Cronaca Bianca


P. Ermes Ronchi

Esercizi Spirituali, 6/11 Marzo 2016

ESERCIZI SPIRITUALI della curia romana con la presenza del Papa

Ariccia, Casa del Divino Maestro, 6/11 Marzo 2016

Sintesi delle meditazioni tenute da padre Ermes Ronchi, dell’Ordine dei Servi di Maria, su alcune domande del Vangelo:

 

  • «Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: Che cosa cercate?» (Gv, 1, 38);
  •  «Perché avete paura, non avete ancora fede?» (Mc, 4, 40);
  • «Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde sapore, con che cosa lo si renderà salato?» (Mt, 5, 13);
  • «Ma voi, chi dite che io sia?» (Lc, 9, 20);
  • «E volgendosi verso la donna, disse a Simone: vedi questa donna?» (Lc, 7, 44);
  • «Gesù domandò ai discepoli: Quanti pani avete? » (Mc, 6, 38; Mt 15, 34);
  • «Allora Gesù si alzò e le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? » (Gv, 8, 10);
  • «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv, 20, 15);
  • «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?» (Gv, 21, 16);
  • «Maria disse all’angelo: Come avverrà questo?» (Lc, 1, 34).

(V. Allegato) 

 

 

Convegno dei Religiosi, Genova, 25 Aprile 2015

 

Il mio buongiorno a tutti e a tutte e la mia trepidazione nell’essere davanti a una assemblea così che immagino, sento, intensa; che sa più di me quello che è la vita religiosa. Ma io parlerò della mia esperienza e non di una teoria.

 

A me piace vivere. La vita è bella e la mia vita è stata bellissima. Una avventura piena di volti, di orizzonti, di esperienze. Quando facevo il bracciante agricolo nelle vigne del Monferrato, lo spazzino comunale in Canada, il cuoco o il boscaiolo o il docente universitario: non conta quello che fai ma “come” lo fai. A Dio piacciono gli avverbi più che i verbi: la qualità.

 

E riprendo la “borraccia” che mi ha lanciato il dott. Folena. La mia “Galilea”. Qual è stata la mia Galilea? Io ho avuto due vocazioni. Sono entrato in Seminario a dieci anni, salendo sul carretto tirato da un cavallo dei frati della Grazie di Udine. Era la questua della legna che serviva per la cucina e le stufe del convento. Un fraticello, fra Valentino, tornava ogni anno nel mio paese di boschi e di colline. La mia seconda vocazione risale a dieci anni dopo.

 

Avevo finito il liceo classico in convento, avevo vent’anni e mi sono innamorato. Ho deciso di andare dove il cuore mi diceva che avrei trovato la felicità. Ho lasciato il convento, sono tornato al paese ed è successo qualcosa… Era d’agosto, era la stagione del fieno, quando si falciava con la falce un pezzettino al giorno sulla collina e stavo rastrellando il fieno da solo; una collina ad anfiteatro, mi ricordo il luogo; erano le tre del pomeriggio e ho avuto una rivelazione improvvisa, luminosa. La certezza che la mia vita avrebbe avuto pienezza di significato, di scopo, di fioritura, di frutti solo buttandomi, tutto, nel vangelo.

 

Sono rimasto lì immobile, nel profumo del fieno, attorno saltavano le cavallette e io ho cominciato a sentire che dentro di me saltava di gioia, danzava, il mio futuro con Dio. Ecco, la mia seconda vocazione è stata così. Una scelta tra due amori, nel nome di un amore più grande. E amore vero cos’è? Dice Rilke: “Ti ama davvero chi ti costringe a diventare il meglio di ciò che puoi diventare”.

 

Ho sentito questo in me. E sono frate oggi perché sono convinto che la mia vita ha pienezza così. Sono “Servo di Santa Maria” per pienezza non per dovere. E’ un piacere non è una fatica. E ne è valsa la pena perché posso dire, in tutta verità, che incontrare Gesù Cristo, è stato l’affare migliore della mia vita. E ho tanto cercato ma di meglio di Lui non ho trovato.

 

Non mi sono però fatto mancare delle crisi ma ho imparato due o tre cose per il buon uso delle crisi. La prima è questa che il paradiso non è pieno di santi ma è pieno di peccatori perdonati! Cioè di gente come me. Ma vi confesso la mia strategia che si richiama a questo discorso del Papa della “Galilea”; io ho custodito come un tesoro quel momento sulla collina, tra il fieno, ce l’ho intatto nel mio archivio interiore e quando ho difficoltà ritorno lì, riapro quello scrigno, ne tiro fuori di nuovo la perla di quel pomeriggio d’agosto, sulla collina alle tre, la rivivo e sento intensità e gioia. E che cos’è la gioia? La gioia è solo un sintomo che stai camminando bene, che sei sulla strada giusta nella tua vita.

