Letture e meditazioni


Mio fratello Zaccheo

Nessuno può darsi per perduto

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Il Signore Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia.
 
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto». (Mt 19, 1-10)
 
Zaccheo è Suo fratello. Lo sa, lo sente, lo vede. Non basta la massa di macerie morali che una vita di truffe e ruberie ha ammassato davanti al piccolo pubblicano. Non è sufficiente il fango che il pregiudizio popolare e il tribunale religioso gli avevano gettato addosso. Non è così accecante il luccichio delle ricchezze di cui Zaccheo si era coperto. Il Suo è un occhio penetrante. Egli vede.
 
Dietro le macerie, il fango, il luccichio c’è un volto che conosce. Un volto in cui si riconosce. Quello è un figlio d’uomo, un figlio di Abramo, un figlio di Dio. Tanto quanto Lui. Sangue del Suo sangue, in fondo. Non per la discendenza, ma perché su quell’uomo, come su ogni altro, è risuonata la parola primigenia: «È davvero cosa molto buona» (Gen 1, 31). È stirpe della Sua stessa stirpe. Desiderato, benedetto, amato dal Padre. Zaccheo è suo fratello.
 
«Va a passare la notte da un peccatore». Loro non vedono. Non importa. Lui sì, ed è ciò che basta. E va a passarci la notte, come quando si è di casa, come quando c’è l’intimità e la confidenza di un destino comune. Nessuna toccata e fuga. Come fosse sempre stato lì, come non dovesse mai più andar via. Prima ancora che Zaccheo manifesti una parvenza di pentimento, prima che possa anche solo iniziare a rimediare al male compiuto, la Salvezza – la infinita, volontà di Salvezza, sì: infinita! – ha già preso la via della sua dimora.
 
Perché il riscatto di Zaccheo non sta in una nuova opportunità offerta e nemmeno nell’occasione di restituire il maltolto. Il riscatto di Zaccheo è tutto in quel «Devo venire a casa tua», nell’impellente bisogno di avere tutti con sé che proviene dal Padre e trabocca nel Figlio verso ogni Suo fratello. Il «Tu» che Gesù rivolge a Zaccheo ha lo stesso spessore della Parola Creatrice: «Tu sei cosa buona. Qualunque cosa tu abbia fatto, comunque sia la strada che hai intrapreso, chiunque sia l’uomo che sei diventato, Tu per me sei cosa buona».
 
Un tesoro da non perdere. Un patrimonio destinato a grandi cose. Un capitale su cui investire senza timore. Il resto non è che conseguenza del tracimare del fiume di Fiducia di Dio nel deserto arido della vita di Zaccheo. Non il prezzo per guadagnarsi il perdono e nemmeno lo slancio infantile di chi vuol dimostrare di aver imparato la lezione: la generosità di Zaccheo è solo il segno esteriore di un uomo che, in quel «Tu» ha riscoperto la propria dignità di immagine del Padre, ha riassaporato la propria libertà di figlio e ha risentito il fascino delle grandi cose a cui è destinato dalle origini.
 
Il pubblicano non ha più bisogno di difendersi da Dio e dagli uomini con le armi dell’astuzia e il potere della ricchezza. Libero, finalmente, si libera di ciò che ormai è solo un peso. Bello, come una volta, splende dello stesso splendore del Padre e del Figlio. Suo fratello.

Lo straordinario annuncio di questo Vangelo non è la radicale conversione di Zaccheo, ma l’inarrestabile affermazione di fiducia e dignità che Gesù fa nei suoi confronti, prima di ogni segnale di pentimento e senza che nulla giustifichi il rischio fiduciale. Non affanniamoci a cercare tra le righe di Luca e nel comportamenti di Zaccheo spiegazioni psicologizzanti: «Ma Zaccheo aveva il cuore aperto… Ma in fondo cercava già Cristo… Ma certamente aveva un grande desiderio di cambiamento… Però l’ha accolto…».
 
Luca tace, perciò rispettiamolo. Sappiamo solo di una curiosità viva e vivace del pubblicano, forse qualcosa di più, considerato come si espone al ridicolo. Ma comunque nulla che possa somigliare a un vago brandello di fede, nemmeno quella pur bella ed entusiastica accoglienza riservata a Gesù. A Luca, infatti, non interessa troppo Zaccheo.
 
Il centro è un altro e sta tutto in quell’ultimo versetto sconcertante e scandaloso: «Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto». La categoria dei perduti da Gesù in poi è in via di estinzione. Nessuno può darsi per perduto e nessuno può essere dato per perso.
 
