2020, Giovedì, 13 Agosto
Misericordiosi come il Padre


Padre Bonaventura, il primo figlio religioso di Chiara

"L´amore è la più potente forza del mondo: scatena, attorno a chi lo vive, la pacifica rivoluzione cristiana" CL

Dal blog di Fabio Ciardi

 
L’ho ricordato pochi giorni fa in occasione del suo onomastico: p. Bonaventura Marinelli. Ieri è partito per il cielo, a 100 anni di età, per festeggiare in paradiso il centenario di Chiara, sua inseparabile coetanea. Che amicizia profonda e fedele!
Avendo vissuto a Trento nel convento dei Cappuccini dal 1942 al 1946 come studente di teologia e giovane padre, è stato, come amava dire, “testimone oculare, però a distanza”, degli inizi del Movimento dei Focolari. A distanza perché in quegli anni non erano consentiti grandi contatti. Eppure testimone oculare perché vedeva come vivevano quelle straordinarie “terziarie francescane”.
 
“Dopo il bombardamento del ‘44 – racconta in una lunga conversazione – avevamo Chiara e le sue compagne sempre sotto gli occhi. Venivano a Messa, non nella nostra Chiesa, che era distrutta dai bombardamenti, ma nella sacrestia, che era anche più piccola ed eravamo anche più vicini. Ricordo che per me era ogni volta una impressione molto profonda. Per natura sono abbastanza timido ed ho difficoltà nell’incontro, eppure ricordo che andando alla ‘questua’, durante l’estate, dal ‘43 in poi, mi diventava sempre più facile incontrare le famiglie, la gente, i bambini ecc. Non era dovuto alla mia natura; questo nuovo modo di vedere mi veniva dalla vita che vedevo in Chiara e le sue compagne.

 

Nel ‘46, i miei superiori mi mandarono in Svizzera all’università, ero già sacerdote da un anno. I primi mesi ricevevo lettere dai miei compagni, coi quali avevo fatto il patto di unità. Ad un certo momento, il vuoto, il silenzio: era cominciata l’inchiesta del Sant’Ufficio, ma io non lo sapevo. Da parte mia è stato uno scivolare progressivo in un senso di desolazione inesprimibile. Fino al 23 Aprile del ‘48. Ero andato a Trento per le votazioni e quella mattina, prima di tornare in Svizzera, mi sono incontrato con Chiara. Mi ha rimesso nella festa ma in un modo più profondo, ho capito che quel che vale è amare. Sembrava di toccare il cielo col dito. Arrivato a Friburgo le ho scritto una lettera, la prima lettera”.
 
Inizia così una corrispondenza che ha consentito a Chiara di comunicare quando viveva in quel periodo. Grazie a p. Bonaventura oggi abbiamo un patrimonio inestimabile di scritti, alcuni notissimi, come la lettera del 30 marzo 1948, quando gli confida: “Il libro di Luce che il Signore va scrivendo nella mia anima ha due aspetti: una pagina lucente di misterioso amore: Unità. Una pagina lucente di misterioso dolore: Gesù abbandonato”.
 
Quelle lettere testimoniano il rapporto profondo che si è presto instaurato tre i due. 11 maggio 1948: “La sua lettera m’ha confermato il pensiero che m’ero fatto dell’anima sua, molto amata dal Signore e vorrei in un attimo, in un baleno donarle tutto il mio, tutto quello che Dio ha edificato in me sfruttando il mio nulla, la mia debolezza, la mia miseria. (…) Quello che dunque oggi le voglio scrivere è che l’unità che Dio ha fatto, non dobbiamo romperla. (…) S. Francesco non è contento finché Lei non lo rivive e non Lo fa rivivere nei fratelli suoi. – Incominci. Riuscirà.
 
8 settembre sempre del 1948: “Quanta gioia mi ha dato per mezzo della sua lettera. C’è Gesù. L’ho provato nella sua sete di ‘vita’, nell’ottimismo che contiene e pullula qua e là, soprattutto nella pace che genera il desiderio di amarlo di più, di più. Stia certissimo che – finché non lascio Gesù (e quando sarà mai? In Paradiso l’avrò ancor più) – non lascio di seguire con occhio vigile e fraterna cura, l’anima sua”.
 
