A tutto campo |
VIVERE (IL CARCERE) DALLA PARTE DEI DETENUTI
Dal sito del Movimento Focolari Liguria
Condiviamo con i nostri lettori queste esperienze, veramente belle e forti di Franca Martino (Linaro) che ci ha autorizzato a pubblicarle.
..Un coro con i detenuti….
Canto in un coro della nostra comunità locale e l’anno scorso mi viene l’idea di organizzare un coro con i detenuti, per animare la messa di Pasqua, coinvolgendo una mia amica maestra di canto. Chiedo alla Direzione l’autorizzazione per realizzare questo progetto. La Direttrice acconsente e cominciamo le prove; non c’è un gran numero di persone, ma sufficienti per un bel coro. Un giorno mentre proviamo “Resurrezione”, si avvicina a noi un detenuto. Ama scrivere e cantare il “rap” e vorrebbe inserire in quella canzone un pezzo suo. Senza scomporci, gli diciamo: va bene, leggi il Vangelo di Pasqua e vedi di tirare giù qualcosa che ci stia bene. Lui lo fa e poco dopo ci canta il suo pezzo. Ai detenuti piace molto e sono tutti contenti, insieme cambiamo qualcosa o aggiungiamo, ma alla fine è proprio un bel risultato.
Mezz’ora prima della messa di Pasqua, però, il detenuto non se la sente più di cantare, è depresso, perché ha saputo che la sua compagna lo ha lasciato. Comincia la messa. Ma ecco che, sul finale, al momento di cantare “Resurrezione” ad un tratto il detenuto si alza, canta con forza il suo pezzo e dopo di lui tutti insieme, con forza, concludiamo il canto. Alla fine, a sorpresa, tutta la sala batte le mani: direttrice, guardie, detenuti… un momento molto bello, davvero di “resurrezione”….
…Tessera per entrare in carcere….senza scadenza…
A fine aprile 2017 dovevo rinnovare la tessera che mi autorizza all’ingresso in carcere (e in tutti i carceri d’Italia). Avevo ancora solo uno spazio, e l’anno successivo avrei dovuto rifare la tessera. Consegno la tessera alla segretaria e ritorno da lei qualche giorno dopo vado a ritirarla.

Mentre mi consegna la tessera ha uno sguardo un po’ perplesso. Prendo la tessera e nello spazio del timbro di rinnovo vedo scritto, di pugno della direttrice, a lettere maiuscole: “TESSERA SENZA SCADENZA”. Praticamente un “fine pena mai”, quasi un “ergastolo”!… ma ero felice perché qualcosa del mio vivere il Vangelo è passato.
Per me è stato un grandissimo segno di stima e fiducia da parte sua.
….Casa per mamma con bambina all’ ospedale di Torino…
Prendere su ogni caso doloroso e, dove è possibile, aiutare a risolverlo…Un giorno un detenuto tunisino mi dice a colloquio che la sua nipotina di 6 anni, figlia di una sua sorella che abita a Genova, improvvisamente l’hanno ricoverata d’urgenza al Gaslini e le hanno subito detto che c’è un problema al cuore: occorre un trapianto. La trasportano d’urgenza con elicotttero all’ ospedale Regina Margherita di Torino… Sento dentro che devo fare qualcosa, che Gesù in lei ha bisogno di aiuto concreto, oltre che di preghiere. “L’hai fatto a me” dice nel Vangelo…e con il detenuto chiediamo allo stesso Dio di aiutare sua sorella, di confortarla…
La mamma ha altre due bambine, che ha lasciato a casa, e tutti i giorni fa Genova/Torino e ritorno, quindi avrebbe bisogno anche di un appartamento vicino all’Ospedale… Mi metto d’accordo con Gesù: per Te… Mi ricordo che ho delle amiche, le focolarine di Torino. Le chiamo e chiedo di segnalarmi qualcuno che lavori al Regina Margherita, per affidare una famiglia con un caso molto delicato. Trovo Paola, che è proprio assistente sociale nel reparto di Pediatria del Regina Margherita!
Paola si fa subito carico del problema: è proprio il mio lavoro – mi dice semplicemente.
