Giovedý 21 Settembre 2023
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Buon anniversario!

La profezia del "per sempre"

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Siete mai entrati in una grotta? Avete mai visto stalattiti e stalagmiti? Solo una goccia d’acqua le separa. Bisognerebbe fare come loro: starsene lì, tutti i giorni della propria vita, senza stancarsi, respirando la profezia del “per sempre”.

 

di Mariarosaria Petti

 

La mano destra impugna il mestolo, quella sinistra tiene saldamente la ricetta della torta al cioccolato, tramandata dalla nonna della nonna di sua nonna. Le uova appena sgusciate scivolano nella ciotola, il loro colore giallo vivo impallidisce lentamente, nel veloce guizzo che le confonde al candore dello zucchero. È il momento di aggiungere la farina setacciata, il lievito e poi… Cosa manca? Quel pezzetto di carta custodito gelosamente da generazioni di donne della sua famiglia, è macchiato, ingiallito irrimediabilmente dai colpi del tempo.

 

Perché ha scelto di preparare proprio una torta? Le ultime hanno avuto una cattiva sorte: mai lievitate, bruciate nel forno, impreziosite dal sale confuso con lo zucchero, granitiche. A prova di lancio contro la muraglia cinese. Avrebbe potuto comprare la maglietta della squadra del cuore del suo ragazzo. Ma il Napoli è appena uscito dall’Europa League, meglio non rivoltare il coltello nella piaga. Ancora, avrebbe potuto scegliere uno di quei ciondoli a forma di cuore che si dividono in due metà. Una per lui e una per lei. Troppo mieloso. Un cuscino con loro foto più belle stampate sopra? Da diabete sentimentale. Comprare una stella e attribuirgli il nome del suo fidanzato? Troppo megalomane. Questa torta andrà benissimo. Crescerà, sarà soffice e profumata. Sarà il dessert che riscatterà tutti i suoi insuccessi passati da pasticciera disperata. Il miglior dolce di tutte le donne della sua discendenza.

 

Un anniversario non può lasciare indifferente una coppia. È il compleanno di un amore. E come spesso accade per le feste, ci lasciamo prendere la mano da striscioni, serenate, dichiarazioni e ogni sorta di inutilità a forma di cuore.

 

Siete mai entrati in una grotta? Avete mai visto lo spettacolo che offrono stalattiti e stalagmiti? Si tratta di colonne minerali, che dall’alto e dal basso si incontrano per unirsi per sempre. Un maestoso ammasso roccioso trasudante. Dalla roccia madre grondano migliaia di stalattiti, che nel silenzio e nello scorrere degli anni incontreranno le stalagmiti del suolo. Prima della loro fusione, restano per centinaia di anni a pochi millimetri di distanza, una punta dall’altra. Tra loro, danza una goccia d’acqua, che impiegherà tantissimo tempo per depositare il carbonato di calcio che contiene e saldare le due estremità. Un qualsiasi contatto e il processo si arresta. Si forma così un unico fascio, un pilastro dalla forma ardita e bizzarra, che può competere con le opere in marmo dei più grandi scultori.

 

Quante volte siamo “ad un passo dall’altro”? Così vicini da sembrare una cosa sola e così lontani da non vedere che solo una goccia ci separa? E abbiamo cercato in un giorno di accorciare una distanza che soltanto un deposito di clessidre avrebbe potuto sanare. Questa consapevolezza affiora quasi sempre con l’avvicinarsi di una data importante, come quella di un anniversario. E mentre scegliamo regali, impastiamo torte, scriviamo biglietti d’amore con le frasi di Ligabue, ci spaventa quel varco infinitesimale. Proviamo a riempirlo, costruendo la giornata perfetta, a prova di wedding planner.

 

Bisognerebbe liberarsi delle paure, degli schemi e dalle immagini patinate di amori vissuti alla follia (e poi bruciati in fretta) e fare come le stalattiti e le stalagmiti. Starsene lì, tutti i giorni della propria vita a guardarsi ed amarsi, senza stancarsi, respirando la profezia del “per sempre”.

 

Posa la ciotola, mette via l’impasto. Risponde al telefono: “Come è andata la tua giornata, raccontami”. La bellezza della semplicità, costruita giorno dopo giorno.

 

 

È l’ora del pranzo, è il tempo di fermarsi per nutrire il corpo ma può diventare anche un’occasione per pregare insieme e condividere non solo il pane ma la vita.

