Cronaca Bianca


Un weekend con Chiara Luce Badano

24 ore di luce

3 novembre 2017

Un viaggio di 24 ore nella luce: l'esperienza vissuta il 28 e 29 ottobre, a Loppiano, da centinaia di giovani, che si sono lasciati guidare e ispirare dalla straordinaria esperienza della giovane beata.
 

ChiaraLuce_30Oct2017_02Cosa può avere di così speciale la storia di un’adolescente e perché la sua vita continua a illuminare chiunque vi si imbatta anche solo per un attimo?
Lo racconta un gruppo vivacissimo e internazionale di giovani, presenti a Loppiano (Firenze, Italia) all’evento “24 ore di Luce”, dalle 12 di sabato 28 ottobre alla stessa ora del giorno successivo. Una esperienza di fraternità, segnata per tutti dall’incontro con Dio.

 

La stessa esperienza vissuta da Chiara Luce Badano. Aveva solo 18 anni quando, colpita da un cancro senza speranza di guarigione, ha testimoniato fino all’ultimo respiro che solo in Dio Amore si può trovare la pienezza della gioia, e nel donarsi agli altri il senso e il sapore della vita.

 

Il 25 settembre 2010 è stata proclamata Beata. Nel mese dedicato alla festa liturgica che la ricorda, molti gli appuntamenti in tutto il mondo per proporre l’esempio della sua vita.

 

«Un raggio di luce brillantissimo oggi ha illuminato anche noi dicono i giovani presenti a Loppianoe continua a illuminare tanti. Con Chiara Luce, guardando a Gesù Crocefisso e Abbandonato, troveremo la possibilità di non tremare di fronte a qualsiasi situazione. Anzi, diverremo raggi di luce lì dove viviamo, per guidare questa nostra umanità verso la fraternità universale».

 

ChiaraLuce_30Oct2017Un programma ricco di canzoni, brani recitati, danze, condivisioni di esperienze con il timbro della spensieratezza tipico dell’età, e l’impegno di chi è consapevole di avere una vita sola.

Prendono sul serio le parole di Chiara Lubich, che, ai giovani, parlava sempre con grande franchezza: «Vivere per una cosa così-così è troppo ‘magra’ per un giovane. Conviene vivere per qualcosa di grande. Amore, dunque, amore seminato in molti angoli, perché diventi realtà una invasione d’amore, e si realizzi, anche per il nostro contributo, la civiltà dell’amore che tutti attendiamo».

 

La sera del primo giorno, mentre all’esterno il bagliore delle stelle e le scintille di un falò sembrano toccarsi, una folla di persone di ogni età gremisce, all’interno, una sala, in occasione della sua intitolazione a Chiara Luce.
L’immagine della beata, tolto il telo che la copriva, sprona i presenti a diventare a loro volta “luce”, a formare, anche sulla terra, nuove e diverse costellazioni, fatte di persone che si amano a vicenda.

 

ChiaraLuce_30Oct2017_04Domenica mattina, 29 ottobre, l’Auditorium della cittadella di Loppiano è gremito di giovani. Grazie a una diretta streaming il messaggio di Chiara Luce percorre migliaia di chilometri, raggiungendo anche un gruppo del Nepal. La messa conclusiva è stata celebrata nel santuario dedicato a Maria Teotokos che non riusciva a contenere la folla in festa, per la giovane beata, proposta come testimone per il prossimo sinodo dei giovani del 2018.

 

«Cosa ci resta dopo queste 24ore? Amore, pienezza, luce, sicurezza, fiducia che la vita può cambiare. Ma anche la necessità di un lavoro di squadra, di sacrificio, di unità a scapito dell’orgoglio. Chiara Luce ripeteva spesso che chi ama non è piccolo.
Infatti, la sua grandezza si è manifestata chiaramente quando ha detto sì anche al dolore incomprensibile della malattia. In quel dolore lei ha trovato Gesù, uno come lei, un uomo che sulla croce ha gridato l’abbandono. Guardando al Suo esempio potremo diventare anche noi un raggio di luce, pronti a rischiarare il buio in cui è immerso il mondo».

 

Fonte: Loppiano online: http://www.loppiano.it/

Foto su Flickr

 

Rivedi lo streaming

 

 

   
   
Image of Blessed Chiara Luce Badano in Sassello's Basilica

 

“Io ho tutto. Tutto vince l’amore”: due tra le frasi che meglio hanno espresso la vicenda umana di Chiara “Luce” Badano sono state scelte dall’Istituto Nazareth di Napoli per aprire l’incontro che, insieme alla Fondazione Giuseppe Ferraro Onlus, ha voluto offrire ai suoi studenti con quattro privilegiati testimoni del lascito di fede e letizia della giovanissima beata di Sassello: i genitori Maria Teresa e Ruggero Badano e gli amici d’infanzia Chicca e Franz Coriasco.