27 gennaio 1951: “Non può immaginare quanto la sua anima stia ‘penetrando’ (letteralmente! ... quasi da sentirne fisicamente l’effetto!) nella mia”.
 
Ricordo la gioia di quando si incontravano e con normalità parlavano fra di loro in trentino… Coetanei, eppure lui si sentiva discepolo e lei sua madre. In una delle prime lettere Chiara si firmò semplicemente “s.m.”, che Bonaventura interpretò subito come “sua madre”. Le risposte firmandosi "s.f.", e anche Chara comprese.
Lucia ricorda che Chiara, salutandolo nel 2000, disse: “Il mio primo figlio religioso!”.
                                                                                                
Una vita lunga, quella di p. Bonaventura, che lo ha visto professore di Sacra Scrittura, traduttore dal tedesco di commentari biblici, con incarichi importanti nel suo Ordine: provinciale, formatore, definitore generale… Poi chiamato da Chiara a dirigere il Centro internazionale di spiritualità per i religiosi a Castelgandolfo e a Loppiano… 
Schivo e di straordinaria umiltà, ha saputo testimoniare senza ostentazione e con sincerità l’Ideale che Chiara gli aveva trasmesso. “Vero bambino evangelico, nella sapienza e semplicità di vita”, ha scritto fra Alessandro.
 
I ricordi personali non mancano, a cominciare da quando nel 1978 andammo insieme in Canada, per un mese intero, ad animare una scuola di formazione per religiosi. Ho poi vissuto in comunità con lui a Castelgandolfo. Tra l’altro nel mio diario, in data 10 novembre 1999, quando già ci aveva lasciato per una nuova volontà di Dio, leggo di una sua visita: “Arriva Bonaventura, ed è aria di festa, come al solito”. Mi ha compito quel “come al solito”.
Ma forse il momento più bello è stato il 18 marzo 2008, quando abbiamo partecipato insieme al funerale di Chiara a san Paolo fuori le mura. Al termine della celebrazione mi chiese di accompagnarlo alla bara, infrangendo il rigido protocollo. Era ormai anziano e faceva difficoltà ad abbassarsi, ma giunto alla bara si inginocchiò, l’abbracciò e la baciò. Anch’io allora mi inginocchiai a baciare la bara (ma l’espressione non rende… era proprio baciare Chiara). Fu come si rompesse una diga: tutti iniziarono a circondare la bara e a baciarla… Ma quello di Bonaventura rimase il gesto unico del figlio verso la madre.
Anche a me ha voluto sempre bene. In una delle ultime lettere mi scriveva: «Ti ricordo e ti ricorderò sempre con riconoscenza e spero di aver ancora la gioia di incontrarti personalmente. Questa mattina ti ho affidato in modo particolare a s. Francesco. Un abbraccio!  In G.A. e Risorto”.
 
 
L’aveva detto Gesù: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 21).
Eccolo il Regno dei cieli: un tesoro capace di appagare ogni desiderio.
Per il contadino e il mercante delle parabole è una gioia trovare il tesoro nascosto, la perla preziosa: sono pronti a vendere tutto per avere quanto hanno trovato.
Più avanti nel Vangelo un altro troverà il tesoro, e questa volta siamo fuori parabola, è una persona vera, un giovane, che ha trovato il tesoro vero, Gesù. Che altro gli rimane se non vendere tutto, come hanno fatto contadino e mercante della parabola? È proprio questo l’invito di Gesù: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Mt 19, 21).
 
Un tesoro da una parte e le nostre piccole cosa dall’altra… Il Regno dei cieli richiede sempre una scelta.
Per gli angeli, alla fine dei tempi, sarà facile separare i buoni dai cattivi, come fanno i pescatori che scelgono i pesci, perché la scelta l’abbiamo già fatta noi.
Ci conviene scegliere subito e dire, con la vita e con le labbra e col cuore: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene” (cf Sal 15, 2), perché “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”.

