2021, Martedì, 20 Aprile
LE MIE RIFLESSIONI


BUONA PASQUA

"L´amore è la più potente forza del mondo: scatena, attorno a chi lo vive, la pacifica rivoluzione cristiana" CL

lucida F.M. Pasqua cartolina augurale vintage Gesù Bambino agnelli gregge |  Cartolina di pasqua, Cartoline, PasquaLa Pasqua è la festa del Signore, in quanto in questa occasione viene rinnovato il sacrificio da lui fatto per la nostra salvezza, che tutti conosciamo assai bene. Questa festa rappresenta, in ogni caso, la vittoria della vita sulla morte, grazie alla resurrezione di Gesù dopo la sua crocifissione. Questa festa assai sacra ed amata dalla nostra comunità cristiana rappresenta, da sempre, un momento di nostra particolare devozione a Gesù per la sua “Passione” nel Venerdì Santo e la sua resurrezione dopo il terzo giorno.

 

       Purtroppo, questo periodo particolarmente Santo e Sacro viene messo duramente alla prova per il secondo anno consecutivo a causa della pandemia, nota come Covid19. Manifestazioni quali le varie processioni del Venerdì Santo non potranno essere effettuate per evitare assembramenti estremamente pericolosi. Dovremo, come si suole dire: fare di necessità virtù, accettando serenamente questa realtà come un segnale divino; come un avvertimento, in quanto ci siamo avviati verso un tragitto errato ed è tempo di cambiare rotta.

 

      Riusciremo in tale intento? Sicuramente sì, anche perché la storia dell’uomo è costellata di eventi simili, occorsi già a partire dal quinto secolo avanti Cristo. Sta a noi, solamente a noi, provvedere nel merito con la buona volontà di tutti. Grazie a Dio le varie comunità mondiali hanno già iniziato a cimentarsi con i vari vaccini, che sono stati creati allo scopo e che, nel bene e nel male, sono già entrati di peso nel circuito mondiale e sono i principali attori del momento.  Tra alti e bassi, l’uomo sta reagendo a questo flagello nella speranza di debellarlo quanto prima.

 

       Queste sono le vicende del momento che ci stanno avvilendo e che siamo tenuti ad affrontare serenamente e positivamente, anche per onorare con dignità le sante feste pasquali e con esse il Nostro Amato Signore.

E' quindi per questa occasione che mi rivolgo a tutti Voi miei cari amici, augurando ad ognuno tantissima serenità e tutto il bene possibile.

Buona Pasqua a tutti

Elio

 

L'esperienza del dolore

 

Difficile trovare le parole per raccontare qualcosa che non si sarebbe mai potuto immaginare e ora si vorrebbe solo poter dimenticare nella speranza che quei giorni terribili non tornassero mai più…

 

Eravamo verso la fine di gennaio, più o meno, quando gli organi di informazione iniziarono a diffondere le prime notizie di questo oscuro e sconosciuto virus che in Cina stava mietendo molte vittime. Inutile pensare che tanto la Cina è lontana, primo perché il dolore altrui non può lasciarci indifferenti e secondo perché oggi qualsiasi parte del mondo è raggiungibile in poco tempo e viaggiando le persone, anche i virus viaggiano e così è stato… Sarebbe altrettanto inutile raccontare la cronaca di quella che purtroppo è diventata una pandemia a livello globale, cercherò di esprimere le sensazioni provate in questo periodo interminabile, in un anno che nessuno potrà mai dimenticare.

 

Il 17 di febbraio avremmo dovuto festeggiare il compleanno di mia mamma, per l’occasione avevamo scelto un bel ristorante di Genova dove ci aspettava un carissimo amico, ma un grave incidente sull’autostrada che da Savona conduce a Genova, aveva creato code interminabili e quindi era impossibile raggiungere il capoluogo ligure. Decidemmo di rinviare i festeggiamenti al venerdì, il 21 di febbraio. Ricordo che proprio quella sera iniziarono a diffondersi le prime, allarmanti notizie di casi di contagio in alcuni comuni della Lombardia: eravamo tutti preoccupati, ma nessuno poteva immaginare quanto sarebbe stata grande la tragedia che si stava abbattendo. La cena fu deliziosa, in un’atmosfera familiare e allietata da musica e canto dal vivo, sarebbe stata perfetta se non ci fosse stata quell’ombra scura che aleggiava su di noi e io mi ritrovai a pensare “chissà quando potremo ritrovarci per trascorrere un’altra serata insieme…”, provai un brivido mentre cercavo di allontanare quella sensazione…

 

Quello che successe nei giorni successivi è noto a tutti, io cercherò di raccontare la mia esperienza personale e gli stati d’animo di quei giorni di dolore e di angoscia.