 

La storia di Chiara commuove e, al contempo, dona coinvolgente speranza per la grazia che la pervade e che continua a trasmettere: quella stessa grazia che, come ha ricordato Maria Teresa, nel 1971 dona Chiara ai suoi genitori, che a lungo avevano pregato la Madonna per la sua nascita, e che si fa evidente quando, a 9 anni, incontra il Movimento dei Focolari, «iniziando quel cammino col Vangelo sotto braccio che avrebbe condotto fino ai suoi ultimi giorni».

 

La straordinarietà di Chiara è fatta, però, di una assoluta ‘normalità’, testimoniata dall’amica Chicca: “Come ci insegnava Chiara Lubich, vivere il Vangelo era per noi amare coloro che ci erano accanto e le cose che facevamo nella nostra vita di adolescenti. Con semplicità offrivamo a Dio i nostri sogni, nella certezza che Lui ci seguiva passo passo e aveva un progetto su di noi».

 

«Chiara era davvero una ragazza ‘normale’, ma in un modo assolutamente ‘speciale’ – ha confermato Franz -. Era aperta, ma anche riservata, graziosa, ma discreta, aveva ideali ma i piedi per terra; e queste ‘armoniose contraddizioni’ si sono esaltate nel modo in cui ha vissuto la malattia. Io non ho fede, ma non posso negare la lezione che, come tante persone in tutto il mondo, ho imparato da lei: c’è qualcosa che nella vita posso fare, ed è questo che mi è chiesto, di fare ciò per cui sono stato voluto».

 

La malattia stravolge la vita della ragazza e della sua famiglia all’età di 16 anni, accolta subito, però, come occasione di rifare l’esperienza di Cristo. «Chiara chiese di fare esami medici per dei dolori lancinanti ad una spalla – ha ricordato la madre – e, quando il medico ha portato a me e mio marito l’esito della tac – il tumore osseo più aggressivo – ho sentito un’angoscia indescrivibile, ma ho pensato che Chiara avrebbe voluto trovare la sua mamma sorridente. Ci siamo abbracciati e detti che solo Gesù ci avrebbe potuto aiutare a dire “sì”: lo abbiamo detto sottovoce, e, come prima che nascesse, abbiamo affidato Chiara alla Madonna. A distanza di tempo posso dire che la preghiera fu esaudita: la Madonna ha tenuto Chiara sotto braccio fino all’ultimo».

 

In ciò la giovane trova la forza di abbracciare la sofferenza: «Ci eravamo trasferiti a Torino, per un primo intervento, ed un giorno non avevo potuto accompagnare Chiara all’ospedale per nuovi esami, da cui avrebbe appreso la gravità della sua malattia», ha continuato Maria Teresa. «È tornata cupa in volto, e quando mi sono avvicinata mi ha detto: “ora non parlare”, e si è buttata sul letto. Vedevo sul suo volto la lotta che faceva per dire “sì” a Dio, come aveva sempre fatto, ma nella gioia, mentre ora doveva farlo nel dolore, e non ci riusciva. Sono trascorsi 25 minuti, poi si è voltata col sorriso di sempre e ha detto: “mamma, ora puoi parlare”, ma io sentivo che non avevo più nulla da dire, perché Chiara riusciva a trasformare il dolore in amore. E dopo quel “sì” Chiara non si è più voltata indietro e ha iniziato la sua corsa verso il calvario nella piena gioia e serenità».

 

Ruggero Badano ha ricordato come la fede di Chiara aiutasse anche i suoi cari a sentirsi uniti nell’amore di Dio, e a accompagnarla nei momenti di dolore più acuto: «Dopo una crisi particolarmente grave, Chiara ha chiesto a sua madre se stesse per partire, e lei le ha risposto “Non lo so, ma tu hai la valigia pronta: al momento giusto Gesù ti prenderà per mano e ti dirà ‘Vieni’”. Nei momenti più duri stavamo davanti all’Eucarestia e ci sentivamo come paracadutisti, che sentono di cadere, ma sanno che il paracadute si aprirà e li salverà».

 

Incontro a Napoli con genitori beata Chiara Luce Badano«In quei giorni Chiara era felice, al punto che non veniva da commiserarla, ma da invidiarla – ha ricordato Franz Coriasco -. Il motivo era il Dio di cui si era innamorata, lo stesso che sulla croce diceva “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Chiara Lubich diceva che quello era il Dio della postmodernità, il Dio delle domande che ogni uomo, ogni giorno, si pone senza capire la risposta. Anche io non capivo, e mi chiedevo dove fosse quel Dio. Ma durante un viaggio ad Auschwitz, trovandomi vicino alla torretta da cui si vedevano passare i convogli dei deportati, ho capito che quella era una cattedrale di quel Gesù abbandonato, e me ne sono venute in mente migliaia di altre, come una favela, o un reparto oncologico, o una discarica dove i bimbi più poveri cercano cibo, fino ai piccoli grandi dolori della vita di Chiara da adolescente, una bocciatura, un amore non sbocciato. Questo è il Dio che è stato di Chiara e anche io, non credente, posso vedere questa speranza di fede di chi non ne ha».