 

 
Maria Maddalena, Apostolorum Apostola

L’incontro della Maddalena col Risorto mostra un ulteriore tratto dell’amore di questa donna. Ella strinse a sé Gesù in maniera così forte che egli fu costretto a chiederle di non trattenerlo, perché doveva tornare al Padre.

 

Come tante altre donne del vangelo, anche lei ha bisogno di un contatto fisico con Gesù, rispondente alla realtà di un Dio che si è incarnato: le donne gli lavano i piedi, lo cospargono di unguenti, e una volta risorto gli prendono i piedi e lo adorano (cf. Mt 28, 9). Gli apostoli invece rimangono come paralizzati davanti al Risorto e dev’essere Gesù a domandare loro di toccarlo, di prendere contatto con la realtà della sua incarnazione, presente anche dopo la risurrezione: «Sono proprio io! Toccatemi» (Lc 24, 39). Maria Maddalena non ha bisogno di questo invito, al pari delle altre donne che baciano spontaneamente i piedi al Signore Risorto, lo abbraccia e lo tiene stretto a sé.
Questo episodio ci ricorda che Gesù non è un’idea, una dottrina, ma una persona concreta, Dio fatto uomo, entrato nella nostra storia, che ha assunto la nostra umanità con tutte le sue debolezze.
 
 
A me piace la devozione semplice della nostra gente, che ha bisogno di toccare le immagini, segno del bisogno di esprimere l’amore con concretezza.
L’amore vero è concreto, sa prendersi cura delle persone amate “toccando” le loro necessità, servendole nella quotidianità, facendosi “prossimi” ad esse, vicini, attenti, consolando, aiutando, condividendo…
 
Ora che Maria di Magdala ha ritrovato il suo Signore, ora che ha sperimentato in maniera nuova il suo amore personale – si è sentita chiamare per nome –, ora che, avendolo potuto toccare, ha scoperto che egli è vivo, anche se in maniera nuova rispetto alla vita di prima, ora può annunciarlo ai discepoli.
Ecco un’ulteriore sua caratteristica: è annunciatrice della Buona Novella: “il Signore è risorto e vivente!”
Il suo non è tuttavia un annuncio astratto, di pura dottrina, come di qualcuno che ha imparato grazie allo studio o per aver ricevuto una conoscenza grazie a un insegnamento.
La sua è una testimonianza diretta, personale: «Ho visto il Signore!».
L’annuncio autentico presuppone l’esperienza di ciò che si annuncia.
Maria di Magdala è “Apostolorum Apostola” perché trasmette agli apostoli quanto ha vissuto: l’incontro personale con il Risorto.
«Il Signore ci dia la grazia, a tutti noi – ha chiesto papa Francesco –, di poter dire con la nostra vita: “Ho visto il Signore”, non perché mi è apparso, ma perché “l’ho visto dentro al cuore”».
 
 
Tre anni fa, per volere di papa Francesco, la memoria liturgica di Maria Maddalena è stata elevata a ruolo di festa, come per gli apostoli. “Apostolorum Apostola” l’ha infatti chiamata san Tommaso d’Aquino. La motivazione del passaggio da festa a solennità è stata motivata «per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata».
 
La tradizione latina, a cominciare da san Gregorio Magno, ha identificato in una sola persona la donna peccatrice che nella casa di Simone unse i piedi di Gesù e li lavò con le sue lacrime, Maria di Betania e Maria di Magdala. Tre donne che nei Vangeli appaiono ben distinte l’una dall’altra.
Di Maria di Magdala sappiano soltanto che, guarita da una grave malattia, ritenuta opera dei demoni, aveva preso a seguire Gesù, assieme ad altre donne. Benché esse fossero numerose, lungo i Vangeli la Maddalena è quasi sempre nominata per prima, come fosse alla testa di quel gruppo, leader indiscusso.
Maria è dunque una discepola, grata a Gesù per l’amore che le aveva dimostrata guarendola dal male.
 