Nessuno, o forse pochi, avevano la consapevolezza di quello che stava accadendo, della portata drammatica di un evento straordinario che avrebbe cambiato le nostre vite per sempre. Mio marito, da qualche mese, era responsabile di due strutture sanitarie, una ad Imperia e l’altra ad Albissola Marina, quindi, pur non essendo medico, era in prima linea: nessun fermo, nessuna possibilità di smart working, del resto non lo avrebbe mai accettato e io nemmeno provai a chiederglielo… In certi momenti bisogna solo trovare il coraggio e la dignità di svolgere il proprio dovere, con responsabilità, con prudenza, ma senza tirarsi indietro. Del resto nella stessa situazione si sono trovati tutti quelli che lavoravano nei supermercati, nei negozi di alimentari, fra le forze dell’ordine, i medici, gli infermieri, tutte quelle attività indispensabili che non avrebbero mai potuto essere sospese.

 

Non nascondo la mia angoscia ogni mattina quando mio marito usciva da casa per tornarci la sera tardi, dividendosi fra le due strutture: lo guardavo allontanarsi con la sua macchina e non potevo fare altro che pregare Dio e affidarlo, affidarci a Lui… Per tre mesi abbiamo vissuto separati in casa, camere diverse, mangiare separatamente, il che non era difficile perché rientrava ad orari quasi impossibili per una cena… Insomma tutte le precauzioni che anche molte altre famiglie avevano adottato in situazioni simili. Ma uno degli aspetti più terribili per me e credo per molti, era proprio la mancanza del contatto umano, una carezza, un abbraccio, quello che conforta nel dolore, nella disperazione e quello che dona gioia nei momenti di vita normale delle persone… Già, la normalità, un concetto che aveva perso il suo significato. Quante volte in quei mesi interminabili ho desiderato il suo abbraccio, addormentarci mano nella mano come facevamo sempre, aprire gli occhi nel cuore della notte e trovarlo accanto: mi sentivo privata di quella che per me era la parte più importante, il mio mondo di affetti, la mia forza più grande. E poi mi tormentava un pensiero, sarà che io non mi faccio mai mancare nulla, infatti mio marito mi prende in giro dicendo che quando arriva a casa trova sempre una fila di pensieri fino alla strada, tutti che si accapigliano per entrare… Bene, dicevo, un pensiero terribile non mi dava pace: e se la vita fosse così crudele da portarci via l’uno dall’altra per via di questo virus e noi non ci saremmo nemmeno potuti più abbracciare? Cosa poteva esserci di più crudele e ingiusto, separati per sempre quaggiù e senza il conforto di un sorriso, una carezza, un atto di amore? Avremmo vissuti distanti per mesi, sospesi in una bolla di sapone e se questa bolla fosse scoppiata a noi cosa sarebbe rimasto? Nulla, avremmo vissuto gli ultimi tempi insieme, ma in fondo lontani perché obbligati a rimanere distanti…  Era qualcosa di insopportabile, di inaccettabile e di terribilmente triste.

 

Forse qualcuno troverà assurdo e ridicolo tutto questo, ma non per noi, noi che abbiamo affrontato ogni cosa, il dolore più grande, quello di perdere un figlio, sempre mano nella mano, cuore nel cuore e solo così abbiamo trovato la forza di dare un senso a quanto umanamente non ne avrebbe. La gente dimentica presto, spesso è indifferente alla sofferenza altrui e allora ti costruisci il tuo porto sicuro dove approdare, dove trovare riparo, quelle braccia forti che ti stringono al cuore e ti fanno sentire tutto l’amore di cui hai bisogno. Ma se il porto, per cause di forza maggiore è inaccessibile, allora ti senti alla deriva, un naufrago sperduto nell’immensità del mare…

 