Nel giro di una settimana Paola trova l’appartamento (che un’associazione di Torino mette a disposizione dell’Ospedale per le famiglie dei bambini degenti), poi istruisce la pratica di invalidità per la bambina, e per il papà prepara le pratiche per le agevolazioni della legge 104. Era fine giugno 2017, la scuola finiva e tutta la famiglia si è riunita a Torino nell’appartamento vicino all’Ospedale, vivendo insieme per tutta l’estate. Il papà è poi potuto tornare al lavoro a Genova. Qualche mese fa a Denise (così si chiama la bimba) è stato trapiantato un cuore ed è tornata a casa, con grande gioia di tutti!
…..Sportello bancario in carcere…
Spesso non basta fare i colloqui con il detenuto, ma occorre farsi anche carico, se vogliamo, dei suoi problemi pratici, burocratici, familiari. Come quel giorno che un detenuto, a cui era morta la mamma due mesi prima, mi chiede come fare a incassare i pochi soldi che la mamma aveva sul suo conto in banca. E’ figlio unico di madre divorziata. Mi faccio carico del suo problema e chiamo un amico che è direttore a Rapallo di una filiale della stessa banca. Mi dà le istruzioni, preparo tutte le pratiche, mi metto in contatto con la filiale di Sestri Ponente, risolvo tutto, spediscono l’assegno in carcere, ma non posso incassarlo io per lui, perché l’assegno è circolare: il detenuto deve riscuoterlo personalmente, ma non può uscire. Sia la Banca che la Ragioneria del carcere non sanno dare soluzioni…Allora penso ad una soluzione molto semplice: se il detenuto non può andare in banca, il direttore della banca può entrare in carcere con i soldi dell’assegno circolare in tasca e così anche raccogliere la firma del detenuto. La direzione è stupita di questa semplice soluzione e l’accetta. Parlo con la banca, e anche loro sono d’accordo. Così tutto è risolto e il detenuto può incassare l’assegno.
Un giorno devo andare a ritirare una somma sul libretto postale di un detenuto. Una mia amica, dipendente delle Poste, mi dice che non si può fare, perché è stato attivato in un’altra città, e aggiunge: se venissi da me io non te lo farei. Le rispondo: allora dirò ancora a Gesù: è per te, in quel detenuto, quindi aiutami…Così ho fatto. Dopo un lungo consulto (data la novità per loro) fra la direttrice e l’impiegato, alla fine ho potuto ritirare la somma. La mia amica non ci poteva credere!
Sono un Cancelliere in pensione. Dal 2013 svolgo servizio di volontariato nel carcere di Chiavari, con la Caritas Diocesana.
Sono entrata in questo volontariato perchè il giudice con il quale avevo lavorato per circa 10 anni era stato nominato Presidente del Tribunale di Sorveglianza per tutti i carceri della Liguria, e quando gli ho comunicato la mia decisione, mi ha incoraggiato e nel giro di pochi giorni ha dato il nulla osta alla mia domanda.
Nelle motivazioni di ammissione avevo scritto: “Fino al giorno della mia pensione avevo vissuto il carcere dalla parte della giustizia, adesso vorrei viverlo dalla parte dei detenuti”. Era una volto di Gesù che non conoscevo ancora, un’umanità invisibile, sconosciuta, sottomessa, privata di tutto; 24 ore su 24 rigidamente disciplinata da precisi orari, da ordini, dall’osservanza delle regole sulla sicurezza. Eppure ero convinta che andando lì non facevo solo un’opera di misericordia, ma potevo sfruttare l’occasione di donare un vangelo vissuto, potevo creare rapporti di fraternità con i detenuti, con la polizia penitenziaria, il personale civile, la direzione, insieme agli altri volontari, anche loro veramente molto bravi ed impegnati.
Avevo appena preso servizio, quando un giorno una guardia mi comunica che c’è necessità di saponi e saponette per i detenuti (che allora erano circa un centinaio), se potevo procurarne un pò. Penso subito che questa richiesta può essere l’occasione non solo di coinvolgere la mia comunità, ma anche di cominciare, almeno con lui, a creare un rapporto di collaborazione. Ma come fare a trovare tante saponette? Mi viene in mente che di lì a poco è il 14 marzo, ed è in programma, per tutta la Comunità dei Focolari , una messa in ricordo di Chiara (Lubich). Se ognuno arrivava con una confezione di saponette, avremmo fatto una bella raccolta. Comunico a tutti via mail questa richiesta e il giorno della messa, in fondo alla chiesa, raccogliamo un sacco pieno di saponette, molte più di un centinaio, che attraverso la Caritas viene consegnato in carcere.
