A tutto campo


IL CERCHIO DELLA GIOIA

L'esperienza di un sacerdote che ha dato la vita per Cristo, ricalcando l'invito del Papa ai giovani a diventare missionari e portare l'amore e la fede nel mondo

0_aba23_5bf53abd_XL.png (563×800) | Fiori dipinti, Decoupage fiori, Cornice  di fioriUn giorno, non molto tempo fa, un contadino si presentò alla porta di un convento e bussò energicamente. Quando il frate portinaio aprì la porta di quercia, il contadino gli mostrò, sorridendo, un magnifico grappolo d'uva.
"Frate Portinaio", disse il contadino, "sai a chi voglio regalare questo grappolo d'uva che è il più bello della mia vigna?".
"Forse all'abate o a qualche padre del convento".
"No, a te!".
"A me?". Il frate portinaio arrossì tutto per la gioia. "Lo vuoi dare proprio a me?".
"Certo, perchè mi hai sempre trattato con amicizia e mi hai aiutato quando te lo chiedevo. Voglio che questo grappolo d'uva ti dia un po' di gioia". La gioia semplice e schietta che vedeva sul volto del frate portinaio illuminava anche lui.
Il frate portinaio mise il grappolo d'uva bene in vista e lo rimirò per tutta la mattina. Era veramente un grappolo stupendo. Ad un certo punto gli venne un'idea: "Perchè non porto questo grappolo all'abate per dare un po' di gioia anche a lui?".
Prese il grappolo e lo portò all'abate.
L'abate ne fu sinceramente felice. Ma si ricordò che c'era nel convento un vecchio frate ammalato e pensò: "Porterò a lui il grappolo, così si solleverà un poco". Così il grappolo d'uva emigrò di nuovo. Ma non rimase a lungo nella cella del frate ammalato. Costui pensò, infatti che il grappolo avrebbe fatto la gioia del frate cuoco, che passava le giornate a sudare sui fornelli, e glielo mandò. Ma il frate cuoco lo diede al frate sacrestano (per dare un po' di gioia anche a lui), questi lo portò al frate più giovane del convento, che lo portò ad un altro, che pensò bene di darlo ad un altro. Finchè, di frate in frate, il grappolo d'uva tornò al frate portinaio (per portargli un po' di gioia).
Così fu chiuso il cerchio. Un cerchio di gioia.

Non aspettare che inizi qualche altro. Tocca a te, oggi, cominciare un cerchio di gioia. Spesso basta una scintilla piccola piccola per far esplodere una carica enorme. Basta una scintilla di bontà e il mondo comincerà a cambiare.
L'amore è l'unico tesoro che si moltiplica per divisione: è l'unico dono che aumenta quanto più ne sottrai. E' l'unica impresa nella quale più si spende, più si guadagna; regalalo, buttalo via, spargilo ai quattro venti, vuotati le tasche, scuoti il cesto, capovolgi il bicchiere e domani ne avrai più di prima

 

Bruno Ferrero - 40 Storie nel deserto Pin di Nadia su tubes | Fiori dipinti, Fiori, Decoupage

 

 

 

 

Nell’Udienza generale del 2 dicembre dedicata al suo viaggio in Africa, Papa Francesco ha ricordato l’incontro con una suora italiana a Bangui, di 81 anni con una bambina che la chiamava “nonna”. La suora infermiera e ostetrica è in Africa da quando aveva 24 anni. Francesco si commuove e dice: “E come questa suora, ci sono tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello vedere questo”. 

 

Sempre parlando a braccio, ha aggiunto: “Io mi rivolgo ai giovani: se tu pensi a cosa vuoi fare della tua vita, questo è il momento di chiedere al Signore che ti faccia sentire la Sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente”. In Uganda, nel ricordo dei Martiri ugandesi e di Paolo VI, il Papa ha detto: «Sarete miei testimoni» (At 1,8)…Avrete la forza dallo Spirito Santo», perché è lo Spirito che anima il cuore e le mani dei discepoli missionari”. Tutta la visita in Uganda si è svolta nel fervore della testimonianza animata dallo Spirito Santo. 

