Cronaca Bianca |
Siria. Generare la Speranza (per crescere) al dopo-scuola di Homs
Al centro “Generazione della Speranza” di Homs, si vive come in una grande famiglia. I formatori e gli animatori sanno riconoscere i bisogni dei ragazzi, interpretare le loro paure e offrire supporti concreti sia a loro che alle loro famiglie.
Molto spesso, infatti, i ragazzi portano la loro casa, ovvero i loro fratelli e i loro genitori, al centro. Per condividere la Speranza, per superare insieme la paura, per scoprire come guardare il futuro insieme, con occhi nuovi.
I ragazzi hanno storie diverse tra loro: chi ha visto in faccia gli aspetti peggiori della guerra, subendo i bombardamenti o trovandosi faccia a faccia con i cadaveri per strada, chi ha dovuto abbandonare la sua casa, i suoi affetti, le proprie abitudini.
I ragazzi hanno storie diverse, ma esprimono tutti lo stesso entusiasmo quando si riesce a dare loro spazio, tempo e un luogo sicuro dove crescere.
Per questo, il dopo-scuola di Homs è un posto speciale.
Qui si tengono corsi “sulla vita”, sulla capacità di pianificare le proprie attività e i propri risparmi, sul rispetto e sulla capacità di superare esperienze negative, sull’impegno nello svolgere lavori collettivi, per ricostruire la loro piccola comunità.
Una grande sfida, visto che attorno è ancora tutto macerie e difficoltà e la vita piano piano riprende con ritmi lenti e irregolari.
Anche il supporto psicologico e sociale che si riceve durante i corsi dopo-scuola è un aspetto fondamentale, specialmente per i ragazzi diversamente abili o con ritardi nell’apprendimento: l’attenzione che ricevono fa sì che possano registrare notevoli miglioramenti nelle materie scolastiche e, soprattutto, che possano sentirsi inseriti e autonomi nella loro comunità di pari di riferimento.
Il dopo-scuola di Homs è uno dei progetti supportati dal “Programma Emergenza Siria” che, oltre a un sostegno concreto e immediato alla vita quotidiana di moltissime famiglie, vuole costruire una “rinascita” psicologica, sociale e comunitaria.
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Azione per un Mondo Unito ONLUS (AMU)
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La scorsa domenica 5 giugno 2016 è stato inaugurato ad Aleppo un parco giochi per bambini finanziato dall’Associazione “Aiutiamo la Siria !” Onlus e realizzato dai Fratelli Maristi all’interno della loro struttura nel cuore della città siriana.
La data scelta per la cerimonia coincide con la festa di San Marcellino Champagnat, fondatore della Congregazione. In una giornata purtroppo caratterizzata da un fitto lancio di bombe – informa una nota della onlus – su vari quartieri della città, un numeroso gruppo di famiglie ha partecipato all’inaugurazione della struttura.
Il parco giochi vuole offrire qualche momento di svago ai bambini della martoriata città siriana che frequentano le attività dei Maristi, bambini che hanno assistito in questi ultimi giorni ad un intensificarsi del lancio di bombe e colpi di mortaio soprattutto sui quartieri abitati dai cristiani.
Nei primi giorni di questa escalation, è stato preso di mira il quartiere di Maidan (almeno 20 morti), abitato soprattutto da famiglie armene, nel quale tra l’altro è stata colpita e danneggiata la chiesa armena della SS. Trinità con annessa la scuola, che ha subito gravi danni. Delle cinque chiese armeno-cattoliche presenti ad Aleppo soltanto due sono state fino ad oggi risparmiate.
Proprio in collaborazione con P. Elias Janji della chiesa armena è stato approntato “Aleppo, progetto salute”, con l’obiettivo di finanziare almeno 100 (se possibile 150) polizze sanitarie a favore di altrettanti abitanti di Aleppo che non riescono a far fronte alle spese mediche; le polizze garantiranno per un anno visite mediche, analisi, eventuali ricoveri e acquisto di medicinali.
In Siria l'amore sconfigge la guerra: matrimonio tra le macerie
La sposa con l’abito bianco e sontuoso fa il suo ingresso in quel che rimane di una chiesa, percorre il tappeto bianco tra due ali di fiori e raggiunge lo sposo, il cui volto tradisce una comprensibile emozione. Assiepati tra i banchi, ad assistere alla cerimonia, parenti e amici agghindati come si conviene in una simile occasione. Tutt’intorno, le rovine dei bombardamenti che hanno colpito la città di Homs.
Un’immagine che è diventata virale sui social network e che rappresenta il simbolo della vita che continua, in Siria, nonostante la guerra. I protagonisti sono Fadi e Rana, entrambi ventottenni, i quali hanno scelto di sposarsi il 12 luglio scorso nella chiesa ortodossa di San Giorgio, la loro parrocchia, che non hanno voluto tradire nonostante il tetto sia crollato giù e le pareti appaiano fatiscenti a causa dei bombardamenti.