 

Un giorno avevano chiesto al card. Martini: “Quando noi facciamo un ritiro, incontri, ci sentiamo molto carichi, poi però si torna a casa e pian piano tutto si spegne… Come si fa a mantenere acceso il cuore? E lui rispose così: “Non si può conservare sempre l’incandescenza del cuore ma sempre si può custodire la memoria dell’incandescenza. Il ricordo di quando ci bruciava il cuore per via”. E quando la vocazione sembra un po’ appassire, io mi metto come su un promontorio, guardo il mare, la scia di una barca sul mare, la barca è già andata dietro il promontorio, non la vedi più, ma la scia di spuma che ha lasciato ti assicura che la barca c’è e naviga.

 

Come faceva Santa Maria che conservava nel cuore, custodiva, meditava tutto ciò che le era accaduto e tutti, tutti abbiamo archivi interiori pieni di tesori, di momenti bellissimi vissuti, da riaprire nei giorni di crisi, come ci suggerisce Isaia: “Ricordati dell’amore della tua giovinezza”. E così non posso dimenticare quello che è stato il mio primo innamoramento, quella ragazza, e poi a ruota il secondo innamoramento: il vangelo. I miei amori giovani. Vocazione per me è stata un affare di cuore. Come dice Siracide (17,6): “Dio diede loro il cuore per pensare”.

 

A volte penso, perdonatemi il paragone audace, che la mia vocazione sia stata modellata, come una lontanissima eco, del grande modello di Luca. Ricordate, l’angelo, fu mandato ad una ragazza “promessa sposa” di un uomo. Maria il primo sì non l’ha detto a Dio, l’ha detto a Giuseppe. L’angelo va da una ragazza innamorata che è entrata nelle cose dell’amore e, proprio per questo può entrare nelle cose di Dio. Il cuore è la porta di Dio. Scrive Christos Yanarras: “L’amore è la sola pregustazione del Regno, perché solo se esci dal tuo io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro a Lui”.

 

Allora perché sono frate? La mia vocazione? Perché in nessun altra forma di vita avrei altrettanta pienezza di vita. E’ un discorso di pienezza, come dice Paolo (Ef 3,19): “Noi siamo portatori di pienezza, di pleroforia, ricolmi di tutta la pienezza di Dio”. (Col 2,10) Siamo “coloro che hanno parte alla pienezza di Cristo”. I cristiani, il frate, la suora, gli sposi, coloro che credono: sono tutti figli di una “addizione” non di una “sottrazione”, di un incremento, non di una diminuzione d’umano, più Dio in me – io ho sentito questo – equivale a più io. Più Dio uguale più io. E’ questa intensificazione dell’umano.

 

Oggi a che cosa mi ispiro? E questo è un discorso al quale tengo tanto. Oggi mi ispiro a una frase della lettera agli Ebrei 3,6: “Casa di Dio siamo noi, se conserviamo libertà e speranza”, come abbiamo cantato nel primo canto. Ed è quello che faceva Gesù. Chi era più libero di Lui? Chi accendeva speranze più grandi?

 

E’ vero che i nostri maestri di formazione dicevano altre parole: “Casa di Dio sarete se osservate le Costituzioni, se osservate i voti”. I nostri professori di teologia dicevano: “Siamo casa di Dio se custodiamo l’integrità della verità e la purezza della morale”; tutte cose ottime.

 

Ma la lettera agli Ebrei sceglie altre pietre d’angolo per la “casa di Dio”: libertà e speranza. E io sento che questo per me è verissimo. Dio edifica la sua casa con uomini e donne che emanano libertà e speranza, perché uno dei miei maestri, p. Giovanni Vannucci, diceva sempre: “Il vangelo non è una morale ma una sconvolgente liberazione”. E io, e noi e le nostre comunità, i conventi, le parrocchie che cosa trasmettono alla città degli uomini luci di libertà e speranza oppure il puntare il dito? Più libertà o più regole?

 

Ecco: abbiamo il compito di essere “casa di Dio”. Origene nel commento all’Esodo, al capitolo 10, sostiene che l’immagine più bella del cristiano è quella di una donna in gravidanza che cammina portando tra la gente una vita nuova. Come Santa Maria, incinta di Dio, che passa in fretta sui monti di Giuda, dice “ferens Verbum”, portando il Verbo. Porta la Parola ed è come un ostensorio che cammina. E’ il cielo di Cristo. Vive due vite: la propria e quella di Dio; è uno e due al tempo stesso. Non sono più io che vivo è Cristo che vive in me.