Grazie a Dio, i proprietari delle due cliniche seguite da mio marito, dal primo momento non hanno lesinato risorse da destinare alla sicurezza, meglio dire in questo caso alla salvezza, degli ospiti e di chi presta servizio nelle strutture. In quel periodo è riuscito a reperire mascherine, guanti, ogni possibile strumento di protezione per gli operatori sanitari che sembravano degli astronauti in quelle tute bianche con il volto nascosto dietro le maschere e i caschi. Hanno provveduto ad isolare immediatamente chiunque avesse anche solo una linea di febbre in un reparto dedicato e grazie al Cielo, sono riusciti a contrastare e contenere la forza terribile e devastante di quel nemico invisibile: nelle cliniche ci sono pazienti anziani, lungodegenti, ospiti temporaneamente in riabilitazione, pazienti psichiatrici e tanto personale impegnato nell’assistenza. Ci sono stati pochi casi di pazienti positivi, alcuni decessi purtroppo, perché anche uno è sempre tanto per chi se ne va e per chi  rimane a piangere, ma si trattava di ospiti con gravi patologie e squilibri cardiovascolari e che spesso risultavano positivi dopo essere stati in ospedale. Gli ultimi casi di pazienti affetti da coronavirus hanno riguardato persone di età compresa fra i 99 e i 102 anni, praticamente asintomatici e guariti perfettamente.

 

Ma quello che è accaduto in questi mesi è stata una lunga onda scura che ha travolto ogni cosa, seminando dolore, angoscia e morte. Si combatteva un nemico invisibile e all’inizio a mani nude, senza strumenti per proteggersi, senza conoscenze adeguate per capire l’entità di quella tragedia. Eravamo impreparati, del resto come si potrebbe essere pronti ad affrontare qualcosa che non si riesce nemmeno ad immaginare, poi ci sono le responsabilità, le mancanze, le cose non dette e non fatte, ma non è questo mio scritto il luogo per analizzarle e non è mia intenzione.

 

Torno spesso con il pensiero ai mesi della chiusura obbligatoria in casa con la libertà di circolazione solo per chi svolgesse certe attività e per le esigenze indispensabili. Ricordo che, nonostante fossimo nei mesi ancora freddi, le giornate erano semplicemente meravigliose, ma non mi dispiaceva pur dovendo rimanere in casa, anzi, credo che se avessimo avuto il solito tempo di marzo e anche di aprile, avremmo patito conseguenze molto peggiori, anche dal punto di vista psicologico. Io credo di essermi salvata anche contemplando la bellezza della natura: pur vivendo in città, abito sul lungomare e quindi ero sempre alla finestra a guardare quella distesa d’azzurro dinnanzi ai miei occhi, albe e tramonti e tutta la vita che palpita fra le acque e il cielo, un incanto. C’erano i gabbiani, acrobati perfetti a disegnare voli maestosi oppure con i piccoli a passeggiare sulla spiaggia deserta. Per ben due volte ho assistito alla danza dei delfini nel tratto di mare davanti a casa, qualcosa di meraviglioso che riempiva gli occhi e il cuore e mi faceva sentire meno sola. Quando l’uomo è stato costretto a chiudersi in casa, la natura ha ripreso il posto che le apparteneva da sempre e la Terra ha iniziato a respirare di nuovo regalandoci le sue straordinarie bellezze. Sarebbe stata l’occasione per imparare, se questa esperienza non è stata abbastanza, non vedo cosa altro potrebbe insegnarci di più. Ma si sa che l’uomo non cambia mai, chi aveva amore e sensibilità per il creato ha compreso quanto sia importante e delicato l’equilibrio dell’ambiente che ci circonda, per gli altri, nessuna lezione potrebbe servire.

 