 

di Giovanna Abbagnara

Mamma stasera la preghiera la faccio io!”. Sono tutti intorno alla tavola per la cena, Mario, il papà, Lucia, la mamma, Laura di 12 anni, Filippo di 10 anni e in silenzio aspettano che il piccolo Luca di otto anni pronunci la sua preghiera. “Signore ti ringraziamo per il cibo che ci doni e che la mia mamma ha preparato e ti prego per Marco, il mio amico di banco, che ha paura perché i suoi genitori si stanno separando. Fa’ che non lo facciano altrimenti il mio amico è triste. Amen”. Inizia la cena e anche un tempo di dialogo e di confronto. Il tema di questa sera è molto delicato, ma bisogna aiutare Luca a comprenderlo. In questo modo la mensa diventa lo spazio della comunione, il tempo in cui  si comunicano le diverse esperienze che ciascuno vive, si condividono gioie e incontri, riflessioni e commenti, paure e difficoltà. Con sguardi, premure e attenzioni all’altro si gusta la gioia di ritrovarsi come famiglia. È un momento d’incontro, di scambio, d’ascolto. O almeno così dovrebbe essere, perché in realtà, si fa sempre più fatica a parlarsi, a prestarsi attenzione, con la fretta di oggi e le tante Tv accese durante i pasti. Può diventare un momento in cui anche il nostro cuore, i nostri rapporti, possono ricevere nutrimento. Radunarsi intorno all’altare domestico insieme senza quella fretta che caratterizza ormai le nostre giornate è fondamentale e diventa nel quotidiano una preziosa opportunità per pregare insieme.

 

Oggi siamo abituati ai 4 salti in padella, per dire: “non perdete tempo a cucinare, dimezzate i minuti, ottimizzate i tempi, fate in fretta”. Non di rado si assiste che in quella mezz’ora dedicata alla cena la Tv sia l’unica parola, che l’attenzione sia tutta rivolta a lei, che qualcuno si alzi prima che il pasto sia concluso per ritirarsi in camera ad ascoltare musica, che il telefono squilli tra una portata e l’altra e che il cellulare di tutti regni incontrastato sulla tavola e lampeggi continuamente.

 

È necessario dare il giusto significato a questi momenti di convivialità perché i rapporti familiari riacquistino la giusta dimensione. Anche in questi momenti è opportuno avere delle regole, spegnere la Tv, staccare il telefono, lasciare da parte i cellulari. Farsi aiutare dai figli a preparare la tavola è segno dell’attenzione e della cura verso l’altro, sono gesti di amore come quelli della mamma che prepara il cibo per la sua famiglia. Il pasto diventa allora non solo il tempo del nutrimento del corpo ma anche il tempo in cui ogni membro riceve e dona amore.

 

In questo rituale che ogni giorno si compie si riconosce la presenza di Dio. Per questo la benedizione che si fa all’inizio quando tutti si sono radunati non è un gesto da compiere per abitudine e in modo frettoloso.

 

È stato per caso che una sera abbiamo recitato qualche preghiera insieme” mi raccontano Alberto e Maria “e da lì qualche volta, a pregare insieme ai figli prima del pasto domenicale. Sembrava che una sola preghiera non bastasse, quando il figlio piccolo ha cominciato a raccontare cosa succedeva al catechismo e una volta la predica del prete alla messa. Ci siamo guardati stupiti, e da allora abbiamo iniziato, anche se non sempre, a leggere insieme il vangelo della domenica prima del pasto (l’unico in cui siamo tutti insieme). Non è che poi succeda granchè, ma spesso diventa il pretesto per non guardare la televisione e parlare di tante cose. Mi sembra che prima si perdesse più tempo in cose non necessarie, e che non si vedesse l’ora di alzarsi da tavola per farsi gli affari propri. Ora invece indugiamo a tavola”.

 

La preghiera diventa non un valore aggiunto ma un bisogno primario e molto spesso apre le porte ad un dialogo sereno e sincero che permette di stemperare le difficoltà e di comunicarsi le piccole e grandi gioie che ciascuno porta nel cuore. Non esiste un vero e proprio schema da seguire. “Mia figlia Giulia non è di molte parole” racconta Claudia “per cui quando è il suo turno di benedire la mensa rispettiamo due minuti di silenzio e diciamo insieme il Padre nostro, quando invece è il turno di Angelo ci tocca aspettare perché ha sempre un lungo elenco di cose da dire e da ricordare”. Ogni famiglia può trovare le forme adatte, cercando anche di essere attenti all’anno liturgico. Coinvolgendo i figli a preparare segni che possono abbellire la mensa durante l’avvento o la quaresima. Imparare cioè a dare sapore ai gesti, a scandire i momenti con la preghiera, a riscoprire la casa come il luogo dell’incontro con Dio.