Abitualmente i maestri di allora avevano soltanto discepoli uomini al loro seguito. Gesù invece ammette nella sua cerchia anche le donne, operando un autentico cambiamento di mentalità. Esse lo seguono al pari degli apostoli e degli altri discepoli, ascoltano le sue parole, condividono con lui e con gli altri i propri beni, fanno parte in tutto della nuova famiglia, del nuovo popolo di Dio che Gesù è venuto a formare.
Gesù non ha preclusioni, tutti possono seguirlo ed entrare a far parte della sua famiglia, anche i pubblicani e i peccatori (cfr. Mt 9, 10-13). Ormai non conta più essere d’un popolo o di un altro, schiavo o libero, uomo o donna; Gesù ci ha resi tutti uno in lui (cfr. Gal 3, 28).
Le donne hanno contraccambiato la sua fiducia nei loro confronti. A differenza degli uomini lo hanno seguito fino ai piedi della croce, accompagnandolo nella sepoltura e incamminandosi di nuovo per andare a visitarne la tomba.
Che cosa le ha motivate? Certamente l’amore: la consapevolezza dell’immenso amore di Gesù per loro e la risposta generosa del loro amore verso di lui.
 
Maria di Magdala ne è il modello perfetto. Gesù le ha mostrato il suo amore guarendola e lei lo ha riamato fino alla fine: Matteo e Marco la nominano per prima fra le donne che sono ai piedi della croce. Ma a lei non basta vederlo morire, vuole prendersi cura anche del suo corpo sepolto. Non trovandolo più nella tomba va a riferirlo a Pietro, senza rassegnarsi della sua scomparsa. Torna verso la tomba e continua nella disperatamente ricerca.
 
È l’icona della sposa del Cantico dei Cantici che, una volta smarrito l’amato, si mette alla sua ricerca: «Mi alzerò e perlustrerò la città, i vicoli, le piazze, ricercherò colui che amo con tutta l’anima… voglio cercare l’amore dell’anima mia». Non lo trova, eppure non si dà pace e continua nella ricerca: «Mi incontrarono i vigili di ronda in città: “Avete visto colui che amo con tutta l’anima?”».
Come quello della sposa del Cantico anche l’amore di Maria è un amore appassionato, perseverante e, proprio per questo, è presto ricompensato.
“Maria”! Si sente chiamare per nome. È Gesù che la chiama per nome. Sì, Gesù la conosce per nome, mostrando così un amore tutto personale. Per Gesù non esiste la gente, conosce ognuno per nome, conosce anche ognuno di noi, personalmente.
Papa Francesco commentava così l’incontro del Maestro con Maria di Magdala: “Com’è bello pensare che la prima apparizione del Risorto – secondo i vangeli – sia avvenuta in un modo così personale! Che c’è qualcuno che ci conosce, che vede la nostra sofferenza e delusione, e che si commuove per noi, e ci chiama per nome. È una legge che troviamo scolpita in molte pagine del vangelo. Intorno a Gesù ci sono tante persone che cercano Dio; ma la realtà più prodigiosa è che, molto prima, c’è anzitutto Dio che si preoccupa per la nostra vita, che la vuole risollevare, e per fare questo ci chiama per nome, riconoscendo il volto personale di ciascuno. Ogni uomo è una storia di amore che Dio scrive su questa terra. Ognuno di noi è una storia di amore di Dio. Ognuno di noi Dio chiama con il proprio nome: ci conosce per nome, ci guarda, ci aspetta, ci perdona, ha pazienza con noi. È vero o non è vero? Ognuno di noi fa questa esperienza” (17 maggio 2017).
 
Sì, in questa pagina di Vangelo tutti noi possiamo specchiarci e riconoscerci. Non siamo anche noi alla ricerca di Gesù? Non vogliamo anche noi incontrarlo? Tanti l’abbiamo già trovato, siamo già suoi discepoli. Eppure a volte lo smarriamo, o lo sentiamo lontano. Abbiano l’impressione che ci abbia abbandonato, che non ascolti più la nostra preghiera. Altre volte siamo noi ad abbandonarlo con i nostri peccati, con scelte sbagliate o semplicemente con il sopraggiungere di una qualche indifferenza o stanchezza.
Che tristezza se ci lasciassimo scoraggiare, se non confidassimo nella sua misericordia, se non si risvegliasse in noi il desiderio di cercarlo, di incontrarlo ancora, di ricominciare un rapporto nuovo, più profondo. L’amore non si rassegna mai alla perdita dell’amato.
Quando Maria Maddalena, dopo lo smarrimento, ha ritrovato il Signore, ha provato una gioia mai provata prima ed è nato un legame così profondo che niente ha più potuto spezzare, neppure la morte.
Così per noi. Un amore ritrovato dopo la prova, anche dopo il tradimento, può essere ancora più bello, purificato, tutto intriso di misericordia. Basta non arrendersi, perseverare nella ricerca, come ci insegna Maria di Magdala.
 