Spesso l’esecuzione della sentenza arriva molti anni dopo aver commesso il reato, dopo tutti i gradi di appello, quando magari le persone hanno cambiato vita, hanno un lavoro stabile, una famiglia, dei figli e allora il taglio con la realtà esterna è molto duro. Allora l’impegno è maggiore, li ascolto, mi interesso dei loro problemi, cercando, se posso, di dare soluzioni, mi occupo di acquisti diversi, contatti con la famiglia, con l’avvocato, pratiche burocratiche da svolgere, ricerca e distribuzione di indumenti… Cerco di conquistarmi la loro fiducia, puntando al rapporto con la persona, con quel Gesù che si nasconde in ciascuno. Li accolgo con dignità, stringendo loro la mano. Questo contatto le prime volte mi costava, ma poi ho pensato alle parole di Gesù: “l’hai fatto a me”, e non ho più sentito nessun disagio.
In questi colloqui si raccolgono le miserie e le sofferenze di un’umanità che ha perso la cosa più preziosa che Dio ci ha dato: la libertà, da quella fisica a quella di rinunciare ai più piccoli desideri o semplici abitudini quotidiane.
Di regola, i musulmani vengono solo per chiedere indumenti e non danno confidenza, ma ben presto si fermano anche a parlare, raccontano della loro vita, del loro paese. Si trovano bene, perché cerco di dare loro un profondo ascolto e non c’è proselitismo. Con il dialogo nasce l’amicizia, l’accoglienza. Due mesi fa è mancata mia mamma e spontaneamente è nata da loro l’iniziativa di donare un grande mazzo di fiori per lei, con la scritta “Gli amici di Francesca” accompagnato da un biglietto con tutte le loro firme, ed anche una pianta per me. E’ stato molto commovente.
Essere lontani dalla famiglia è il dolore più grande.
E’ importante cercare di tenere vivo il senso della genitorialità, soprattutto quando ci sono figli minori. Quando poi sono adolescenti, il più delle volte purtroppo scelgono di non vedere più il genitore.
Un detenuto un giorno mi chiede di comprare un profumo per sua figlia adolescente, per il suo compleanno. E’ separato e da quando è entrato in carcere la figlia non ha più voluto vederlo. Spera con questo dono di riavvicinarla. Scelgo il profumo, compro anche un biglietto, poi il detenuto mi chiede se posso farlo avere a sua moglie, che abita a Rapallo. Chiedo ad un’amica, che abita proprio lì vicino, di farlo lei e il regalo arriva alla ragazza, anzi, è proprio lei ad andare a ritirare il dono. Qualche giorno dopo torno in carcere e il detenuto mi dice che il profumo è piaciuto molto a sua figlia. Gli chiedo: “Come fa a saperlo?”. E lui, commosso: “Perché è venuta a trovarmi. Ed era la prima volta…”.
I detenuti di lingua araba sono insieme in cella, abbiamo fatto amicizia e quando succedono fatti terroristici ne parliamo insieme, commentiamo l’accaduto, preghiamo per la pace. E il rapporto e la fiducia crescono, grazie anche alla testimonianza di Papa Francesco, di cui tutti hanno un’immensa stima.
Uno di loro, Salmi, non ha amici, né parenti che gli mandino dei soldi. Un giorno mi chiede di chiamare una signora sua conoscente, e chiederle se può mandargli dei soldi. Lo faccio volentieri, ma la signora mi dice che non può più mandargli niente perché ha dei problemi economici anche lei. Mi dispiace, ma affido subito questa preoccupazione a Dio e gli chiedo che sia lui a dare una risposta a Salmi.
Dopo neppure due ore ricevo un messaggino in cui una volontaria amica di Salmi (contattata molti mesi prima) mi chiede di lui, che non lo sente da molto, che vorrebbe mandargli qualcosa, se va bene fargli un vaglia e di quanto! La Provvidenza di Dio aveva già risposto!
Spesso seguo anche pratiche burocratiche e alcune richiedono molto impegno. Per quelle mi rivolgo direttamente a Gesù: “Aiutami a risolvere questo problema…”. E succedono cose straordinarie.