 

L’appello del Papa per le vocazioni missionarie va ripreso. I missionari italiani fra i non cristiani e in America Latina (preti, fratelli, suore, volontari laici) sono ancora più di 10.000, ma rapidamente diminuiscono; li ho trovati nei paesi più difficili, come Somalia, Eritrea, Etiopia, Zimbabwe, Libia, Namibia, Ruanda, Burundi, Congo, Papua Nuova Guinea, Birmania, Pakistan, ecc. I vescovi locali lamentano la loro diminuzione e chiedono giovani rinforzi.

 

Com’è la vita missionaria?  Ecco la mia personale esperienza. Quand’ero ancora nelle elementari, Gesù mi ha chiamato a seguirlo e io gli ho detto di sì. Mi fidavo di Gesù e oggi, a 86 anni e dopo 63  di sacerdozio e di missione, posso dire che ho avuto una vita serena, con tante fatiche, percoli, persecuzioni e sofferenze, ma una vita piena di entusiasmo e di gioia e non cesso di ringraziare Gesù che mi ha chiamato... 

 

Felice perché? Perché il prete è “un altro Cristo”, rappresenta Cristo, di cui tutti i popoli e tutti gli uomini hanno bisogno. La nostra vocazione è il massimo di realizzazione che possiamo sperare dalla nostra piccola vita. Io sono vissuto  e continuo a vivere con uno scopo forte e ben preciso: essere innamorato di Gesù e farlo conoscere e amare. So che Gesù mi ama, mi protegge, è sempre con me, non mi abbandona mai, mi guida, mi perdona, mi dà tutto il necessario e anche molto di più… “Il Signore è il mio pastore, dice il Salmo 26, non manco di nulla… Se cammino in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me, o Signore”. 

 

Nelle mie visite alle missioni, ho incontrato tanti missionari felici di spendere la vita per far conoscere e amare Il Signore Gesù. Ecco in breve il beato Clemente Vismara (1897-1988), beatificato il 26 giugno 2011 in Piazza Duomo a Milano, che è l’icona della missione alle genti del secolo scorso. Sono andato a trovarlo in Birmania nel 1983, quando aveva 86 anni e mi parlava del futuro suo e della sua missione. Raccontava che aveva deciso di farsi missionario dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, guadagnandosi anche una medaglia al valor militare: “Sono vissuto tre anni sempre in trincea e ho visto tante di quelle carneficine, distruzioni, odio e violenze gratuite che mi sono convinto: solo per Dio vale la pena di spendere la vita. E mi son fatto missionario”.

 

Anche i giovani d’oggi sono in una situazione simile: la società italiana si sta autodistruggendo per la corruzione e le immoralità e ha perso le sue radici e la sua identità cristiana. Così  è assediata da un islam giovane e guerriero che  vuole convertirci a Dio  e alla legge islamica (sharia) e ci minaccia da vicino. Anche oggi solo per Dio vale la pena di spendere la vita. Il giovane cattolico deve chiedere al Signore Gesù: “Cosa debbo fare della mia vita?”.  E se Gesù ti chiama, non dirgli di no. Ti ha promesso il cento per uno in questa vita e poi la vita eterna in Paradiso. Fidati di Lui.

 

Ho scritto la biografia del Beato Clemente (Fatto per andare lontano, Emi 2013): è un romanzo d’avventure, non inventate come quelle di Emilio Salgari e di tanti altri, ma tutte vere e autentiche, come hanno confermato più di cento testimoni della sua vita al Processo canonico di beatificazione. Avventure umane affascinanti, non pochi lettori di “Fatto per andare lontano” mi hanno detto che chi incomincia a leggere questo libro, va poi avanti fino alla fine, anche per la curiosità di vedere come si svolge e va a finire la vita di questo sergente maggiore della prima guerra mondiale, che diventa “cacciatore di tigri e di anime”, vive e lavora per 65 anni fra un popolo tribale che  ta uscendo dalla preistoria, in un ambiente forestale popolato da animali selvatici e da milioni di insetti, abitando per sei anni in un capannone di fango e paglia (quando pioveva doveva aprire l’ombrello sul suo giaciglio), molte notti passate all’addiaccio in foresta (col fuoco acceso per tener lontani gli animali selvatici), abituato a mangiare come i locali (riso con peperoncino, pesciolini di torrente, erbe e radici tritate e bollite), prigionia e dittature persecutorie, briganti di strada e contrabbandieri d’oppio (nel “Triangolo d’oro” dove si produce il 40% dell’oppio mondiale), febbre nera fulminante e lebbra… Ma la gioia nel cuore era grande e Gesù aiutava a superare tutte le dfficoltà.