In questi interminabili mesi, credo che ognuno di noi avrà dei ricordi che rimarranno indelebili, memoria della tragedia vissuta. La situazione imponeva molte restrizioni, fra le quali l’impossibilità di celebrare sante messe con la partecipazione dei fedeli: abbiamo potuto assistere quotidianamente a funzioni trasmesse in televisione o tramite i vari social, certamente mi è stato di grande conforto ascoltare la Parola con il commento di un sacerdote, ho imparato negli anni a trovare sollievo in questo modo, cercando quel messaggio, quel significato che sembrasse proprio rivolto a me, in una particolare situazione. Purtroppo mancava il momento centrale di ogni celebrazione, l’Eucarestia, ma, come dice sempre una mia carissima amica, Suor Teodorina, mettiamo ogni sofferenza, ogni angoscia, in offerta al Signore… Certamente lei è un’anima speciale, uno scricciolo sofferente di tanti malanni, ma sempre con il sorriso e una grande serenità, la sua è testimonianza autentica di vita e di fede, non parole, azioni. A proposito di ricordi di questo periodo, come dimenticare quel momento di preghiera in una Piazza San Pietro deserta, sotto un cielo livido di pioggia, quando Papa Francesco, uomo grande nella sua fragilità, nella sua sofferenza, ha pregato per l’umanità devastata dalla pandemia dinnanzi al Crocifisso di San Marcello al Corso, invocato per la liberazione di Roma dalla peste nel 1521 e l’immagine della Vergine “Salus Populi Romani”. Il Santo Padre invocava la benedizione per il mondo, la salute dei corpi e il conforto dei cuori afflitti e pregava Dio di non lasciarci soli in mezzo alla tempesta. Il virus aveva smascherato la nostra fragilità e vulnerabilità, eravamo tutti sotto lo stesso cielo e la pandemia aveva messo in crisi le nostre false sicurezze, le certezze che credevamo di avere, la nostra arroganza. Papa Francesco invitava tutti a prendere Gesù sulla barca della propria vita e ad essere consapevoli che nessuno si salva da solo in un mondo gravemente malato. Sono immagini che non potranno mai essere cancellate dalla mente e soprattutto dal cuore e le lacrime, anche quelle, erano una supplica al Cielo.

 

E quante lacrime in quei giorni, mesi terribili… Un’altra immagine, fredda, agghiacciante: la lunga, silenziosa e dolorosa processione delle bare portate via sui mezzi militari da Bergamo per le vie deserte di una città ferita al cuore, in ginocchio dinnanzi a un nemico troppo potente e spietato. Questo virus ha aggiunto ancora più dolore alla morte: la solitudine, andarsene senza il conforto di un sorriso, di un abbraccio, di una carezza, senza poter tenere la mano di una persona cara. Ecco questo per me è stato ancora più terribile della malattia e della morte stessa, il passaggio solitario oltre la soglia dell’invisibile in un silenzio desolante, soli di fronte all’ineluttabile. Ne parlavo spesso con mio marito, questo era veramente uno dei pensieri più angoscianti: “Nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia…” così recitano le promesse che si scambiano gli sposi durante il rito del matrimonio ed è difficile immaginare che l’addio possa essere così crudele come quello che hanno vissuto migliaia e migliaia di persone in questi ultimi mesi. Nessuno dovrebbe andarsene via da solo, abbiamo tutti bisogno di amore, di affetto, di tenerezza, di due occhi da guardare fino all’ultimo battito del cuore, di essere accompagnati verso quel viaggio che ognuno fa solo con sé stesso. Ma mi piace credere che in fondo non si vada mai via in solitudine: il buon Dio provvede che qualcuno rimanga accanto, un angelo, una persona amata in vita, una guida che prenda per mano e indichi il cammino verso la luce.

 

Recentemente, nel mese di giugno, una sera si è tenuto un concerto dinnanzi al cimitero monumentale di Bergamo: il Requiem del compositore bergamasco Donizetti, un momento di profonda emozione ricordando le oltre seimila vittime della città, una musica solenne che voleva essere un abbraccio infinito dalla terra al Cielo.

 

Questa è memoria collettiva, assieme a tanti altri momenti: le immagini dei medici e degli infermieri, dei volontari, delle forze dell’ordine, di chiunque sia stato chiamato in prima linea durante questa emergenza, uomini e donne, piccoli e grandi eroi sconosciuti che hanno avuto coraggio, dignità, senso del dovere fino all’estremo sacrificio. Tante persone che hanno operato nel silenzio e nell’anonimato perché il bene non ha nome né volto, ma mani per accogliere, per accarezzare, per confortare, per curare, per accompagnare… Penso ai sacerdoti, cappellani di ospedali, volontari in mezzo alla sofferenza: ricordo un frate anziano e malato che benediva le salme e fotografava una bara dove c’era un uomo, un padre, per far avere alla figlia la traccia di una presenza. Sono storie di dolore e di sofferenza che nessuno potrà mai dimenticare.