Come quel giorno che un detenuto, prestanome in una società, mi chiede di chiudere la sua partita IVA. Faccio tutte le ricerche del caso, vado a Genova, parlo con un funzionario della Camera di Commercio che mi spiega come fare. Prendo nota di tutto. Però il costo della cancellazione è di 200 euro. Penso al Vangelo: “Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, abbiate la certezza che è già vostro”… Così faccio, poi chiedo al detenuto quanto ha a disposizione. Mi dice: 150 euro. Chiedo alla Caritas se può coprire la differenza e la Caritas è d’accordo. Prendo appuntamento con l’ufficio e presento la domanda. L’impiegato è molto gentile, capisce il problema, legge le note del funzionario di Genova, istruisce la pratica. Intanto dico a Gesù: “per Te, in quel detenuto, se puoi, fai qualcosa per evitare la spesa…”
Alla fine chiedo quant’è e l’impiegato mi risponde: “niente, faccia solo firmare questo foglio al detenuto e chieda alla Direzione la dichiarazione del suo stato di detenzione!” Non riuscivo a crederci! Come era felice quel detenuto!….E io ancora di più per la risposta puntuale di Dio.
L’attenzione scrupolosa per la sicurezza nel carcere è di fondamentale importanza, e qualche volta può succedere che, per ignoranza e distrazione, mi capiti di “sfuggire” ai controlli. Come quel giorno che ho dimenticato il cellulare in tasca, prima di entrare nell’area detenuti. Me ne sono accorta solo dopo aver fatto pochi passi dall’ingresso, ma sufficienti per essere ripresa da ben tre guardie, una dopo l’altra. Anche se avevo sbagliato, mi sentivo tranquilla perché non solo avevo riposto subito il cellulare nella mia casella, ma non ero ancora entrata nell’area a contatto con i detenuti. Quando sto per uscire, però, dopo i colloqui, l’Ispettore di turno mi ferma e mi dice: Signora, venga nel mio ufficio, devo parlarle.
Capisco subito che è per il cellulare, ma, per obbedienza, aspetto che sia lui a parlare per primo. “Signora, lei è entrata con un cellulare, ed è severamente vietato, per la sicurezza… Vede, avrei potuto fare un rapporto, senza ascoltarla, mandarlo alla Direzione, e lei non sarebbe più entrata nel carcere… Ma noi abbiamo visto che lei fa questo lavoro con amore, e allora ho pensato che era meglio parlarle e chiarire la questione a voce…”. La parola “amore” non è molto usata in un carcere, perciò mi ha colpito che l‘Ispettore se ne fosse accorto, così quell’imprevisto mi ha dato modo di spiegargli un po’ di più quali erano le ragioni profonde del mio fare volontariato in carcere. Lui condivideva tutto.
Ecco, cerco di fare questo servizio, come tutti gli altri volontari, con amore e per amore di quell’umanità che più rispecchia il volto di Gesù Crocifisso e Abbandonato, che si è fatto davvero come uno di loro: detenuto.
Nel mio volontariato cerco di fare sempre un lavoro “a quattro mani”, con Dio, e per Lui di dare testimonianza dell’amore, di un Vangelo vissuto con radicalità, perché altrimenti non ci sono risultati, non c’è fraternità, né cambiamento. Perché so che è Dio che fa tutto.
Isaia profetizza: “…Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a consolare gli afflitti, a ricostruire sulle vecchie rovine una vita che manifesti la gloria del Signore…”: credo che noi cristiani, dovunque operiamo, possiamo essere le mani e le braccia di Dio per realizzare tutto ciò. Anche in un carcere…..
Pubblichiamo in esclusiva la lettera che Papa Francesco ha consegnato a don Marco Pozza in Santa Marta il 17 gennaio scorso, in vista del convegno organizzato ieri da "Ristretti orizzonti" nel Carcere Due Palazzi di Padova.
Caro don Marco,
ho saputo che nella Casa di reclusione Due Palazzi di Padova avrà luogo un convegno per riflettere sulla pena, in particolare su quella dell'ergastolo. In questa occasione vorrei porgere il mio saluto cordiale ai partecipanti ed esprimere la mia vicinanza alle persone detenute. A loro vorrei dire: io vi sono vicino e prego per voi. Immagino di guardarvi negli occhi e di cogliere nel vostro sguardo tante fatiche, pesi e delusioni, ma anche di intravedere la luce della speranza. Vorrei incoraggiarvi, quando vi guardate dentro, a non soffocare mai questa luce della speranza. Tenerla accesa è anche nostro dovere, un dovere di coloro che hanno la responsabilità e la possibilità di aiutarvi, perché il vostro essere persone prevalga sul trovarvi detenuti. Siete persone detenute: sempre il sostantivo deve prevalere sull'aggettivo, sempre la dignità umana deve precedere e illuminare le misure detentive.
