Cronaca Bianca |
Mai dire mai nello sport (invernale)
12 febbraio 2018 Di Marco Catapano
Fonte: Città Nuova
Il norvegese Krueger e il canadese McMorris tra i protagonisti di alcune delle storie più significative dei primi giorni di gara ai Giochi di PyeongChang

Lo skiathlon è la prova più completa del programma di gare olimpico dello sci di fondo. Metà gara disputata a tecnica classica (per intenderci quella in cui gli sci degli atleti viaggiano normalmente all’interno di binari praticati sulla neve) poi, dopo un breve pit-stop per il cambio degli sci, l’altra metà percorsa utilizzando la tecnica libera. Di solito questa specialità è terra di conquista degli atleti più forti. Per gli altri, rimangono solo le briciole. Di solito … Sabato scorso, ad esempio, nella prima gara che ha assegnato medaglie ai Giochi di PyeongChang 2018, abbiamo assistito a un duello appassionante tra quelle che, in questo momento, sono considerate le migliori fondiste del panorama internazionale. Alla fine ha vinto Charlotte Kalla, un vero e proprio idolo per gli appassionati di sport svedesi, che ha preceduto la norvegese Marit Bjoergen, l’insaziabile dominatrice degli ultimi dieci anni di questo sport. Una campionessa straordinaria, che con il podio conquistato in Corea del sud è salita a un bottino complessivo di undici medaglie a cinque cerchi. Un record eccezionale, che fa di lei la donna più medagliata di sempre nella storia delle Olimpiadi invernali.
Domenica mattina, al via dello skiathlon maschile, i favori del pronostico andavano tutti al talentuoso Johannes Hosflot Klaebo, l’ultimo talento espresso dall’interminabile serbatoio che è capace di produrre lo sci di fondo norvegese. Il ventunenne di Trondheim, vero astro nascente di questo sport, quest’anno aveva vinto (spesso dominando) quasi tutte le gare cui aveva preso parte prima dei Giochi (9 vittorie e 2 secondi posti su 12 apparizioni complessive in coppa del mondo!). Sulla carta, chi avrebbe potuto fermarlo? Forse il campione olimpico uscente di questa specialità, lo svizzero Dario Cologna, e pochi altri. Al via, tra i fondisti che speravano di poter ben figurare, c’era anche Simen Hegstad Krueger, connazionale del grande favorito della vigilia. Un buon atleta il norvegese, certo, ma non proprio uno di quelli indicati dagli addetti ai lavori tra i più “indiziati” per salire sul podio. Al massimo, un outsider. Krueger, dopo appena venti secondi di gara, cade e rompe un bastoncino. Mentre gli altri sessantasette concorrenti procedono spediti, lui rimane arretrato e perde parecchio terreno. Produce il massimo sforzo per cerca di risalire la china, ma dopo un quarto di gara è “solo” in ventiquattresima posizione, con un ritardo di oltre trenta secondi dal gruppo di testa.
Solitamente, con un distacco di questo genere, in questo sport recuperare i primi diventa quasi impossibile. Simen però non si da per vinto. A metà gara cambia in quattordicesima posizione, poi approfitta di un rallentamento di chi lo precede per rifarsi sotto. Intorno al ventesimo chilometro (dei trenta complessivi da percorrere), è di nuovo con i migliori, ma tutti pensano che le energie spese per recuperare gli presenteranno presto il conto. Invece lui, a cinque chilometri dal traguardo parte in salita, tenta l’allungo vincente e, tra la sorpresa generale, va a vincere una medaglia d’oro davvero insperata. Mentre si appresta a tagliare il traguardo, fa un gesto d’incredulità con le mani. Più forte della sfortuna, più forte del pronostico sfavorevole. Una storia degna delle Olimpiadi, da libro cuore, che dimostra come nello sport non bisogna mai arrendersi, neanche davanti ad avversari più “titolati” o a un imprevisto che sembra mettere fine a un sogno. E di cosa vuol dire non arrendersi, di cosa significhi provare ad andare oltre gli ostacoli, ne sa qualcosa anche un altro atleta in gara domenica ai Giochi olimpici.
Il canadese Mark McMorris è un venticinquenne canadese che gareggia nello snowboard. Uno di quei “Millennial” devoti della tavola da snowboard che, con le loro performance, appassionano tantissimi giovani (e non solo) in tutto il mondo. La sua specialità è lo slopestyle, in cui l’obiettivo è di realizzare, lungo una pista in discesa, dei salti e delle acrobazie estreme cui i giudici attribuiscono poi un punteggio in base ad alcuni parametri (sostanzialmente tenendo in considerazione l’altezza dei salti e la difficoltà delle acrobazie). Il ragazzo canadese ne ha fatta di strada, e da anni è uno dei riders (come sono chiamati in gergo i praticanti di questo sport) migliori del pianeta. Nella sua ancor giovane carriera, Mark ha però dovuto spesso fare i conti con gli infortuni. Come, ad esempio, quello capitatogli alla vigilia delle precedenti Olimpiadi, nel 2014. Quando, nonostante la rottura di una clavicola patita appena dieci giorni prima della gara a cinque cerchi, riuscì comunque a stringere i denti e a vincere la medaglia di bronzo.
