martedì scorso chiama tutti, a partire dai Libanesi, a collaborare per il bene comune di questo amato Paese. Il Libano ha un’identità peculiare, frutto dell’incontro di varie culture, emersa nel corso del tempo come un modello del vivere insieme. Certo, questa convivenza ora è molto fragile, lo sappiamo, ma prego perché, con l’aiuto di Dio e la leale partecipazione di tutti, essa possa rinascere libera e forte. Invito la Chiesa in Libano ad essere vicina al popolo nel suo Calvario, come sta facendo in questi giorni, con solidarietà e compassione, con il cuore e le mani aperte alla condivisione. Rinnovo inoltre l’appello per un generoso aiuto da parte della comunità internazionale. E, per favore, chiedo ai vescovi, ai sacerdoti e ai religiosi del Libano che stiano vicini al popolo e che vivano con uno stile di vita improntato alla povertà evangelica, senza lusso, perché il vostro popolo soffre, e soffre tanto.

 

Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi – tante bandiere qui – famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni. In particolare, saluto i giovani di Pianengo, in diocesi di Crema – eccoli…, rumorosi! –, che hanno percorso la via Francigena da Viterbo a Roma. Bravi, complimenti!

 

Invio un cordiale saluto ai partecipanti al Tour de Pologne – tanti polacchi ci sono qui!, gara ciclistica internazionale che quest’anno è disputata in ricordo di San Giovanni Paolo II nel centenario della sua nascita.

 

A tutti voi auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 Francesco


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