Vorrei incoraggiare anche la vostra riflessione, perché indichi sentieri di umanità, vie realizzabili perché l'umanità passi attraverso le porte blindate e perché mai i cuori siano blindati alla speranza di un avvenire migliore per ciascuno. In questo senso mi pare urgente una conversione culturale, dove non ci si rassegni a pensare che la pena possa scrivere la parola fine sulla vita; dove si respinga la via cieca di una giustizia punitiva e non ci si accontenti di una giustizia solo retributiva; dove ci si apra a una giustizia riconciliativa e a prospettive concrete di reinserimento; dove l'ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere. Perché se la dignità viene definitivamente incarcerata, non c'è più spazio, nella società, per ricominciare e per credere nella forza rinnovatrice del perdono. In Dio c'è sempre un posto per ricominciare, per essere consolati e riabilitati dalla misericordia che perdona: a Lui affido i vostri cammini, la vostra riflessione e le vostre speranze, inviando a ciascuno di voi e alle persone a voi care la Benedizione Apostolica e chiedendovi, per favore, di pregare per me.
Francesco
Dal Vaticano, 17 gennaio 2017
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Messaggio Cristiano DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA GENERALE DELL'OPERA DI MARIA –
MOVIMENTO DEI FOCOLARI
Sala Clementina
Sabato, 21 marzo 2026
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Sono lieto di incontrarvi questo pomeriggio, dopo che avete partecipato all’Assemblea generale del Movimento dei Focolari. Saluto la Presidente, Margaret Karram, nuovamente eletta per un secondo mandato, e il nuovo Copresidente, don Roberto Eulogio Almada. Che il Signore benedica il vostro servizio!
Tutti voi siete stati attratti dal carisma della Serva di Dio Chiara Lubich, che ha plasmato la vostra esistenza personale e lo stile della vostra vita comunitaria. Ogni carisma nella Chiesa esprime un aspetto del Vangelo che lo Spirito Santo porta in primo piano in un determinato periodo storico, per il bene della Chiesa stessa e per il bene del mondo intero. Per voi si tratta del messaggio dell’unità: unità fra gli esseri umani che è frutto e riflesso dell’unità di Cristo con il Padre: «Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te» (Gv 17,21).
Questo spirito di unità voi lo vivete anzitutto tra voi, e lo testimoniate dappertutto come una nuova possibilità di vita fraterna, riconciliata e gioiosa, fra persone di diversa età, cultura, lingua e credo religioso. È un seme, semplice ma potente, che attira migliaia di donne e uomini, suscita vocazioni, genera una spinta di evangelizzazione, ma anche opere sociali, culturali, artistiche, economiche, che è fermento di dialogo ecumenico e interreligioso. Di questo fermento di unità c’è tanto bisogno oggi, perché il veleno della divisione e della conflittualità tende a inquinare i cuori e le relazioni sociali e va contrastato con la testimonianza evangelica dell’unità, del dialogo, del perdono e della pace. Anche attraverso di voi, Dio si è preparato, nei decenni passati, un grande popolo della pace, che proprio in questo momento storico è chiamato a fare da contrappeso e da argine a tanti seminatori di odio che riportano indietro l’umanità a forme di barbarie e di violenza.Oltre a questa importante testimonianza di unità e di pace, a voi, carissimi, è affidata anche la responsabilità di tenere vivo il carisma del vostro Movimento nella fase post-fondazionale, una fase che non si esaurisce con il primo passaggio generazionale dopo la scomparsa della fondatrice, ma si prolunga anche oltre. In questo tempo, siete chiamati a discernere insieme quali sono gli aspetti della vostra vita comune e del vostro apostolato che sono essenziali, e perciò vanno mantenuti, e quali sono invece gli strumenti e le pratiche che, benché in uso da tempo, non sono essenziali al carisma, o che hanno presentato aspetti problematici e che perciò sono da abbandonare.
