I Cappuccini


Questa è la mia Chiesa

Padre Giovanni Martinelli

martinelli

 

“Ho visto delle teste tagliate e ho pensato che anch’io potrei fare quella fine. E se Dio vorrà che quel termine sia la mia testa tagliata, così sarà [...]. Poter dare testimonianza è una cosa preziosa” è la dichiarazione di pochi giorni fa di Padre Giovanni Martinelli, vicario apostolico a Tripoli in un’intervista al Corriere del Veneto. In Libia la situazione è drammatica. Eppure lui ha dichiarato che non tornerà in Italia. Resterà con i suoi 150 fedeli. Riconosco in queste parole la fermezza di quando nel suo ultimo viaggio in Italia l’ho incontrato. Un’intervista che ha lasciato una traccia nel mio cuore e la certezza di aver incontrato un seguace del Cristo povero e crocifisso.

di Giovanna Abbagnara

 

Si appoggia ad un bastone per camminare, i movimenti sono lenti. Il periodo di convalescenza in Italia è lungo ma lo sguardo è sereno e gli occhi si illuminano quando parla della sua Libia. Vuole tornare a casa al più presto. «Voglio morire lì», mi dice fermo e sicuro «Non lascerò mai la Libia finché avrò respiro. Quella è la mia Chiesa». Comprendo subito da queste poche battute iniziali del nostro lungo e appassionato colloquio che mi trovo di fronte ad un uomo di Dio, ad un padre coraggioso che ha sofferto e continua a soffrire per la porzione di Chiesa che gli è stata affidata.

 

È incredibile quanto la storia personale di questo vescovo si intrecci con quella travagliata della Libia. «Sono nato e vissuto nel mondo musulmano» racconta padre Martinelli. Nel ‘37 i suoi genitori vanno in Libia come coloniali e qui nel 1931 nel villaggio Breviglieri, oggi El Qadra, nasce il piccolo Giovanni. «Spesso mi reco durante le feste musulmane a visitare i vecchi beduini nei villaggi vicino a Tripoli» racconta il vescovo «e qui mi dicono che si ricordano di me quando ero bambino, perché mi hanno portato in braccio». Giovanni si nutre dell’amore e della fede semplice e rocciosa dei suoi genitori. Cresce respirando l’amicizia con un popolo di cui si sente pienamente parte. Ha continuamente davanti agli occhi la testimonianza dei frati francescani. È questa la cornice in cui matura la scelta di venire in Italia poco più che tredicenne per studiare e prepararsi a diventare frate. «L’ideale di Francesco mi affascinava e mi dicevo: “Papà è venuto in questa terra come colonialista, io voglio tornarci come Francesco, per annunciare e testimoniare il vangelo di Cristo”». Nel 1967 il dono della consacrazione presbiterale. Due anni dopo riceve il permesso dall’ordine francescano per prepararsi alla missione, è mandato a Roma per studiare. Nel 1971 finalmente la partenza, inizia il suo ministero in Libia. Il paese è sconvolto dall’arrivo di Gheddafi. Per 42 anni convivono in quella terra martoriata.

 

Presto arriva la chiamata episcopale e la consacrazione il 4 ottobre 1985. Il filone del suo nuovo ministero è incontrare l’altro, farsi prossimo, costruire ponti di amicizia con il mondo arabo-musulmano. Il 13 aprile 1986, nel pieno della crisi tra gli Usa e la Libia, è arrestato a Bengasi dai soldati di Gheddafi. Nonostante questo doloroso episodio, non ha mai rinnegato la sua amicizia con il mondo arabo-musulmano. «La domanda che mi ponevo continuamente era: come sono capace con la ricchezza dell’amore di Gesù di incontrare l’altro? Non ho mai cercato di convertire nessuno, piuttosto ho chiesto a Dio di convertire me stesso e di donarmi degli amici nella fede». Ma come concretamente padre Martinelli ha fatto questo, in un contesto di un regime ostile? La risposta arriva serena, lucida e articolata: «Prima di tutto attraverso un grande rispetto della loro fede. San Francesco ci esorta ad andare per il mondo senza litigare, evitando le dispute, non giudicando gli altri ma con mitezza, pace e umiltà. In secondo luogo attraverso le opere di carità. Il regime non ha mai contrastato la nostra assistenza ai malati e ai feriti negli ospedali. L’amore non si combatte».