 

Il credente, il religioso passa nel mondo così: ferens Verbu, come Maria, irradiando Dio. La donna incinta non occorre neppure che parli: è evidente a tutti ciò che accade in lei. Allo stesso modo per noi. Non sono citazioni di carismi o di regole o di fondatori che dicono se io porto Dio in me o no. Con naturalezza e stupore, se sono gravido di Dio, se sono incinto di luce; è l’eloquenza dei gesti. Meno opere e più gesti per essere casa, tempio, santuario, grembo di Dio; aiutarlo a incarnarsi.

 

“Casa di Dio” siamo noi se conserviamo speranza e libertà. Speranza in ebraico si dice “kivvà”, un termine connesso con la parola Kav che indica la corda, la corda dei muratori, il filo che i costruttori tendono per edificare i muri della casa o le mura della città. Sperare evoca l’idea di una corda tesa verso… La speranza è una corda verso il futuro, il mio presente che va oltre; capacità di progettare traversate. Perché non si ferma il grande flusso, il sommovimento tellurico degli oscuri fratelli dell’Africa che vengono perché sono mossi da altissime speranze e da altissima disperazione? Niente li può fermare!

 

La speranza è anche una cordicella di filo scarlatto come alla casa di Racab a Gerico, appesa al balcone della mia vita, alla quale mi aggrappo perché so che il capo del filo rosso della storia è saldo nelle mani di Dio e Dio salva: questo è il suo nome.

 

Emanare speranza che ha tre pilastri. Primo: la vita ha senso. Il senso della vita è positivo. Questo positivo comincia qui ma sfocia nell’eterno. La speranza è la testarda fedeltà all’idea che la storia e la vita, la mia, siano nonostante tutte le smentite un possibile cammino di salvezza.

 

Speranza è il futuro diventato presente. E’ coltivare nel presente un buon futuro. Coltivare le condizioni di fecondità delle vite e delle persone. Le nostre comunità dovrebbero essere coltivatrici della fecondità di tutti e dei presupposti per far fiorire le vite. Il Regno di Dio verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme. E l’importanza che io come persona e che le comunità danno al futuro, indicano la vitalità o meno della mia comunità e della mia persona. L’energia vitale, la statura di una comunità è direttamente proporzionale all’importanza che hanno in lei il futuro, i progetti, le speranze.

 

Perché quello che consola il mondo è una speranza. La speranza sta al centro del Vangelo, è il cuore semplice dell’annuncio che è questo: è possibile vivere meglio per tutti, e Gesù ne possiede la chiave. E’ possibile per tutti una vita che sia buona, bella e beata e Gesù ne conosce il segreto.

 

Quando mi dicono che la religione è l’oppio dei popoli, io rispondo: leggete le beatitudini; sono l’adrenalina dei popoli altro che l’oppio. Ieri un giovane prete mi raccontava il suo esame di teologia pastorale che stava andando bene, quando – come ultima domanda – il professore gli dice così: “Come spiegheresti ad un bambino di sei anni perché tu segui Cristo?” E il giovane prete comincia a parlare del progetto di salvezza, della storia dell’alleanza, del Redentore, fame di eternità che c’è nel cuore inquieto… ma capisce che si sta incartando. “Oh Dio, adesso mi boccia”, pensa. Alla fine il professore lo ferma e gli dice questo: “Digli così al bambino: lo faccio per essere felice”. Grande docente di vangelo e di vita!

 

Io mi giro verso Cristo perché è la strada per stare bene con me stesso, con gli altri, con il creato: è questa la speranza. Lui tira fuori da me, dal bruco che credevo di essere, la farfalla che sono; mi obbliga a diventare il meglio di ciò che posso diventare.

 

Lo so che c’è una crisi di speranza ed è per questo che c’è una crisi vocazionale. Un deficit vocazionale per un deficit di speranza e di libertà! Non per un deficit di analisi della situazione. Ma i nostri discorsi nelle nostre riunioni su cosa sono incentrati? Sull’analisi dei problemi o sul far cantare le speranze?

 

Allora che cosa spero per me e per la mia comunità e per la mia chiesa? Cosa spero per me e per il mondo? Spero libertà e onestà; spero bellezza per la mia vita e la vita di tutti. Spero una vita più affettuosa per me e per tutti. Ecco, basta che un uomo solo abbia speranza… Una poesia di Manuel Scorza Torres dice così: “Basta che un uomo solo sogni perché un’intera stirpe profumi di farfalle. Basta che uno solo dica di aver visto l’arcobaleno di notte perché anche il fango abbia gli occhi rilucenti”.