 

 

LETTERA AD UNA MAMMA

 

Cara Giovanna,

 

la vita è sempre un miracolo, uno splendido dono di Dio, voi lo avete sperimentato: certo, avete fatto tutto quello che era umanamente giusto e doveroso prevedere ma… il bimbo è arrivato quando Dio ha voluto, non quando voi avete scelto, come a confermare che Lui solo è la Sorgente della vita. È bello accogliere un figlio senza usare aggettivi possessivi, accoglierlo come una creatura che, nella sua  misteriosa Provvidenza, Dio ha voluto affidarci. È bello sapere di essere soltanto il filo della Provvidenza.

 

Chi accoglie un bambino, accoglie me”, dice Gesù. Dio entra nuovamente nella vostra casa, viene con il volto di questo bambino. Troppo facile, potrebbe dire qualcuno, troppo facile riconoscere il volto di Dio nel figlio generato nella propria carne. È vero. Per questo è necessario allargare l’orizzonte e chiedere a Dio di avere un cuore che non resti chiuso nelle mura della propria casa. Se ogni figlio è dono di Dio, ci sono tanti figli che non vengono accolti o non sono accuditi o non sono amati. Non tutti possono far tutto, ma è bene consegnare a Dio la propria disponibilità. Anche questo, nel mondo di oggi, è un miracolo che perpetua il dono della vita.

 

Il parto è la danza della vita, un passaggio faticoso ma necessario. Preparati a viverlo con la consapevolezza che stai per dare alla luce una nuova creatura, non solo una creatura che si aggiunge ai miliardi di essere umani che hanno popolato la faccia della terra ma una creatura unica e irripetibile che ha una parola nuova da dire e una nuova pagina da scrivere nel grande Libro della vita.

 

La Vergine di Nazaret, che ha conosciuto i dolori del parto, ti sosterrà nella fatica. Ti abbraccio con affetto e ti aspetto nella Cappella Martin per affidare questo bambino all’intercessione di santa Teresa e dei suoi Beati genitori.

 

don Silvio Longobardi

 

 

Il regalo più grande che potete fare ad un bambino è insegnargli l'amore per la Parola di Dio. Molti genitori si chiedono quale sia il momento giusto per insegnare ai loro figli a pregare...I bambini imparano a pregare ascoltando i loro genitori  pregare.. mentre lo portate a nanna.. prima dei pasti... dite una piccola preghiera con lui.. in modo che diventi una consuetudine per lui "dialogare e ringraziare" Dio.

 

 

Cosa posso fare per quel figlio che non volemmo accogliere? 

 

E’ un uomo sulla quarantina, elegante e triste. Mi accorgo che desidera parlarmi e lo incoraggio, salutandolo per primo.  Posso?”, chiede gentilmente mettendosi al mio fianco. “Le dico subito, reverendo, che sono ateo. La fede non esercita alcun fascino su di me. Vorrei chiederle un consiglio per un dramma che mi porto dentro e di cui non riesco a liberarmi. Si tratta di un aborto, effettuato dalla mia ragazza con il mio consenso, quindici anni fa. Ci sembrò, allora, l’unica cosa logica da fare per una gravidanza non voluta. A dire il vero non ci pesò granché… In seguito  ci lasciammo… Oggi sono padre di due splendidi bambini avuti dalla mia attuale moglie. Il pensiero di quel bimbo che non facemmo nascere, però, mi perseguita. Come un fantasma si presenta ogni qualvolta accarezzo e gioco con i miei piccini. Cosa posso fare per quel figlio che non volemmo accogliere?”.

 

Sono preso alla sprovvista. Non pensavo che questo distinto signore volesse parlarmi di un vecchio aborto procurato. Passeggiando, ci dirigiamo verso la campagna. Non capisco perché si rivolga a un prete un uomo che dice di non credere. L’onestà mi obbliga a non fare sconti, a costo di essere spietato; e la carità mi chiede di aiutarlo a ritrovare la serenità perduta.