Il centro del brano è il riscatto operato da Cristo affermando l’incancellabile dignità di quell’uomo. L’incredibile fiducia nella bontà originale dell’uomo, in quella traccia divina fondamentale, in quella scintilla di Spirito primigenio che lo dispone alla comunione con Dio, con i fratelli, con il creato secondo l’economia del Regno.
 
Lo sconcertante annuncio di questo Vangelo è un Padre che crede nella bellezza dei figli al di là di ogni ragionevole dubbio. È forse più facile credere nell’esistenza e nella bontà del Dio invisibile che nella bellezza dell’uomo visibile.
 

 Il Vangelo, però, certo che invita a credere in Lui come Padre, ma ricordandoci che non c’è altro modo reale, serio e radicale che il credere nella bellezza e bontà del fratello, giocando in lui la fiducia che Cristo ha giocato, vedendo in lui la dignità della figliolanza, sporgendosi con rispetto sull’abisso della sua libertà, essendo per lui quel «Tu» che paga per il suo riscatto e la sua liberazione. Ancora una volta: si crede nel Padre per celebrarLo come tale nell’uomo, chiamandolo “fratello” e dicendolo “cosa buona” al di là di ogni ragionevole dubbio.

 Cristiano Mauri

 

 

Voi sapete cos’è la Messa, vero?

La Messa è la più grande preghiera che possiamo fare, è il più profondo contatto con Dio, è la fonte della vita cristiana perché è il Sacramento che Dio ci ha lasciato, che Gesù ci ha lasciato: il Sacramento dell’Unità, dell’Amore, della Comunione con Lui e della Comunione fra di noi.

Se si pensa, adesso, concretamente alla Messa, a quello che avviene ogni giorno all’altare, allora vale la pena di ricordarselo cosa avviene su quell’altare, perché, se capiamo bene che cosa avviene, allora quella Messa frutta dentro di noi in un modo naturalmente diverso rispetto al fatto che la domenica dobbiamo andare alla Messa per tradizione, eccetera, eccetera.

 

Io penso che, per capire la Messa, bisogna tornare indietro  all’Antico Testamento e capire che cosa ha fatto Gesù, che era un ebreo, quella sera del Giovedì Santo, quando ha istituito l’Eucarestia.

Lui, da ebreo, ha fatto niente altro che la celebrazione pasquale che si faceva in tutte le famiglie ebraiche.

E cos’era la celebrazione pasquale? Era la celebrazione, non si può dire il ricordo, è molto più del ricordo, è la memoria, dicono gli ebrei, e memoria, anche nel senso biblico cristiano, vuol dire rendere presente quella cosa, non vuol dire solamente ricordarla, vuol dire renderla presente adesso, viverla adesso, concretamente, viverla con tutte le grazie che a quella cosa sono collegate.

Gesù ha fatto la celebrazione pasquale, cioè ha fatto ciò che in ogni famiglia ebraica avveniva in quei giorni. In quei giorni, avveniva che il padre di famiglia raccoglieva i suoi e ricordavano l’uscita dall’Egitto e il Patto con Dio che era stato fatto tre mesi dopo l’uscita dalla schiavitù dell’Egitto, ai piedi del Sinai, dopo che Dio aveva parlato a Mosè ed aveva dato a lui per il popolo il Decalogo, la Sua volontà, la Sua Parola.

Uscendo dall’Egitto, il popolo ha vissuto il sacrificio dell’agnello: tutti hanno mangiato l’agnello ed hanno mangiato i pani  non lievitati, che sono il segno della sofferenza della schiavitù.

Questo pane non lievitato significava infatti il pane della sofferenza. Non lievitato per la fretta della partenza, ma anche non lievitato per tutti i limiti che c’erano: dunque il pane che ricordava la sofferenza della schiavitù.

L’agnello pasquale, il sacrificio dell’agnello che gli ebrei hanno mangiato la notte della partenza e il pane ricordano la sofferenza e il sacrificio della schiavitù dell’Egitto.

Sono partiti e sono andati al Sinai: nel Sinai, il fatto straordinario dell’incontro di Dio con Mosè, la consegna della legge la ricostituzione del nuovo popolo eletto che con la schiavitù, portato via da Dio, è stato ricostituito Suo popolo. Ci sono frasi meravigliose della scrittura: proprio in quel momento Mosè dice “Tu sei il popolo di Dio, tu sei la nazione santa, il popolo sacerdotale. Quindi è il popolo nuovo.