 

E il contrario della speranza è la paura! Noi camminiamo nell’esistenza accompagnati da due cagnolini: uno è la paura e l’altro è la speranza. Il cane al quale dai da mangiare di più diventa sempre più grande, l’altro rimane piccolo. Se io alimento la paura, se le do attenzione, le do ragione, la nutro continuerà a crescere. E’ una profezia malvagia che si auto avvera. Se invece custodisco e canto le mie speranze, se alimento la fiducia, sarà questa a diventare sempre più grande e a tirarmi dalla sua parte. Noi ci siamo rotolati nel sogno, un sogno di vangelo, ne abbiamo addosso l’odore. Pochi o tanti che siamo non importa ne profumiamo l’aria. Basta che una donna sola sogni perché un’intera razza profumi di farfalle.

 

E poi conservare libertà: la terza cosa. L’imprincipio della libertà è Dio che Turoldo chiamava “fonte di libere vite”. E nella bibbia, un libro che è pieno di strade di vento e all’avvicinarsi di Cristo si deve sentire aria di libertà. Ad ogni pagina del vangelo si aprono bocche di vento che portano aria fresca, ossigeno per il respiro della Chiesa. Noi siamo goccia di quella sorgente, scintilla di quel braciere, raggio di quel sole quando non siamo semplicemente dei buoni osservanti di cose già stabilite ma siamo esploratori sulle frontiere del meglio possibile per l’uomo che mi sta accanto.

 

Credo che noi religiosi in particolare, i cristiani, non siamo degli esecutori di ordini ma degli inventori di sentieri, di strade nel sole che ci conducano verso il cuore dell’uomo e ci conducano insieme verso Dio. Come dice il salmo del pellegrinaggio: Beato l’uomo, beata la donna che hanno sentieri nel cuore. I buoni esecutori non seducono nessuno! Gli inventori di strade sì!

 

Allora forse tutti soffriamo di imprigionamenti. E il fascino di Gesù, uomo libero, deve accendere trasalimenti in ciascuno. Non ci sono stereotipi che tengono; se ti fai lettore attento del vangelo, non puoi sfuggire all’incantamento per la libertà di Gesù. Leggi il vangelo, respiri a pieni polmoni la libertà. E la libertà mia ha un segreto: è quel pezzetto di Dio che è in te e che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e a proteggere e ad adorare. Se sei fedele a quel pezzetto di Dio in te, sei libero, libera dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz’anima, dalle aspettative degli altri, dai giudizi. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di Lui in te. E il vangelo è questa lezione di libertà.

 

Il religioso è “casa di Dio” quando è fedele all’essenziale e quando è libero da tutto ciò che è secondario, transitorio, cascame culturale, apparato o apparenza. Libero per essere più fedele. Infedele alla lettera per essere fedele allo spirito. E questo succede quando ci liberiamo da due cose: da maschere e da paure.

 

Spesso noi, come gli adolescenti, abbiamo una faccia in comunità e un’altra faccia con gli amici fuori; una faccia con i nostri familiari e una con i superiori e le superiore. Non siamo liberi perché abbiamo paura; dei giudizi prima di tutto ma non ci viene chiesto di essere immacolati ma piuttosto di essere sempre in crescita (cfr. EG 151). Noi siamo al mondo o siamo al convento non per essere perfetti ma per essere veri, per essere incamminati verso speranza e libertà, verso il diventare “casa di Dio”. Allora avere una faccia sola e non avere paura, sperare molto: questo mi basterebbe per essere vero, per essere “casa di Dio”.

 

Concludo, con una frase di Madre Teresa di Calcutta che dice: “Tutto ciò che non serve pesa”. Quante cose inutili. Dai beni economici, alle grandi case, alle opere magnifiche, alle regoline, alle tradizioni. Noi siamo come Davide, quando deve affrontare Golia, Saul lo riveste con la sua armatura e Davide, poverino, dice: “Ma non posso camminare con tutte queste cose addosso!”. E noi siamo così nella vita religiosa. Troppe cose addosso, troppi apparati e apparenze che ci impediscono di camminare.

 

Liberarci! “Casa di Dio” siamo noi se conserviamo libertà e speranza e vi lascio un augurio che ho ricevuto pochi giorni fa da un lavavetri a un semaforo. E gli ho fatto l’offerta e allora lui, tutto contento, mi dice: “Che il Signore renda il tuo cuore spazioso”. Che bello! Allora io lo rilancio a voi: ci sia spazio nel cuore per la libertà e per la speranza. Che il Signore renda il vostro cuore spazioso per Dio e per l’uomo, spazioso e libero. Un cuore che spera e lo fa pregando così: “Ecco, Signore, io carezzo la vita perché la vita profuma di te”.


Documenti allegati

 Esercizi Spirituali p. Ermes Ronchi

 


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Messaggio Cristiano
"Magnifica humanitas":

SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026

Cari fratelli e sorelle,

oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.

Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).

E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).

Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.

Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.

Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).

È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).

È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.

Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).

Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).

Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.

Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).

L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità

Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.

Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.

Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)

La presentazione del card. Parolin:

“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.

Leone XIV