 

“Non le nascondo che mi trova impreparato  -  spiego  -  . Se fosse un credente le direi che Dio conosce il suo dolore e le offre il perdono; che Gesù ha promesso agli uomini - anche al suo bambino -  la vita eterna; che un giorno lo ritroverà nel cielo dove fu accolto nel momento del rifiuto. Le direi anche  che la persona con cui parla stamattina, un semplice prete, porta in sé un potere immenso, smisurato, incredibile, che potrebbe darle tanta pace. Parlo della confessione: un balsamo potentissimo che lenisce le ferite più nascoste e dona la certezza che Dio ha perdonato il peccato commesso. Potrei dirle ancora tante cose. Lei, però, non crede, e io non so trovare parole di conforto senza rischiare di essere banale. Il suo cuore lacerato è un cuore nobile se ancora piange per un aborto di tanti anni fa. Le potrei consigliare di fare volontariato a favore della vita nascente, o impegnarsi nelle adozioni a distanza per aiutare i piccoli africani a non emigrare. Potrei anche invitarla a donare qualche ora della sua giornata ai bambini più sfortunati della mia parrocchia. Codesti rimedi le darebbero un po’ di sollievo. Ma lei mi chiede cosa si può fare per quel bambino abortito, per quel figlio trascinato via senza il suo consenso. Lei vuol mettere a tacere la vocina fastidiosa che la inquieta quando accarezza i suoi figliuoli, e questa impresa è ardua. Lungi da me il tentativo di infierire sul suo dolore, ma l’unica cosa certa è che il suo bambino andò via per sempre, quella mattina di tanti anni fa. Via senza lasciar tracce. Sotto gli occhi e con il consenso di chi lo aveva chiamato al mondo…”.

 

Passeggiamo ancora senza dirci niente. Un ateo e un prete. Un uomo che crede che sia vuoto il cielo, e un altro che ha scommesso la sua vita su Colui che lo abita. Un ateo che sente il bisogno di raccontare la sua angoscia a un prete. Una storia tenuta in cuore e mai raccontata prima. Un prete che raccoglie e fa suo il grido di questo sconosciuto. Due uomini che si incontrano per caso  -  ma esiste il caso?  -   e sentono di essere fratelli. Quante vittorie sbandierate sul fronte dell’aborto! Quanti inni alla libertà, pagata con il sangue dei più deboli e indifesi. Chi trovò costui a consigliarlo allora? Chi si è fatto carico del tormento di questo padre allora mancato? Intervenire su una donna per eliminare il figlio che non vuole ormai è tanto facile e banale. Più difficile è ritrovare, poi, la serenità perduta. Ce lo insegna quest’uomo che non crede, al di sopra quindi di ogni sospetto. Quindici anni non son bastati per far tacere la voce di quel bambino che non vide il sole. Un bambino che ancora non vuol morire.

 

 

 

 

 

Maurizio Patriciello



 

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Messaggio Cristiano
Udienza generale, 2O Settembre

Catechesi. La passione per l’evangelizzazione: lo zelo apostolico del credente. 21. San Daniele Comboni, apostolo per l’Africa e profeta della missione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel cammino di catechesi sulla passione evangelizzatrice, cioè lo zelo apostolico, oggi ci soffermiamo oggi sulla testimonianza di San Daniele Comboni. Egli è stato un apostolo pieno di zelo per l’Africa. Di quei popoli scrisse: «si sono impadroniti del mio cuore che vive soltanto per loro» (Scritti, 941), «morirò con l’Africa sulle mie labbra» (Scritti, 1441). È bello! … E a loro si rivolse così: «il più felice dei miei giorni sarà quello in cui potrò dare la vita per voi» (Scritti, 3159). Questa è l’espressione di una persona innamorata di Dio e dei fratelli che serviva in missione, a proposito dei quali non si stancava di ricordare che «Gesù Cristo patì e morì anche per loro» (Scritti, 2499; 4801).

Lo affermava in un contesto caratterizzato dall’orrore della schiavitù, di cui era testimone. La schiavitù “cosifica” l’uomo, il cui valore si riduce all’essere utile a qualcuno o a qualcosa. Ma Gesù, Dio fatto uomo, ha elevato la dignità di ogni essere umano e ha smascherato la falsità di ogni schiavitù. Comboni, alla luce di Cristo, prese consapevolezza del male della schiavitù; capì, inoltre, che la schiavitù sociale si radica in una schiavitù più profonda, quella del cuore, quella del peccato, dalla quale il Signore ci libera. Da cristiani, dunque, siamo chiamati a combattere contro ogni forma di schiavitù. Purtroppo, però, la schiavitù, così come il colonialismo, non è un ricordo del passato, purtroppo. Nell’Africa tanto amata da Comboni, oggi dilaniata da molti conflitti, «dopo quello politico, si è scatenato (…) un “colonialismo economico”, altrettanto schiavizzante (…). È un dramma davanti al quale il mondo economicamente più progredito chiude spesso gli occhi, le orecchie e la bocca». Rinnovo dunque il mio appello: «Basta soffocare l’Africa: non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare» (Incontro con le Autorità, Kinshasa, 31 gennaio 2023).