Questa fase esige anche un impegno forte alla trasparenza da parte di chi ha ruoli di responsabilità, a tutti i livelli. La trasparenza, infatti, da un lato è condizione di credibilità e dall’altro è dovuta in quanto il carisma è un dono dello Spirito Santo di cui tutti i membri sono responsabili. Essi hanno quindi il diritto e il dovere di sentirsi compartecipi dell’Opera alla quale hanno aderito con dedizione totale. Ricordate, poi, che il coinvolgimento dei membri è sempre un valore aggiunto: stimola la crescita, sia delle persone sia dell’Opera, fa emergere le risorse latenti e le potenzialità di ciascuno, responsabilizza e promuove il contributo di tutti.
La responsabilità di discernimento comune, affidata a tutti voi, abbraccia anche il modo in cui il carisma dell’unità debba essere tradotto in stili di vita comunitaria che facciano brillare la bellezza della novità evangelica e, allo stesso tempo, rispettino la libertà e la coscienza dei singoli, valorizzando i doni e l’unicità di ciascuno. Possiamo riflettere sul fatto che Gesù, nella sua preghiera sacerdotale, dopo aver detto «siano una cosa sola», ha aggiunto «siano anch’essi in noi» (Gv 17,21), riferendo così l’unità fra i discepoli a un’unità superiore, quella tra il Padre e il Figlio. Ciò significa che l’unità che cercate di vivere e testimoniare si realizza principalmente “in Dio”, nell’adempimento della sua santa volontà, e di conseguenza nell’impegno condiviso della comunione e della vita comunitaria, sostenuto e guidato da quanti sono incaricati di tale servizio. L’unità è un dono e, al tempo stesso, un compito e una chiamata che interpella ciascuno. Tutti sono chiamati a discernere qual è la volontà di Dio e come si può realizzare la verità del Vangelo nelle varie situazioni della vita comunitaria o apostolica. E tutti in questo cammino di discernimento devono esercitare fraternità, sincerità, franchezza e soprattutto umiltà, libertà da sé stessi e dal proprio punto di vista. L’unità di tutti in Dio è un segno evangelico che è forza profetica per il mondo.
Ecco allora che l’unità non va intesa come uniformità di pensiero, di opinione e di stile di vita, che anzi potrebbe portare a svalutare le proprie convinzioni, a detrimento della libertà personale e dell’ascolto della propria coscienza. Chiara Lubich affermava che la premessa di ogni norma è la carità (cfr Premessa allo Statuto). È necessario perciò che l’unità sia sempre nutrita e sostenuta dalla carità reciproca, che esige magnanimità, benevolenza, rispetto; quella carità che non si vanta, non si inorgoglisce, né cerca il proprio interesse, né tiene conto del male ricevuto, ma si rallegra soltanto della verità (cfr 1Cor 13,4-6).
Carissimi, ringraziamo insieme il Signore per la grande famiglia spirituale che è nata dal carisma di Chiara Lubich. Per i giovani presenti nei vostri gruppi, che vedono con occhi limpidi la bellezza della chiamata ad essere strumenti di unità e di pace nel mondo. Per le famiglie, che sono state rinnovate e fortificate dalla presenza di Gesù in mezzo alla loro vita famigliare. Per i vescovi, i sacerdoti e i consacrati che hanno visto rinnovarsi il dono del loro ministero e della loro vita religiosa attraverso il contatto con il vostro Movimento e la vostra spiritualità. Per le tante focolarine e i tanti focolarini che, spesso con dedizione eroica, continuano a vivere in ogni parte del mondo una vita di preghiera, di lavoro, di dialogo e di evangelizzazione, seguendo il modello di vita apostolica delle prime generazioni cristiane. E ringraziamo per gli innumerevoli frutti di santità, conosciuti o ignoti, che il ritorno al Vangelo, da voi promosso, ha portato alla Chiesa in tutti questi anni.
Vi incoraggio a proseguire nel vostro cammino e vi benedico di cuore, invocando per tutti voi l’intercessione della Vergine Maria, perché vi protegga e vi accompagni sempre con il suo aiuto materno. Grazie!
Ho sentito che vi piace cantare: allora cantiamo insieme la preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Pater noster”….
Benedizione
Grazie! Tanti, tanti auguri.
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