Correva l’anno 2010, degli spettri del conflitto non si avvertiva nemmeno l’ombra, la Siria era un Paese dinamico e felice per gran parte dei suoi abitanti. Il giovane Fadi, neo-laureato in chimica, aveva appena trovato lavoro in un’industria farmaceutica. “Era un’attività che mi piaceva fare. La vita per me era buona e tutto procedeva per il meglio. Un anno e mezzo dopo è arrivata la guerra in casa mia, ad Homs, e sono dovuto fuggire lasciandomi tutto alle spalle”, ha dichiarato Fadi all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr).
È proprio grazie al contributo dell’Unhcr che Fadi prova allora a rimettere insieme i tasselli della sua vita, dispersi dopo la fuga insieme a 12mila suoi concittadini. In un campo profughi gestito dall’organizzazione internazionale trova lavoro come insegnante ed è in questa nuova veste che incontra Rana, impegnata a seguire un corso sulle start-up di piccole imprese. Il destino è spesso rivestito di un’aurea di mistero: malgrado i due giovani siano entrambi originari del quartiere cristiano di Hamidiyah, non si erano mai incontrati prima del loro ingresso nel campo profughi.
In questo contesto, si sviluppa dapprima un’amicizia e poi subentrano anche i sentimenti. Fadi e Rana si fidanzano e tornano ad Homs nel maggio 2014. A metà mese, infatti, le forze militari governative sono riuscite a riappropriarsi della città - che era caduta in mano ai ribelli e agli jihadisti - consentendo a tanti rifugiati di far ritorno a casa e di provare a ricostruirsi una vita dignitosa.
Fadi riesce a riottenere il suo vecchio lavoro nel campo farmaceutico. La relazione con Rana si alimenta di giorno in giorno, fino a sbocciare nell’aprile scorso, con la richiesta accettata gioiosamente da lei di unirsi in matrimonio. Il 12 luglio è la data fatidica, che entra non solo nella loro storia personale, ma anche in quella di tutta la comunità cristiana di Homs: si tratta infatti del primo matrimonio celebrato nella chiesa di San Giorgio dopo il bombardamento che l’ha colpita ormai due anni fa.
Mai avrebbero immaginati, i due novelli sposi, che le foto della cerimonia sarebbero finite sugli schermi dei pc di tutto il mondo, diventando ben presto un messaggio di speranza per un Paese dilaniato da quattro anni di guerra civile.
Conflitto le cui conseguenze pesano come macigni sulle spalle dei cristiani. Homs è una delle città della Siria in cui più consistente è stato l’esodo dei cristiani per via degli attacchi da parte degli oppositori al Governo di Bashar al-Assad. Prima della guerra, l’antica Emesa (così i romani chiamavano Homs) era la casa di una delle maggiori comunità cristiane del Paese. Oggi, oltre ai lutti, rimangono gli scheletri delle dieci chiese della città colpite dai mortai. Ma anche le immagini del matrimonio di Fadi e Rana, simbolo dell’amore che vince l’odio della guerra.
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qui le foto della cerimonia e altre immagini della chiesa di San Giorgio.
Nella tradizione popolare, aprile e maggio sono spesso riservati alle celebrazioni nuziali. Entrando in una chiesa dove i due sposi stanno compiendo il loro atto sacramentale è facile che la seconda lettura sia il capitolo 5, nei versetti 21-33, della Lettera di Paolo agli Efesini, presente nel Lezionario liturgico del matrimonio.
Sullo sfondo domina l’amore del Cristo per la sua Chiesa, punto di riferimento capitale per la visione cristiana del matrimonio. L’insistenza è evidente: «...nel modo che anche Cristo vi ha amato... nel timore di Cristo... come al Signore... Cristo è capo della Chiesa... come la Chiesa è sottomessa a Cristo... come Cristo ha amato la Chiesa... come fa Cristo con la Chiesa... lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa...».
Riprendendo la tradizione profetica dell’Antico Testamento, Paolo vede nell’amore matrimoniale il segno dell’amore divino per l’uomo e, nell’infinito e perfetto amore di Dio e del Cristo, il modello verso cui deve tendere la coppia cristiana.
Su questo testo la tradizione cattolica ha fondato la sua fede nella grandezza sacramentale del matrimonio. Certo, Paolo è legato al suo tempo e alla cultura sia semitica sia greco-romana che concepiva la famiglia in chiave patriarcale. Il tema della «sottomissione» della moglie al marito riflette il diritto antico che considerava la donna un essere subordinato rispetto al primato del coniuge.
Tuttavia l’Apostolo apre nuovi orizzonti, sorprendenti per il suo mondo e radice della trasformazione cristiana. Inoltre Paolo sviluppa con un’ampiezza maggiore i doveri dei mariti verso le mogli, rifiutando la concezione secondo cui l’uomo è solo depositario di diritti nei confronti della donna.