 
 
Sette parabole per un Regno
Ma cos’è questo Regno dei cieli?
Per capirlo occorre entrarvi. Le realtà del cielo si vivono e quando si vivono si capiscono.
Piuttosto che spiegare il Regno dei cieli Gesù offre alcune coordinate per incamminarsi verso di esso, ne suscita il desiderio, ne indica la strada.
Ed ecco le parabole: la semina, la zizzania, la senape, il lievito, il tesoro, la perla, la rete. Semplice, vero? Sette parabole, sette punti convergenti verso il Regno dei cieli, che lasciano il campo aperto all’intuizione: chi capisce capisce… Ci vuole un cuore puro.
 
Così “il Regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò” (Mt 13, 24-43).
È simile. Il Regno dei cieli è tutta un’altra cosa. Intanto però la parabola fa riflettere su cosa accade lungo la strada verso il Regno dei cieli.
 
Nel nostro cammino si parte bene, come quando in un campo si semina il grano.
Però nella nostra vita c’è sempre qualcosa che non va, che intralcia il cammino, come quando in un campo spunta la zizzania che conosciamo meglio come loglio.
Come mai spunta questa erbaccia? Perché c’è qualcuno che lavora contro.
Il male è terribile, spunta sempre, in noi e attorno a noi e ci fa paura, ci taglia le gambe.
Ci prende lo scoraggiamento.
 
Cosa fare?
Inutile arrabbiarsi, disperarsi perché le cose non vanno come vorremmo.
Vorremmo essere diversi, migliori. E vorremmo che anche attorno a noi le cose fossero diverse, migliori.
Gesù ci insegna ad accettare la situazione, fatta di limiti, di difficoltà, di tentazioni, di sbagli e ad andare avanti, avendo fiducia nel dono di Dio.
Devo credere che ciò che Dio ha seminato in me è più forte di ogni avversità, devo credere che il bene è più forte del male. Devo credere all'amore di Dio!
Nel Regno dei cieli, in modo misterioso ma sicuro, alla lunga il bene vince sul male: rimane solo l’amore, il resto brucerà come erbacce secche.
 
 
Su quella panchina rossa - L’anno scorso eravamo a Tonadico, per ricordare i 70 anni di quella straordinaria esperienza nota come Paradiso ’49.
Per quella occasione scrissi un pezzo teatrale che rappresentammo nella chiesa di Transacqua.
Diedi voce ai protagonisti di quell'estate 1949, tra i quali:
 
Lia: E venne in montagna Foco. Innamorato di Santa Caterina da Siena, aveva cercato per tutta la vita una vergine da poter seguire. Aveva invidiato la “allegra brigata”, d’uomini e donne d’ogni condizione che aveva seguito la santa senese. Avrebbe voluto essere nato in quel tempo ed essere uno di loro. Ormai aveva più di 50 anni. Deputato in parlamento, scrittore, sposato e padre di quattro figli, era una persona famosa nel mondo politico, culturale, ecclesiale. Non aveva smesso di cercare a ora finalmente aveva trovato. Propose così a Chiara di farle voto d’obbedienza per “legarsi stretto” a lei, come diceva Caterina, per farsi santi insieme. “Santi in due?”, pensò Chiara. “Il mio ideale è un altro: non due uno, ma tutti uno. E perché un voto d’obbedienza a me?”.
Ma forse quel desiderio veniva veramente da Dio.
 
Chiara: Facciamo così, le propose Chiara. Domani andremo in chiesa ed a Gesù Eucaristia che verrà nel mio cuore, come in un calice vuoto, io dirò: “Sul nulla di me patteggia tu unità con Gesù Eucaristia nel cuore di Foco. E fa in modo, Gesù, che venga fuori quel legame fra noi che tu sai”. E tu, Foco, fa altrettanto.
 