 

Gli ultimi momenti di Chiara diventano, così, una vera festa, in cui le piccole cose avvicinano sempre di più a Dio lei e i suoi cari. «L’ultima estate – ha raccontato Chicca -. Chiara era ormai paralizzata, e allora nella sua cameretta abbiamo provato i canti per il funerale, ma con grande gioia, e il vestito bianco, fatto da mia madre, con cui voleva essere sepolta, e che la rendeva bellissima. Ha fatto un passo alla volta, ma sempre in donazione».

 

«Il giorno di San Valentino – ha ricordato Maria Teresa Badano – ha voluto che io e suo padre ci vestissimo bene e uscissimo, dicendomi: “ditevi ‘ti voglio bene’, e ricordatevi di farlo anche in futuro”, e poi: “ricordati, mamma, che prima di me c’era papà”. Io non avevo mai pianto, ma uscendo mi sono accorta di avere le lacrime agli occhi, e, a Ruggero che mi chiedeva perché, ho risposto: “perché Chiara ci insegna a camminare da soli”».

 

«L’ultimo giorno di vita di Chiara – ha concluso la madre – tante persone erano venute a trovarla, e lei ha voluto salutarli. I giovani li ha accolti in modo diverso, dicendo: “loro sono il futuro: io non posso più correre, ma vorrei consegnare a loro la fiaccola, come alle Olimpiadi. I giovani hanno una vita sola e vale la pena che la spendano bene”. Poi si è riposata e io mi sono avvicinata, mi ha scompigliato i capelli e mi ha detto: “mamma, sii felice, perché io lo sono”».

 

La prof.ssa Elisa Rotriquenz, coordinatrice delle attività didattiche dell’Istituto, ha voluto, dunque, concludere il toccante incontro riprendendo e rilanciando agli studenti l’invito della beata: «Spero che ognuno di voi sappia far tesoro del dono di questa giornata e prendere questa fiaccola, per continuare a correre come ha fatto Chiara».

 

 

Domenica 10 aprile Il Comune di Arnasco ha dedicato una fontana annessa ad una piccola edicola votiva a Chiara Luce Badano. L’iniziativa è stata portata avanti dal gruppo di volontari che ha restaurato l’antico fontanile, ma ha subito coinvolto l’Amministrazione e la comunità di Arnasco, che non ha fatto mancare al sua presenza alla cerimonia, assieme a tanti rappresentanti della Comunità dei focolari nel Ponente ligure.

 

Pubblichiamo un breve commento alla giornata di Marita Vignola.

 

images (10)Per me è stato un momento molto forte. Il mio paese Natale dove per 36 anni ho cercato di far conoscere l’ideale……Non avrei MAI pensato che un giorno sarebbe arrivato l’ideale sarebbe arrivato tramite Chiara Luce, la mia amica di giochi…di ideale, appunto.
Quando mamma Teresa è entrata in Chiesa, piccola e già piena di gente, i nostri sguardi si sono incrociati ed è stato un momento profondissimo.
Una commozione certo ma tanta gioia, quella vera.
Le parole del sindaco….Si, è una persona sensibile ma, non pensavo toccassero così gli animi di tanti.
Al momento della Comunione, quanta gente, sono mancate le ostie……non so se rendo l’ idea, in un paesino dove la domenica in chiesa ci saranno si e no 20 persone, anziane, sempre le stesse……

Non è facile scrivere ciò che ho provato e provo nel ricordo di domenica.
Tanti momenti durante la celebrazione. Quando ho letto le letture e mamma  Teresa mi guardava sempre fissa, con una luminosità soprannaturale davvero. Quanti momenti di fuoco, semplici ma veri, intensi.

 

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Una ragazza, presente alla cerimonia, ha lasciato questo commento:

Ieri ad Arnasco è stata inaugurata un’ edicola votiva dedicata a Chiara Luce Badano. In questa festa bellissima ho avuto l’ onore di conoscere i genitori di Chiara. La mamma stringendomi le mani mi ha raccontato diversi aneddoti sulla vita, la malattia e la morte della sua ragazza. Non ho saputo dire molto perché le lacrime hanno iniziato a scendere ma la forza della straordinaria sig.ra Teresa mi ha dato una serenità incredibile. Non posso descrivere a parole quello che ho percepito di chi è stata Chiara Luce… perchè parole per descrivere tanta grandiosità non esistono. Porterò sempre con me questo incontro emozionante.E da stasera guarderò il cielo in modo diverso… Teresa mi ha suggerito di guardare le stelle : Chiara è la sicuramente.

 

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Messaggio Cristiano
"Magnifica humanitas":

SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026

Cari fratelli e sorelle,

oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.

Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).

E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).

Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.

Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.

Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).

È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).

È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.

Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).

Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).

Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.

Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).

L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità

Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.

Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.

Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)

La presentazione del card. Parolin:

“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.

Leone XIV