 

Clemente visitava i villaggi pagani e prendeva bambini e bambine da portare in missione dove le suore li allevavano e li facevano studiare, con l’aiuto di vedove cacciate dai villaggi. Clemente si innamorava dei poveri, dei piccoli, dei diseredati, dei nullatenenti. Li portava tutti in missione, li faceva lavorare secondo le possibilità di ciascuno e dava loro una dignità nuova: mantenersi col proprio0 lavoro.  Così è nata la Chiesa locale e Clemente ha fondato cinque nuove parrocchie partendo da zero, con decine di migliaia di cristiani e tutte le strutture necessarie, persino un ospedale tenuto dalle suore di Maria Bambina.

 

È morto a 91 anni “senza mai essere invecchiato” dicevano i confratelli; la gente lo chiamava “il prete che sorride sempre” e al funerale una marea di popolo, anche buddisti e musulmani, piangevano la sua morte; e al processo diocesano per la beatificazione parecchi hanno fatto giornate di cammino per venire a Kengtung a dare la propria testimonianza. Il motto del beato è “Fare felici gli infelici”, che è anche il titolo del volume sulla personalità e la spiritualità di Clemente (EMI, 2014). La sua è una spiritualità schietta e semplice ma fortissima, basata su una verità nata dall’esperienza vissuta del Vangelo:  “La vita è bella solo se la si dona”. Una vita tutta spesa per “fare felici gli infelici”.

 

Questo libro è dedicato ai giovani, soprattutto quelli alla ricerca di un ideale per spendere bene la vita. 

 

Piero Gheddo

 

 

 

Diwali, la grande festa delle luci

 

Tra pressanti questioni sociali e sfide internazionali, il popolo indiano celebra il Diwali, la festa più importante e partecipata dell’anno. Una tradizione indù festeggiata anche nelle famiglie di altre fedi.

 

Nel mese di ashwayuja (che solitamente cade tra ottobre e novembre) l’India si accende di luce e di festa. È Diwali, una tradizione che attinge all’antica leggenda del re Rama che dopo 14  anni di esilio nella foresta, torna nella città di Ayodhya accolto da una sfilata (avali) di luci (dipa) in suo onore. Da qui il nome: Dipawali o più semplicemente Diwali. Quest’anno dal 10 al 15 novembre.

 

I festeggiamenti iniziano con la pulizia di tutti gli ambienti della casa dove, nei diversi punti – ingresso, davanzali, sale – vengono posizionate tante piccole lampade che nel buio della notte trasformano la città in un fantasmagorico, fiabesco scenario. La lampada è il simbolo del sapere e della conoscenza interiori. Ma i significati, come in un caleidoscopio, si intersecano e si amplificano: il sapere sconfigge l’ignoranza; l’interiorità porta alla pace. Il bene vince sul male; la luce trionfa sulle tenebre e fa sprigionare la forza della vita. Diwali è tutto questo e ancora.

 

È una festa attesa tutto l’anno. Nel terzo giorno  – il vero e proprio Diwali – la gente indossa vestiti nuovi, si adorna di coroncine di fiori e di monili luccicanti, scambia doni ad amici e parenti, specialmente dolci e snack fatti in casa. Tutti partecipano alla funzione religiosa in onore di Laskshmi, la dea del benessere. In un’atmosfera di pace, portano sementi, foglie, monete ed icone religiose, recitando mantra vedici per ottenere la sua benedizione. Non mancano poi i giochi di società (carte, specialmente il ramino) mimi, balli, caccia al tesoro, giochi pirotecnici.

 

Diwali non è solo una celebrazione indù. È anche un fatto culturale e sociale che coinvolge tutto il Paese, sia pure con diversità a seconda degli stati e della prevalenza religiosa. Fanno festa musulmani, buddisti, cristiani. In quei cinque giorni si illuminano a festa anche i centri dei Focolari che sono a Mumbai, Nuova Delhi, Bangalore, Goa e i 13 centri educativi ad essi legati cui sono inseriti complessivamente 1.500 bambini e adolescenti, prevalentemente indù, che grazie al sostegno a distanza vi trovano scolarità, un pasto caldo al giorno, prevenzione e cure sanitarie (www.afnonlus.org).