In quel momento, dopo tre mesi dall’uscita dall’Egitto, Mosè, dopo aver dato al popolo le tavole della legge come volontà di Dio, ha fatto costruire, per ordine di Dio, un altare, la pietra dell’altare e attorno all’altare ha eretto dodici pietre, dodici stele, che significavano le dodici tribù d’Israele ed ha tenuto un sacrificio. Con il sangue di questo sacrificio, agnello o altro che fosse, ha dovuto Mosè, per ordine di Dio, aspergere l’altare e le dodici pietre.

Voleva dire questo: ogni volta che gli ebrei dovevano fare un contratto, un trattato, un patto, aspergevano le due parti contraenti versando il sangue della vittima. Il sangue, per gli ebrei, era il segno della vita.

E questa aspersione voleva dire: “Adesso questo patto va in vigore”; il sangue della vita metteva in vigore questo trattato, questo patto.

Mosè ha stabilito, per ordine di Dio, il Patto Nuovo tra il popolo di Dio, aspergendo l’altare, che rappresentava Dio, e le dodici pietre che rappresentavano le dodici tribù d’Israele. Questo è il Patto della Nuova Alleanza dopo il primo patto che Dio aveva fatto con Abramo, il patto che è a base della vita del popolo eletto; e di questo patto ha vissuto il popolo poi nella sua peregrinazione sino all’arrivo alla terra promessa e tutti i secoli seguenti.

E’ molto importante ricordare che in quel momento Mosè ha detto al popolo: “Questa celebrazione che abbiamo fatto adesso qui, la dovrete rifare ogni anno; e questo lo farete in memoria di questa uscita dall’Egitto e di questo Nuovo Patto.

In memoria vuol dire rivivendo “la vostra uscita dalla schiavitù e rivivendo completamente il vostro patto con Dio”. E questo si faceva in ogni anno, appunto, in ogni famiglia ebraica: era la celebrazione pasquale, la celebrazione dell’uscita, del passaggio dalla schiavitù alla terra promessa.

 

Ecco, Gesù non ha fatto altro che fare questo atto, questa cena di celebrazione pasquale che ogni famiglia ebraica, ogni capofamiglia faceva, solo che ha dato a questa celebrazione il vero significato: l’ha compiuta, l’ha portata a compimento nel significato che aveva nel piano di Dio.

Perché?

Lui era il pane della sofferenza, il Suo corpo sacrificato per noi è diventato il pane della sofferenza. Dice infatti: “Questo è il mio Corpo e poi per questo passa il calice. Nella celebrazione ebraica, veniva, dopo la cena, il passaggio di questo calice, che ricordava l’Alleanza, e Gesù dice; “Questo è il calice del Mio sangue – non è più il sangue dell’agnello – è il calice del Mio sangue per la Nuova ed eterna Alleanza”.

Lui ricordava espressamente l’Alleanza del Sinai perché era il Patto tra Dio ed il popolo eletto, ma Lui adesso iniziava la vita del Nuovo Popolo Eletto, il popolo cristiano, i Suoi, e perciò ha detto: “Questo è il calice del Mio sangue, per la Nuova ed Eterna Alleanza, prendete e bevetene tutti … fate questo in memoria di me”.

Paolo aggiunge nella sua descrizione dell’Eucarestia: “Ogni volta che voi spezzerete questo pane e berrete questo calice, annunziate la morte del Signore, finché Egli verrà nell’ultimo giorno”.

Annunziate vuol dire: “Voi vivete la morte e la resurrezione del Signore”.

Ecco, questa è la Messa.

 

Ci sarebbero da dire delle cose enormi a questo riguardo.

Ad esempio: dalle tre in poi di quel venerdì pomeriggio, fino alla calata del sole, avveniva sulla spianata del tempio di Gerusalemme la macellazione degli agnelli per la celebrazione pasquale.

Questo avveniva il venerdì pomeriggio. Il venerdì Gesù, il nuovo agnello della Nuova Alleanza, è morto in croce e, probabilmente (dicono gli studiosi) dal piccolo colle che era appena appena fuori dalle mura, si potevano vedere molto bene sul piazzale del tempio questi agnelli che venivano sgozzati per la celebrazione pasquale del giorno dopo.

In ogni famiglia, i capifamiglia dovevano portare il loro agnello, che doveva essere ammazzato nel tempio perché questo agnello era la celebrazione santa di tutto il popolo e doveva essere immolato nel tempio da parte del sacerdote, perché quello che avveniva nelle famiglie era la funzione sacerdotale del popolo eletto.

E Gesù sembra che abbia potuto vedere dalla Sua croce questa scena sul piazzale del tempio.