Altre volte, invece, gli è andata molto peggio. A inizio 2016 si è rotto il femore, ed è stato costretto a uno stop agonistico di oltre sei mesi. Tornato brillantemente al successo nei mesi successivi, a marzo del 2017 ecco poi un nuovo stop. Un sabato mattina, mentre si trova sulla neve insieme a alcuni amici per fare un po’ di snowboard alpinismo, subisce un grave infortunio che gli procura il collassamento di un polmone, molteplici fratture (al costato e al bacino), oltre alla rottura della mandibola, dell’omero sinistro e della milza. Mark è sottoposto così ad una serie di interventi chirurgici, ma a quel punto il sogno di provare a salire nuovamente sul podio olimpico sembra davvero complicato da realizzare. Lui però è un ragazzo con una forza d’animo straordinaria, e anche questa volta “reagisce” all’imprevisto capitatogli. Lotta con tutte le sue energie per conquistarsi un posto in squadra in vista dei Giochi (cosa non facile considerando che i canadesi vantano una squadra di riders di altissimo livello), e alla fine porta a casa un altro bronzo olimpico nella gara vinta dal primo atleta nato negli anni 2000 capace di conquistare una medaglia d’oro alle Olimpiadi, il diciassettenne statunitense Redmond Gerard.
Questi primi giorni “olimpici” ci hanno già regalato diverse emozioni. Abbiamo trepidato per i colori azzurri, in continuo bilico tra dolore e gioia. Soffrendo per una medaglia sfuggita di un soffio (quella che Dominik Fischnaller ha perso nello slittino per l’inezia di due millesimi di secondo), e gioendo per una medaglia … in questo caso vinta per un soffio (grazie a Dominik Windisch, bronzo nella prova sprint di biathlon con un vantaggio di appena sette decimi di secondo sul quarto classificato). Abbiamo visto fuoriclasse trionfare e cadere fragorosamente. Talenti purissimi che hanno vinto come l’olandese Sven Kramer, il Leo Messi del pattinaggio di velocità, probabilmente il migliore pattinatore di sempre, capace di conquistare il terzo oro olimpico consecutivo nei 5.000 metri. O campionissimi che invece hanno perso come Felix Loch, lo slittinista tedesco vincitore della medaglia d’oro sia a Vancouver 2010 sia a Sochi 2014, che ha visto sfuggire il possibile tris, che sembrava ormai a portata di mano, per colpa di uno scriteriato errore nell’ultima discesa (alla fine è giunto “solo” quinto).
E, ancora, in queste prime giornate dei Giochi di PyeongChang 2018 (qui il programma completo) abbiamo assistito anche a momenti di portata storica, che hanno una valenza non soltanto sportiva. Come dimenticare l’immagine del pilota di bob sudcoreano Won Yun-jong e della giocatrice di hockey nordcoreana Hwang Chung-gum che, durante la cerimonia di apertura, hanno fatto da portabandiera (insieme) alla delegazione coreana riunita sotto un’unica bandiera come non accadeva dai Giochi di Torino 2006? Come sottovalutare l’importanza di un evento sportivo come la partita del torneo di hockey femminile disputata sabato tra la nazionale unificata della Corea e quella della Svizzera? Magari un match non entusiasmante sotto l’aspetto tecnico (8-0 il risultato finale per le giocatrici elvetiche), ma ricco di significati extra sportivi (alla partita hanno assistito rappresentanti ad alto livello dei due Paesi “in guerra” ormai da quasi settanta anni). Timidi ma significativi segnali di speranza, come ha avuto modo di sottolineare anche Papa Francesco, in uno degli angoli più “caldi” del pianeta.
Tra le emozioni più forti di questi primi giorni di Olimpiadi, però, un posto speciale lo meritano anche le storie di Simen e Mark, due atleti che non hanno “mollato”, due ragazzi autori di “recuperi prodigiosi”.
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Messaggio Cristiano "Magnifica humanitas":
SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026
Cari fratelli e sorelle,
oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.
Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).
E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).
Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.
Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.
Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).
È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).
È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.
Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).
Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).
Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).
L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità
Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.
Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.
Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)
La presentazione del card. Parolin:
“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.
Leone XIV
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