E torniamo alla vicenda di San Daniele. Trascorso un primo periodo in Africa, dovette lasciare la missione per motivi di salute. Troppi missionari erano morti dopo aver contratto malattie, complice la poca conoscenza della realtà locale. Tuttavia, se altri abbandonavano l’Africa, non così Comboni. Dopo un tempo di discernimento, avvertì che il Signore gli ispirava una nuova via di evangelizzazione, che lui sintetizzò in queste parole: «Salvare l’Africa con l’Africa» (Scritti, 2741s). È un’intuizione potente, niente di colonialismo, in questo: è un’intuizione potente che contribuì a rinnovare l’impegno missionario: le persone evangelizzate non erano solo “oggetti”, ma “soggetti” della missione. E San Daniele Comboni desiderava rendere tutti i cristiani protagonisti dell’azione evangelizzatrice. E con quest’animo pensò e agì in modo integrale, coinvolgendo il clero locale e promuovendo il servizio laicale dei catechisti. I catechisti sono un tesoro della Chiesa: i catechisti sono coloro che vanno avanti nell’evangelizzazione. Concepì così anche lo sviluppo umano, curando le arti e le professioni, favorendo il ruolo della famiglia e della donna nella trasformazione della cultura e della società. E quanto è importante, anche oggi, far progredire la fede e lo sviluppo umano dall’interno dei contesti di missione, anziché trapiantarvi modelli esterni o limitarsi a uno sterile assistenzialismo! Né modelli esterni né assistenzialismo. Prendere dalla cultura dei popoli la strada per fare l’evangelizzazione. Evangelizzare la cultura e inculturare il Vangelo: vanno insieme.

La grande passione missionaria di Comboni, tuttavia, non è stata principalmente frutto di impegno umano: egli non fu spinto dal suo coraggio o motivato solo da valori importanti, come la libertà, la giustizia e la pace; il suo zelo è nato dalla gioia del Vangelo, attingeva all’amore di Cristo e portava all’amore per Cristo! San Daniele scrisse: «Una missione così ardua e laboriosa come la nostra non può vivere di patina, di soggetti dal collo storto pieni di egoismo e di sé stessi, che non curano come si deve la salute e conversione delle anime». Questo è il dramma del clericalismo, che porta i cristiani, anche i laici, a clericalizzarsi e a trasformarli – come dice qui – in soggetti dal collo storto pieni di egoismo. Questa è la peste del clericalismo. E aggiunse: «bisogna accenderli di carità, che abbia la sua sorgente da Dio, e dall’amore di Cristo; e quando si ama davvero Cristo, allora sono dolcezze le privazioni, i patimenti e il martirio» (Scritti, 6656). Il suo desiderio era quello di vedere missionari ardenti, gioiosi, impegnati: missionari – scrisse – «santi e capaci. […] Primo: santi, cioè alieni dal peccato e umili. Ma non basta: ci vuole carità che fa capaci i soggetti» (Scritti, 6655). La fonte della capacità missionaria, per Comboni, è dunque la carità, in particolare lo zelo nel fare proprie le sofferenze altrui.

La sua passione evangelizzatrice, inoltre, non lo portò mai ad agire da solista, ma sempre in comunione, nella Chiesa. «Io non ho che la vita da consacrare alla salute di quelle anime – scrisse – ne vorrei avere mille per consumarle a tale scopo» (Scritti, 2271).

Fratelli e sorelle, San Daniele testimonia l’amore del buon Pastore, che va a cercare chi è perduto e dà la vita per il gregge. Il suo zelo è stato energico e profetico nell’opporsi all’indifferenza e all’esclusione. Nelle lettere richiamava accoratamente la sua amata Chiesa, che per troppo tempo aveva dimenticato l’Africa. Il sogno di Comboni è una Chiesa che fa causa comune con i crocifissi della storia, per sperimentare con loro la risurrezione. Io, in questo momento, vi do un suggerimento. Pensate ai crocifissi della storia di oggi: uomini, donne, bambini, vecchi che sono crocifissi da storie di ingiustizia e di dominazione. Pensiamo a loro e preghiamo. La sua testimonianza sembra ripetere a tutti noi, uomini e donne di Chiesa: “Non dimenticate i poveri, amateli, perché in loro è presente Gesù crocifisso, in attesa di risorgere”. Non dimenticate i poveri: prima di venire qui, ho avuto una riunione con legislatori brasiliani che lavorano per i poveri, che cercano di promuovere i poveri con l’assistenza e la giustizia sociale. E loro non dimenticano i poveri: lavorano per i poveri. A voi dico: non dimenticatevi dei poveri, perché saranno loro ad aprirvi la porta del Cielo.

Papa Francesco