 

E poi ci sono altre immagini che ritornano, quelle che ciascuno di noi ha vissuto personalmente. In quei giorni il suono delle ambulanze che correvano a sirene spiegate faceva sussultare perché alle emergenze di sempre, si aggiungeva quella della pandemia, un nemico oscuro e invisibile che non vedevi, ma colpiva come un cecchino appostato per uccidere. Qualche volta l’ambulanza si è fermata davanti al palazzo vicino al nostro: sono scesi gli operatori con le tute bianche e i caschi come gli astronauti, probabilmente era un signore che doveva recarsi in ospedale per dei controlli di routine, ma la procedura era uguale per garantire la massima sicurezza. E poi nella mente si faceva strada l’angoscia, la paura che non sarebbe mai finita, che le urla delle sirene non avrebbero mai smesso…

 

Un giorno si era fermata una macchina e, probabilmente un addetto del comune, affiggeva i manifesti funebri: io in quel momento stavo cercando di lavorare al computer e non ero davanti alla finestra per guardare il mare come facevo spesso. Ad un certo punto però, ho sentito delle voci, cosa rara in quel momento, sembrava una discussione e così ho visto quell’uomo, probabilmente aveva avuto da dire con qualcuno, che imprecava mentre attaccava gli annunci mortuari. Ho provato una pena infinita per quei poveri morti che mi sembravano oltraggiati dalle parole di quell’individuo, nessun rispetto per quei nomi, per quelle vite spezzate. Mi sono tornate d’improvviso alla mente, le figure dei monatti,  individui senza alcuna “pietas” né rispetto umano che portavano via i morti durante la terribile pestilenza narrata dal Manzoni nel suo capolavoro e con loro, in mezzo a tanto squallore e meschinità, una figura femminile che contrastava con la sua dolente tenerezza, la madre di Cecilia che stringeva il corpicino inerme della sua bambina implorando al monatto di avere un poco di riguardo per quella creatura. Rassegnata a un destino che sarebbe stato anche il suo di lì a poche ore, ma composta nel dolore più atroce, una piccola, grande luce nel buio di un’umanità trasformata, avvelenata da un evento drammatico: la purezza della madre di Cecilia e della bimba, è una carezza struggente, dolente, intensa, un fiore delicato che contrasta con il male che tutto il resto sembra contaminare e distruggere.

RITA

 


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 Riflessioni sulla mia Fede. Var.1.doc
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Messaggio Cristiano

REGINA CAELI Piazza San Pietro, Domenica, 18 aprile 2021

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa terza domenica di Pasqua, ritorniamo a Gerusalemme, nel Cenacolo, come guidati dai due discepoli di Emmaus, i quali avevano ascoltato con grande emozione le parole di Gesù lungo la via e poi lo avevano riconosciuto «nello spezzare il pane» (Lc 24,35). Ora, nel Cenacolo, Cristo risorto si presenta in mezzo al gruppo dei discepoli e li saluta: «Pace a voi!» (v. 36). Ma essi sono spaventati e credono «di vedere un fantasma», così dice il Vangelo (v. 37). Allora Gesù mostra loro le ferite del suo corpo e dice: «Guardate le mie mani e i miei piedi – le piaghe –: sono proprio io! Toccatemi» (v. 39). E per convincerli, chiede del cibo e lo mangia sotto i loro sguardi sbalorditi (cfr vv. 41-42).

 

C’è un particolare qui, in questa descrizione. Dice il Vangelo che gli Apostoli “per la grande gioia ancora non credevano”. Era tale la gioia che avevano che non potevano credere che quella cosa fosse vera. E un secondo particolare: erano stupefatti, stupiti; stupiti perché l’incontro con Dio ti porta sempre allo stupore: va oltre l’entusiasmo, oltre la gioia, è un’altra esperienza. E questi erano gioiosi, ma una gioia che faceva pensare loro: no, questo non può essere vero!… È lo stupore della presenza di Dio. Non dimenticare questo stato d’animo, che è tanto bello.

 

Questa pagina evangelica è caratterizzata da tre verbi molto concreti, che riflettono in un certo senso la nostra vita personale e comunitaria: guardare, toccare e mangiare. Tre azioni che possono dare la gioia di un vero incontro con Gesù vivo.

 

Guardare. “Guardate le mie mani e i miei piedi” – dice Gesù. Guardare non è solo vedere, è di più, comporta anche l’intenzione, la volontà. Per questo è uno dei verbi dell’amore. La mamma e il papà guardano il loro bambino, gli innamorati si guardano a vicenda; il bravo medico guarda il paziente con attenzione… Guardare è un primo passo contro l’indifferenza, contro la tentazione di girare la faccia da un’altra parte, davanti alle difficoltà e alle sofferenze degli altri. Guardare. Io vedo o guardo Gesù?