 

Si apre una nuova pagina nel nostro colloquio. Padre Martinelli si sofferma a raccontarmi del coraggio eroico e nascosto di alcune donne in quella terra martoriata. Sono giovani ragazze filippine per la maggior parte infermiere che vengono per lavorare negli ospedali. Donne che manifestano nella professione la forte identità cristiana. Sono presenti ovunque, anche negli ospedali di campo del deserto. Sono spesso mamme di famiglia. Non è raro sentirle dire ai malati: “Tu sei mio figlio…”. Sono forti, coraggiose, determinate. La fede si traduce in un amore, in una forza che feconda la fede musulmana. La loro presenza fa a pugni con una visione della donna che i libici non comprendono ma che accettano come ricchezza e che purifica il loro sguardo sulla condizione femminile. Per la Chiesa locale è una grande gioia. «Per anni» mi confida padre Giovanni «mi sono preoccupato di far venire in Libia suore che potessero aiutare negli ospedali poi guardando queste donne mi sono accorto che attraverso il loro modo di lavorare seminavano il vangelo dell’amore con una dedizione straordinaria. Non solo, la loro presenza ha interpellato anche la Chiesa locale. Quando si riuniscono per pregare, chiedono un sacerdote per celebrare la messa e per le confessioni». Sono l’espressione di una Chiesa viva, operante nel tessuto di una società islamica di per sé molto chiusa.

 

Le famiglie cristiane in Libia sono una minoranza ma vivono sostanzialmente in modo tranquillo e io credo fermamente, mentre ascolto padre Martinelli, che questo sia soprattutto merito suo. Per questo suo essere pienamente inserito in quella terra che gli ha donato i natali, per aver stabilito buoni rapporti con le autorità e con lo stesso Gheddafi. Quest’ultimo, addirittura, dopo il 1986, ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo suore italiane per gli ospedali della Libia, suo padre è stato assistito da religiose nella malattia e fino alla morte.

 

Devo essere sincera, ho fatto fatica a congedarmi da padre Giovanni. Solo il tempo inesorabile e tiranno mi ha convinto che era ora di lasciarlo riposare. Quando nella propria professione si incontrano persone così, vorresti cercare di raccogliere e saper descrivere tutta la bellezza di una vita spesa al servizio di Dio e dei fratelli. Ma sai che il di più resta incastonato nelle pieghe della storia, resta negli incontri, negli sguardi, nelle ore passate in preghiera. Il di più appartiene a Dio. A noi resta lo spazio di un incontro pieno di luce.

 



 


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Messaggio Cristiano
UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 5 agosto 2026

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

in questa catechesi riprendiamo la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium (SC). Oggi ci soffermiamo sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica.

Come suggerisce l’Apostolo Paolo, è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare. Dal giorno di Pentecoste, lo Spirito abita la Chiesa, ispirando ogni sua attività e, in particolare, la preghiera. La vita della prima comunità, nata a Gerusalemme dopo la Pasqua di Gesù, è vita nello Spirito donato dal Signore risorto. «Da allora – dice il Concilio – la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo “in tutte le Scritture ciò che lo riguardava” (Lc 24,27), celebrando l’Eucaristia, nella quale vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte e rendendo grazie “a Dio per il suo dono ineffabile” (2Cor 9,15) nel Cristo Gesù, “a lode della sua gloria” (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo» (SC, 6).

Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione. Inoltre, anche in diverse famiglie cristiane non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale. La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità.

La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha preso sul serio tale esigenza. E ciò rallegrava profondamente il Papa San Paolo VI, il quale, promulgando questo primo documento approvato dal Concilio Vaticano II, affermò: «Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale» (Discorso, Basilica di San Pietro, 4 dicembre 1963).

Nella Costituzione, infatti, il termine “la preghiera” designa tutta la liturgia. Questa prospettiva è decisiva, perché ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio, «il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo» (SC, 5), al quale possiamo rispondere «per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo», vale a dire grazie alla «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre» (SC, 84).

Per questo San Paolo VI desiderava ardentemente che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio (cfr Cost. ap. Laudis canticum).

Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana.

Ogni settimana e ogni giorno, l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo. In questa preghiera, Cristo «unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode» (SC, 83); così, di giorno in giorno, siamo associati sempre di più al mistero pasquale e conformati a Lui.

Afferma Sant’Agostino: «Quando parliamo a Dio nella preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio; e quando prega il corpo del Figlio, non separi da sé il proprio capo; sia dunque lo stesso unico salvatore del suo corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e la sua voce in noi» (Enarr. in psalmum LXXXV: PL 37, 1081).

Legata all’Eucaristia, di cui prolunga la luce, la Liturgia delle Ore santifica il tempo della nostra vita quotidiana: al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio. Ogni Ora è un atto di speranza: durante il pellegrinaggio terreno, vegliamo attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore.

Leone XIV