Immaginiamoci!!! E noi sappiamo che era Lui l’Agnello del Nuovo Testamento il cui sangue era il nuovo Patto del Sinai, il Patto del Nuovo Testamento, per la pace eterna, definitiva, fra l’uomo e Dio, fra il nuovo popolo di Dio e Dio.

Ecco, se pensiamo che nella Messa avviene questo e che Gesù ha anticipato la istituzione dell’Eucarestia, cioè ha celebrato con i suoi discepoli la morte e la resurrezione - e anche qui, celebrato vuol dire ha reso presente quella sera con i discepoli la Sua morte e la Sua resurrezione, perché Parola di Dio è Parola di Dio, perché se Gesù dice: “Questo è il Mio corpo, prendete e mangiate”, quello è un fatto, è reale, avviene in quel momento. E Lui spezza il Suo corpo in quel momento, e lo stesso per il Suo sangue. Quindi quella cena è stata la Sua morte e la Sua resurrezione nel segno sacramentale, ma reale, che è avvenuta storicamente il giorno dopo la cena,che era il giorno stabilito dalla legge mosaica per l’uccisione dell’agnello pasquale.

E quella cerimonia, quella celebrazione facciamo noi adesso: è quella della Messa.

 

Ditemi voi se noi siamo alla Messa in questa disposizione, cosa è la Messa per noi. E allora sappiamo che la Messa di quel giorno è veramente il centro della mia giornata ed io ho veramente dentro di me il corpo di Cristo che mi dà la vita, che ha dato la vita al popolo nuovo della Nuova Alleanza e il Suo sangue che ha fatto il Patto con Dio, fra me e Dio, eterno, che non tramonterà più.

Se io so questo - nonostante io sia così limitato e che pensi ai miei denti e alle mie incongruenze e a tutto quello a cui potrei pensare - quella Messa mi fa risorgere giorno per giorno. E allora, come faccio a mancare alla Messa un giorno?

Voi capite che, se proprio non ho la possibilità, allora Dio non lo pretende, ma se ho la possibilità, allora faccio pazzie pur di andare a vivere la morte e la resurrezione del Signore in quel giorno, perché è la mia vita.

Cosa porto io ai miei prossimi dopo al lavoro, se non porto il Signore risorto, se non vivo io continuamente con Lui la Sua morte, ma anche la Sua resurrezione?

               

 

«L’Eucaristia sorgente della missione. Nella tua Misericordia a tutti sei venuto incontro»: su questo tema è chiamata a riflettere la Chiesa italiana nel Congresso eucaristico nazionale che la raduna a Genova, nel cuore del Giubileo straordinario della Misericordia. Grazia su grazia! Nell’argomento scelto si legge l’ansia evangelizzatrice della Chiesa in un mondo invaso da fermenti di neopaganesimo, come pure da un crescente indifferentismo e da un dilagante individualismo che si manifestano nelle tante 'porte chiuse', là dove dovrebbero esserci case accoglienti, nei tanti muri che si innalzano, là dove si dovrebbero costruire ponti. 



Ma l’Amore non sarà mai sconfitto. A mantenerlo vivo Gesù stesso si è dato nel Sacramento dell’Eucaristia. La sua presenza in questo 'frammento' di pane consacrato è medicina per i cuori spezzati, per le famiglie divise, per la società conflittuale di ogni tempo e luogo. Il Pane di vita divina può riplasmare la povera argilla umana. A tutti, infatti, è venuto incontro il Misericordioso, Colui che, nato Uomo tra gli uomini, è passato per le strade della Palestina beneficando e risanando; a tutti anche oggi viene incontro bussando instancabilmente alla porta dei nostri cuori. Ancora di più: Egli ormai rimane sempre con noi. 



Allora folle di poveri lo seguivano, non solo per i miracoli da Lui compiuti ma perché erano attratti dal fascino della sua Persona, dall’autorevolezza della sua Parola, dalla bontà e mitezza del suo comportamento, vedendolo chinarsi misericordioso sulle loro miserie.



E noi, oggi, sappiamo riconoscerlo? Instancabile e silenzioso Pellegrino, Egli cammina al nostro fianco, si fa nostro compagno di viaggio sulle strade delle nostre esistenze, ma forse il ritmo serrato e concitato dei nostri impegni, l’ansia del fare, del correre, il 'sovraffollamento' di tanti pensieri, immagini, sentimenti che fanno ressa nei nostri cuori ci impediscono di scorgerlo, come di abbracciare con uno sguardo fraterno le persone che incontriamo, che ci passano accanto, che lavorano con noi e che forse attendono un piccolo aiuto, un semplice sorriso. 