 

Il secondo verbo è toccare. Invitando i discepoli a toccarlo, per constatare che non è un fantasma – toccatemi! –, Gesù indica a loro e a noi che la relazione con Lui e con i nostri fratelli non può rimanere “a distanza”, non esiste un cristianesimo a distanza, non esiste un cristianesimo soltanto sul piano dello sguardo. L’amore chiede il guardare e chiede anche la vicinanza, chiede il contatto, la condivisione della vita. Il buon samaritano non si è limitato a guardare quell’uomo che ha trovato mezzo morto lungo la strada: si è fermato, si è chinato, gli ha medicato le ferite, lo ha toccato, lo ha caricato sulla sua cavalcatura e l’ha portato alla locanda. E così con Gesù stesso: amarlo significa entrare in una comunione di vita, una comunione con Lui.

 

E veniamo allora al terzo verbo, mangiare, che esprime bene la nostra umanità nella sua più naturale indigenza, cioè il bisogno di nutrirci per vivere. Ma il mangiare, quando lo facciamo insieme, in famiglia o tra amici, diventa pure espressione di amore, espressione di comunione, di festa... Quante volte i Vangeli ci presentano Gesù che vive questa dimensione conviviale! Anche da Risorto, con i suoi discepoli. Al punto che il Convito eucaristico è diventato il segno emblematico della comunità cristiana. Mangiare insieme il corpo di Cristo: questo è il centro della vita cristiana.

 

Fratelli e sorelle, questa pagina evangelica ci dice che Gesù non è un “fantasma”, ma una Persona viva; che Gesù quando si avvicina a noi ci riempie di gioia, al punto di non credere, e ci lascia stupefatti, con quello stupore che soltanto la presenza di Dio dà, perché Gesù è una Persona viva. Essere cristiani non è prima di tutto una dottrina o un ideale morale, è la relazione viva con Lui, con il Signore Risorto: lo guardiamo, lo tocchiamo, ci nutriamo di Lui e, trasformati dal suo Amore, guardiamo, tocchiamo e nutriamo gli altri come fratelli e sorelle. La Vergine Maria ci aiuti a vivere questa esperienza di grazia.

 

Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle!

Ieri, nell’Abbazia di Casamari, sono stati proclamati Beati Simeone Cardon e cinque compagni martiri, monaci cistercensi di quell’Abbazia. Nel 1799, quando soldati francesi in ritirata da Napoli saccheggiarono chiese e monasteri, questi miti discepoli di Cristo resistettero con coraggio eroico, fino alla morte, per difendere l’Eucaristia dalla profanazione. Il loro esempio ci spinga a un maggiore impegno di fedeltà a Dio, capace anche di trasformare la società e di renderla più giusta e fraterna. Un applauso ai nuovi Beati!

 

E questa è una cosa triste. Seguo con viva preoccupazione gli avvenimenti in alcune aree dell’Ucraina orientale, dove negli ultimi mesi si sono moltiplicate le violazioni del cessate-il-fuoco, e osservo con grande inquietudine l’incremento delle attività militari. Per favore, auspico fortemente che si eviti l’aumento delle tensioni e, al contrario, si pongano gesti capaci di promuovere la fiducia reciproca e favorire la riconciliazione e la pace, tanto necessarie a tanto desiderate. Si abbia a cuore anche la grave situazione umanitaria in cui versa quella popolazione, alla quale esprimo la mia vicinanza e per la quale vi invito a pregare. Ave Maria…

 

Oggi si celebra in Italia la Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che da cento anni svolge un prezioso servizio per la formazione delle nuove generazioni. Possa continuare a svolgere la sua missione educativa per aiutare i giovani ad essere protagonisti di un futuro ricco di speranza. Benedico di cuore il personale, i professori e gli studenti dell’Università Cattolica.

 

E ora un cordiale saluto a tutti voi, romani e pellegrini…, brasiliani, polacchi, spagnoli…, e vedo un’altra bandiera lì… Grazie a Dio possiamo ritrovarci di nuovo in questa piazza per l’appuntamento domenicale e festivo. Vi dico una cosa: mi manca la piazza quando devo fare l’Angelus in Biblioteca. Sono contento, grazie a Dio! E grazie a voi per la vostra presenza… Ai ragazzi dell’Immacolata che sono bravi… E a tutti auguro una buona domenica. Per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

Papa Francesco 


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