Foco: “ E tu Foco, fa altrettanto” Così facemmo. Subito dopo entrai in convento per incontrare i frati. Quando uscii Chiara era ancora lì che mi aspettava. “Vieni”, mi disse e la seguii lungo il breve sentiero che porta al torrente Canali. Si fermò sulla panchina rossa lungo l’argine e mi fece cenno di sederle accanto. “Sai dove siamo?”, mi chiese. Avrei potuto risponderle che eravamo a Tonadico, sulle Dolomiti, seduti su una panchina rossa al sole del primo mattino, ma intuii che stava per raccontarmi qualcosa di importante. Doveva essere accaduto durante la messa alla quale poco prima avevano partecipato nella chiesa di Sant’Antonio, lì a due passi, dopo che avevano lasciato che Gesù Eucarestia facesse su di noi quel patto d’unità che lei aveva suggerito.
No, non sapevo dove eravamo. “Dove siamo, Chiara?”.
“Siamo entrati nel Seno del Padre. Mi è apparso agli occhi dell’anima (ma è come l’avessi vista con gli occhi fisici) come una voragine immensa, cosmica. Ed era tutto oro e fiamma sopra, sotto…”.
Perché mi chiedeva “Sai dove siamo?”, quando era stata lei a entrare nel seno del Padre? Perché non mi diceva “Sai dove sono?”. Davvero ero entrato con lei? Eravamo davvero uno come avevo sognato?
Era il 16 luglio 1949.
 
Anch’io oggi mi siederò di nuovo su quella panchina rossa lungo il torrente, e lascerò che Chiara mi racconti di nuovo dove mi ha portato.


 

Versione senza grafica
Versione PDF


<<<  Torna alla pagina precedente

Home - Cerca  
Messaggio Cristiano

Angelus, Piazza San Pietro, Domenica 9 Agosto 2020

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

 

Il brano evangelico di questa domenica (cfr Mt 14,22-33) narra di Gesù che cammina sulle acque del lago in tempesta. Dopo aver sfamato le folle con cinque pani e due pesci – come abbiamo visto domenica scorsa –, Gesù ordina ai discepoli di salire sulla barca e ritornare all’altra riva. Lui congeda la gente e poi sale sulla collina, da solo, a pregare. Si immerge nella comunione con il Padre.

 

Durante la traversata notturna del lago, la barca dei discepoli rimane bloccata da un’improvvisa tempesta di vento. Questo è abituale, sul lago. A un certo punto, essi vedono qualcuno che cammina sulle acque venendo verso di loro. Sconvolti pensano sia un fantasma e gridano per la paura. Gesù li rassicura: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora – Pietro, che era così deciso – risponde: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Una sfida. E Gesù gli dice: «Vieni!». Pietro scende dalla barca e fa alcuni passi; poi il vento e le onde lo spaventano e comincia ad affondare. «Signore, salvami!», grida, e Gesù lo afferra per la mano e gli dice: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

 