E l’impegno dello sposo è alto: «Amate le vostre mogli... i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo». Un amore totale, spontaneo, simile a quello che si riversa sulla propria personalità (il corpo nella Bibbia è simbolo dell’«io»), anche perché «i due formano una carne sola» (Genesi 2,24). C’è, infine, un’ultima ragione che trasforma la tradizionale visione matrimoniale ed è quella, già indicata, del continuo riferimento a Cristo.
La donna si consacra al suo uomo nello spirito della donazione di Cristo verso la Chiesa e l’uomo ama sua moglie come il Cristo «che ha dato sé stesso» per la sua Chiesa. Ecco allora la celebre conclusione: «Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa».
La parola «mistero», tradotta dall’antica versione latina con sacramentum, aveva fatto concludere alla sacramentalità del matrimonio cristiano. In realtà il termine «mistero» indica solo il grande piano salvifico di Dio nella storia: il matrimonio ne è il grande simbolo, è la parabola luminosa dell’amore divino.
Tuttavia Paolo ci indica così il fondamento per scoprire il valore di salvezza racchiuso nel matrimonio cristiano, essendo il riflesso più alto dell’amore e della salvezza offerta da Dio all’umanità. In tal modo prelude alla qualità “sacramentale” del matrimonio, affermata dalla tradizione dottrinale della Chiesa.
card. Gianfranco Ravasi
(articolo tratto da www.famigliacristiana.it)
Carissimi fidanzati,
domani inizia la novena che si concluderà con la celebrazione nuziale, che unirà per sempre i vostri cuori in un’unica storia. Vorrei darvi alcuni suggerimenti per preparare il corredo nuziale. Vi consegno tre parole: preghiera, perdono e penitenza.
Vivete questi giorni con una preghiera più intensa, senza lasciarvi distrarre troppo dalle altre necessità materiali. Il primo giorno della novena iniziate con una buona confessione perché la purificazione del cuore è premessa indispensabile per vivere bene tutte le altre cose, senza Dio non possiamo essere graditi a Dio, senza la grazia non possiamo accogliere la grazia. Per riempire il cuore dobbiamo prima liberarlo da tutte le incrostazioni. Se il vaso è pieno di aceto non possiamo metterci il miele, diceva in santo vescovo dei primi secoli.
Per arrivare purificati al giorno delle nozze, eliminate tutti i debiti, perdonate di cuore se avete qualcosa da perdonare, chiedete perdono se avete fatto dei torti. Non state a misurare chi ha ragione, perdonate e basta. Così imparerete che il vero amore non calcola. Ed è questo l’amore che deve circolare tra di voi. Ricordate che questo amore appartiene alla condizione umana, ma non siamo in grado di attivarlo senza l’aiuto dello Spirito.
Un po’ di penitenza non guasta. Nelle apparizioni mariane – in tutte le apparizioni, da Lourdes a Fatima a Medjugorje – c’è un forte richiamo alla penitenza, anche quella corporale. Un cristianesimo senza penitenza non regge, non ha la forza di affrontare l’impatto con un mondo sempre più ostile al Vangelo. Nei prossimi giorni fate penitenza, quella che più costa sacrifici.
Ma tutto si riassume nell’amore, tutto dipende dall’amore, tutto si sopporta in forza dell’amore. È questo amore che dobbiamo invocare anzitutto come dono che viene dall’alto. Noi non possediamo l’amore, possiamo solo accoglierlo con umiltà. Vi consegno una preghiera che ho scritto per voi. Se volete, recitatela in questi giorni, aiuta il cuore a fissare lo sguardo sull’essenziale.
Vi benedico e vi affido all’intercessione di Santa Teresa che avete scelto come compagna di viaggio.
Camminate sulla sua piccola via.
Signore Gesù,
sei Tu l’Amore,
sei Tu la pienezza,
semina in noi desideri santi
che solo Tu puoi colmare.
E dona di sentire sempre quella nostalgia
che toglie valore alle cose
vissute senza di Te.
Spirito santo
sei Tu l’amore che si fa Dono
e ci fa diventare dono
l’uno per l’altro.
Accendi in noi il fuoco dell’amore,
fa’ che cerchino Te solo
e non ci fermiamo lungo il cammino,
distratti da altri beni
che sono solo un riflesso della tua bontà.
Padre santo,
principio di ogni bene,
attiraci a Te,
e donaci di cercare e trovare solo in Te
la gioia che il nostro cuore desidera.
Amen.
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Messaggio Cristiano "Magnifica humanitas":
SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026
Cari fratelli e sorelle,
oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.
Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).
E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).
Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.
Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.
Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).
È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).
È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.
Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).
Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).
Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).
L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità
Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.
Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.
Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)
La presentazione del card. Parolin:
“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.
Leone XIV
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