 

20151119-04I rituali Diwali lasciano intravvedere la grande sensibilità del popolo indiano anche nel valorizzare la famiglia, l’amicizia, l’armonia del vivere, ma anche il rispetto per l’ambiente. È significativo che per Diwali, non si ricorra ad anonimi oggetti comprati ma si donino cose fatte con le proprie mani. Come è significativo che, insieme alle preghiere, si offrano i frutti della terra, esprimendo così la propria riconoscenza per la Natura e i suoi doni. Un’usanza che trova eco nell’enciclica di papa Francesco Laudato si’. Ed è proprio da tale documento e dal nesso inscindibile tra il vivere in armonia con il creato e con gli altri, che trae spunto l’augurio inviato al quasi miliardo di seguaci delle religioni del Sanatana Dhama (quello che gli occidentali chiamano induismo) dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso a nome di papa Francesco. A cominciare dal suo titolo: Cristiani e Indù: promuoviamo insieme l’ecologia umana.

 

Il messaggio per i festeggiamenti Diwali trasmette anche l’auspicio che, insieme, riusciamo ad adoperarci consapevolmente “alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità”. “Possiamo noi – continua il messaggio – indù e cristiani, insieme con le persone di tutte le altre tradizioni religiose e di buona volontà, nutrire una cultura che promuova l’ecologia umana”. In tal modo vi sarà armonia dentro di noi e nelle nostre relazioni con gli altri, con la natura e con Dio, e questo, preannuncia il messaggio “favorirà la crescita dell’albero della pace”. Un albero, quello della pace, che nel mondo attende di essere sempre più irrobustito da gesti concreti di tolleranza, accoglienza, dialogo a tutto campo.

 

 

 
 

 



 


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Messaggio Cristiano
UDIENZA GENERALE

Basilica di San Pietro
Mercoledì, 5 agosto 2026

Fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

in questa catechesi riprendiamo la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium (SC). Oggi ci soffermiamo sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica.

Come suggerisce l’Apostolo Paolo, è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare. Dal giorno di Pentecoste, lo Spirito abita la Chiesa, ispirando ogni sua attività e, in particolare, la preghiera. La vita della prima comunità, nata a Gerusalemme dopo la Pasqua di Gesù, è vita nello Spirito donato dal Signore risorto. «Da allora – dice il Concilio – la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo “in tutte le Scritture ciò che lo riguardava” (Lc 24,27), celebrando l’Eucaristia, nella quale vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte e rendendo grazie “a Dio per il suo dono ineffabile” (2Cor 9,15) nel Cristo Gesù, “a lode della sua gloria” (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo» (SC, 6).

Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione. Inoltre, anche in diverse famiglie cristiane non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale. La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità.

La Costituzione Sacrosanctum Concilium ha preso sul serio tale esigenza. E ciò rallegrava profondamente il Papa San Paolo VI, il quale, promulgando questo primo documento approvato dal Concilio Vaticano II, affermò: «Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale» (Discorso, Basilica di San Pietro, 4 dicembre 1963).

Nella Costituzione, infatti, il termine “la preghiera” designa tutta la liturgia. Questa prospettiva è decisiva, perché ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio, «il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo» (SC, 5), al quale possiamo rispondere «per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo», vale a dire grazie alla «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre» (SC, 84).

Per questo San Paolo VI desiderava ardentemente che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio (cfr Cost. ap. Laudis canticum).

Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana.

Ogni settimana e ogni giorno, l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo. In questa preghiera, Cristo «unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode» (SC, 83); così, di giorno in giorno, siamo associati sempre di più al mistero pasquale e conformati a Lui.

Afferma Sant’Agostino: «Quando parliamo a Dio nella preghiera, non dobbiamo separare da lui il Figlio; e quando prega il corpo del Figlio, non separi da sé il proprio capo; sia dunque lo stesso unico salvatore del suo corpo, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e la sua voce in noi» (Enarr. in psalmum LXXXV: PL 37, 1081).

Legata all’Eucaristia, di cui prolunga la luce, la Liturgia delle Ore santifica il tempo della nostra vita quotidiana: al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio. Ogni Ora è un atto di speranza: durante il pellegrinaggio terreno, vegliamo attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore.

Leone XIV