Ecco, di fronte a questa situazione globale il Congresso di Genova più che un approfondimento teologico o pastorale sull’Eucaristia vuole essere un invito a un nuovo stile di vita, dove il primato sia dato a Dio e non all’'io': uno stile di vita più contemplativo, più pacato, più silenzioso, in cui ci sia tempo per fermarsi, stare in silenzio e adorare, ossia per accostare la bocca del cuore al Cuore divino, per 'respirare Cristo'. Perché ciò avvenga bisogna tenere fisso lo sguardo su Gesù e lasciarsi da Lui attirare nelle sue vie di libertà e di amore. Come ai discepoli di Emmaus, Egli si rende a noi presente nella Sacra Scrittura; bisogna ascoltarla, leggerla, custodirla e attuarla per incontrare Lui, vivere di Lui, acquisire i suoi sentimenti e i suoi pensieri; sentirsi ardere il cuore d’amore per Dio e per i fratelli. Ancora di più, Egli è presente e vivo nel Sacramento dell’Eucaristia. 



Per continuare a rimanere con noi ha scelto questa realtà sacramentale così povera, umile, quasi insignificante: un frammento di pane, che tanto facilmente nella nostra società consumistica viene sciupato, gettato via. Forse anche noi siamo tra quelli... Eppure sappiamo che milioni di persone muoiono di fame. Fame del pane per la vita del corpo, ma soprattutto fame di quel Pane vivo che è Dio. «O umiltà sublime e sublimità umile - esclamava san Francesco d’Assisi - che il Signore dell’universo e Figlio di Dio abbia a umiliarsi così da nascondersi sotto la piccola figura del pane per la nostra salute! Guardate, fratelli, l’abbassamento di Dio, ed effondete davanti a lui i vostri cuori». 



Ecco l’adorazione! Consapevole di avere nell’Eucaristia il suo inestimabile tesoro, la Chiesa non potrà mai rinunciare a circondarla del culto che le è dovuto: l’adorazione. Nel canto eucaristico «Adoro Te devote» è espresso lo stupore per il dono inestimabile di questa presenza sacramentale di Cristo Redentore e mai basterebbero le parole per farne comprendere la grandezza nella apparente piccolezza. Proprio perché gli uomini in precipitosa corsa dietro molte altre cose fuggevoli possano essere fermati e posti davanti all’essenziale, davanti a Colui che è il Signore del tempo e della storia, occorre continuamente ricordare e proclamare che a Lui spetta l’omaggio del tempo, in totale gratuità, come pure l’omaggio di tutto ciò che di più bello esiste nel creato. 



Del resto proprio nel culto divino e nell’adorazione l’uomo si eleva alla più grande dignità. Il tempo che riserviamo all’Adorazione eucaristica non è certo un tempo sottratto ai nostri impegni, ai nostri doveri di cristiani, di discepoli che vogliono essi stessi diventare 'eucaristia', pane donato per la vita degli altri. Al contrario, prolungate soste o anche solo brevi ma intensi istanti di adorazione davanti al Sacramento, sono momenti preziosi per «più 'imparare' Dio e così divenire certi di Lui, anche se tace, per diventare lieti in Dio», come affermava Benedetto XVI. 



Questo intimo essere con Dio, questa esperienza di stare in povertà e gratuità alla presenza di Gesù eucaristico, è ciò che ci aiuta anche a vivere più umanamente e pacificamente i rapporti fraterni. Partendo dallo sguardo rivolto a Gesù, dall’adorazione di Lui nell’Ostia consacrata, avremo uno sguardo diverso sul mondo e sulla storia. Nell’Ostia che contempliamo, infatti, incontriamo con Gesù anche tutti i fratelli, la fatica del loro lavoro, le loro sofferenze e la loro solitudine, la loro sete di comunione e il loro desiderio di pace. E possiamo credere che se, nel nostro mondo diviso, sapremo essere noi stessi e vedere gli altri come frammenti di Eucaristia, avremo la gioia di adorare in tutti e in tutto la Presenza di Dio e di irradiarla silenziosamente attorno a noi.                                     Anna Maria Canopi,  Badessa

 



 


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Messaggio Cristiano
"Magnifica humanitas":

SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026

Cari fratelli e sorelle,

oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.

Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).

E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).

Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.

Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.

Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).

È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).

È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.

Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).

Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).

Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.

Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).

L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità

Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.

Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.

Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)

La presentazione del card. Parolin:

“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.

Leone XIV