Questo racconto è un invito ad abbandonarci con fiducia a Dio in ogni momento della nostra vita, specialmente nel momento della prova e del turbamento. Quando sentiamo forte il dubbio e la paura ci sembra di affondare, nei momenti difficili della vita, dove tutto diventa buio, non dobbiamo vergognarci di gridare, come Pietro: «Signore, salvami!» (v. 30). Bussare al cuore di Dio, al cuore di Gesù: «Signore, salvami!». È una bella preghiera. Possiamo ripeterla tante volte: «Signore, salvami!». E il gesto di Gesù, che subito tende la sua mano e afferra quella del suo amico, va contemplato a lungo: Gesù è questo, Gesù fa questo, Gesù è la mano del Padre che mai ci abbandona; la mano forte e fedele del Padre, che vuole sempre e solo il nostro bene. Dio non è il grande rumore, Dio non è l’uragano, non è l’incendio, non è il terremoto – come ricorda oggi anche il racconto sul profeta Elia –; Dio è la brezza leggera – letteralmente dice così: è quel “filo di silenzio sonoro” – che non si impone ma chiede di ascoltare (cfr 1 Re 19,11-13). Avere fede vuol dire, in mezzo alla tempesta, tenere il cuore rivolto a Dio, al suo amore, alla sua tenerezza di Padre. Gesù, questo voleva insegnare a Pietro e ai discepoli, e anche a noi oggi. Nei momenti bui, nei momenti di tristezza, Lui sa bene che la nostra fede è povera – tutti noi siamo gente di poca fede, tutti noi, anch’io, tutti – e che il nostro cammino può essere travagliato, bloccato da forze avverse. Ma Lui è il Risorto! Non dimentichiamo questo: Lui è il Signore che ha attraversato la morte per portarci in salvo. Ancora prima che noi cominciamo a cercarlo, Lui è presente accanto a noi. E rialzandoci dalle nostre cadute, ci fa crescere nella fede. Forse noi, nel buio, gridiamo: “Signore! Signore!”, pensando che sia lontano. E Lui dice: “Sono qui!”. Ah, era con me! Così è il Signore.

 

La barca in balia della tempesta è immagine della Chiesa, che in ogni epoca incontra venti contrari, a volte prove molto dure: pensiamo a certe lunghe e accanite persecuzioni del secolo scorso, e anche oggi, in alcune parti. In quei frangenti, può avere la tentazione di pensare che Dio l’abbia abbandonata. Ma in realtà è proprio in quei momenti che risplende maggiormente la testimonianza della fede, la testimonianza dell’amore, la testimonianza della speranza. È la presenza di Cristo risorto nella sua Chiesa che dona la grazia della testimonianza fino al martirio, da cui germogliano nuovi cristiani e frutti di riconciliazione e di pace per il mondo intero.

 

L’intercessione di Maria ci aiuti a perseverare nella fede e nell’amore fraterno, quando il buio e le tempeste della vita mettono in crisi la nostra fiducia in Dio.

 

Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

il 6 e il 9 agosto del 1945, 75 anni fa, avvennero i tragici bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Mentre ricordo con commozione e gratitudine la visita che ho compiuto in quei luoghi lo scorso anno, rinnovo l’invito a pregare e a impegnarsi per un mondo totalmente libero da armi nucleari.

 

In questi giorni il mio pensiero ritorna spesso al Libano – lì vedo una bandiera del Libano, un gruppo di libanesi. La catastrofe di martedì scorso chiama tutti, a partire dai Libanesi, a collaborare per il bene comune di questo amato Paese. Il Libano ha un’identità peculiare, frutto dell’incontro di varie culture, emersa nel corso del tempo come un modello del vivere insieme. Certo, questa convivenza ora è molto fragile, lo sappiamo, ma prego perché, con l’aiuto di Dio e la leale partecipazione di tutti, essa possa rinascere libera e forte. Invito la Chiesa in Libano ad essere vicina al popolo nel suo Calvario, come sta facendo in questi giorni, con solidarietà e compassione, con il cuore e le mani aperte alla condivisione. Rinnovo inoltre l’appello per un generoso aiuto da parte della comunità internazionale. E, per favore, chiedo ai vescovi, ai sacerdoti e ai religiosi del Libano che stiano vicini al popolo e che vivano con uno stile di vita improntato alla povertà evangelica, senza lusso, perché il vostro popolo soffre, e soffre tanto.

 

Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi – tante bandiere qui – famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni. In particolare, saluto i giovani di Pianengo, in diocesi di Crema – eccoli…, rumorosi! –, che hanno percorso la via Francigena da Viterbo a Roma. Bravi, complimenti!

 

Invio un cordiale saluto ai partecipanti al Tour de Pologne – tanti polacchi ci sono qui!, gara ciclistica internazionale che quest’anno è disputata in ricordo di San Giovanni Paolo II nel centenario della sua nascita.

 

A tutti voi auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

 Francesco


Questo sito web fa uso di cookie tecnici 'di sessione', persistenti e di Terze Parti.
Non fa uso di cookie di profilazione.
Proseguendo con la navigazione intendi aver accettato l'uso di questi cookie.
OK
No, desidero maggiori informazioni