Testimoni del nostro tempo |
CIAO GRANDE SILVANO CHE CI HAI VOLUTO BENE …
www.focolareliguria - 15/04/2020
Silvano, grazie di queste parole che hai lasciato su Maria!
Il nostro amico Silvano Gianti ci ha lasciato all’improvviso il 14 aprile. Abbiamo ritrovato un suo intervento di alcuni anni fa in cui parlava di Maria, riportiamo qui alcuni dei passaggi principali che evidenziano in particolare lo speciale rapporto che Silvano aveva con Lei.
Ho accettato volentieri di raccontare qualcosa della Madre di Dio. Naturalmente non da mariologo, non da teologo o da esperto di cose di Dio, ma vorrei raccontare qualcosa di Maria partendo da quello che è stato ed è attualmente il mio rapporto con Lei. I miei genitori erano credenti e ricordo fin da piccolo, la sera dopo cena – estate e inverno si recitava il rosario.
Sono cresciuto così. Ricordo poi quando ormai adulto, magari in giro lontano da casa, telefonando a mia madre dopo avermi interrogato su come stavo, cosa facevo, come stava andando, chiudeva ogni volta dicendomi: ricordati di dire almeno qualche avemaria.
Così pian piano Maria è diventata mia sorella, sono figlio unico, avere una sorella ci si sente in buona compagnia. Successivamente Maria mi è diventata madre, è stato quando mia mamma stava morendo io le tenevo la mano così come per accompagnarla di là. Poi quando il respiro è cessato mi è venuto spontaneo, affidare la mia vita a Maria, chiedendole che mi prendesse come figlio suo. Insegnandomi a vivere come era vissuta Lei.
Penso che venerare Maria significa sempre imitare Maria, e ciò comporta imitare anche la responsabilità di cui lei si è fatta carico. Quando Maria a Cana dice a Gesù: «Non hanno più vino» fGv 2, 3), dimostrando una squisita sensibilità per le necessità umane, ella dimostra che il criterio per l’autenticità della pietà umana è la disponibilità ad imitarla proprio in questa attenzione ai bisogni del nostro prossimo.
L’amore a Maria non solo non allontana mai l’uomo dall’uomo, ma ci avvicina gli uni agli altri. Venerare ci deve impegnare a dire, come Lei e con lei, il nostro “eccomi”, il proprio “sì” al piano e alla via che Dio ha preparato per la vita di ciascuno di noi.
Mi piace immaginare Maria profondamente mischiata nella sua storia, tra la sua gente. Con Giuseppe e Gesù nella gestione della famiglia e della casa, oppure basta pensare come detto poc’anzi alle nozze di Cana, tanto per citare un piccolo particolare che ci riporta a Maria donna di casa. Quando manca il vino è lei che s’interessa. Anzi distinguerei è lei che s’accorge. Bello questo accorgersi. Significa che era attenta a quanto stava accadendo. Che viveva pienamente l’avvenimento. Già solo questo accorgersi che manca il vino apre al nostro tema una infinità di richiami per ciascuno di noi.
Ricordate questo brano delle nozze di Cana: s’accorge che manca il vino, si rivolge a suo figlio, non soddisfatta però, va dai servi e indicando nuovamente Gesù dice “fate quello che vi dirà”
E’ formidabile questa donna, sembra abbia in mano la cerimonia – d’altra parte s’è accorta Lei per prima che manca il vino, ma si ritira subito, quasi scomparendo per mettere il risalto Gesù. E’ una frase che dice tutta la grandezza di Maria. Tutta la sua vita infatti è stata un fare quello che Gesù ha detto e notate: nient’altro. Maria dunque vediamo che in tutta la sua vita non ha fatto altro che mettere in risalto Cristo.
Maria è attenta: E noi? Quanto lo siamo con le persone che ci vivono accanto? Ci siamo accorti che – continuamente manca il vino – si perché ci sono una infinità di disagi, e quasi sempre li evitiamo regolarmente e cerchiamo di demandare ad altri la soluzione oppure ci sforziamo di trovare delle soluzioni ai mille bisogni che la nostra società oggi ci domanda attraverso le persone che percorrono questo tratto di vita.
E penso ai poveri che incontriamo tutti i giorni sulle nostre strade, ma anche ad ogni persona che incontriamo povero o ricco, ognuno ha bisogno dell’altro.
Si perché c’è bisogno di silenzio, di ascolto, di attenzione, di capacità di vedere gli autentici desideri delle persone senza umiliare nessuno, c’è bisogno anche di sapersi tirare indietro. C’è bisogno di affetto, di vicinanza, di ritrovare la fiducia negli altri, di credere, con fatica, ma di credere anche quando tutto sembra remare contro. C’è bisogno di accostarsi in punta di piedi alle ferite profonde degli uomini e delle donne del nostro tempo: senza soluzioni altisonanti in tasca, ma con la disponibilità a restare.
Restare lì dove l’uomo muore, presidiare la posizione perché anche solo un briciolo di dignità si salvi.Perché qualcuno continui a volgere lo sguardo verso l’orizzonte, in attesa speranzosa dell’alba. C’è bisogno di gesti semplici e parole belle che sciolgano gli odi. C’è bisogno di «portare» la vita e di «dare» la vita. C’è bisogno, lasciatemelo dire, di Maria. Maria, mamma di Gesù e mamma nostra.
Maria dunque è la donna dei nostri giorni, pienamente intrisa nella nostra vita, modello di santità. Il suo ideale è sempre stato Dio, avrà avuto sicuramente mille dubbi – con un figlio del genere – eppure è andata dritta per la sua strada, dimostrando una fiducia senza confini nel Dio dell’Antico Testamento.
A questo Dio si è abbandonata e ripeto ancora senza tanto pietismo, ma amandolo concretamente nel prossimo. Maria sotto la croce dove sta con suo figlio ci dà una nuova comprensione del dolore polarizzando la nostra attenzione sul Cristo morente vuole aiutarci tutti a trovare la forza per superare ogni difficoltà.
Così qualsiasi sofferenza vissuta bene ci porterà non alla disperazione ma ad un amore maggiore verso Dio. Maria donna della globalizzazione, della fraternità universale. Non è forse lei che vuole famiglie unite, generazioni unite, popoli uniti. Vuole – mi pare – che tutti gli uomini anche quelli senza un preciso riferimento religioso, ma che cercano il bene dell’umanità compongano un’unica famiglia?
Capite che questa Madre di Gesù è tutt’altro che una bella statua, una immaginetta da tenere nel libretto delle preghiere, Maria è il tipo della donna e anche dell’uomo del nostro tempo!
Edith Stein, come anche poi Simone Weil (è laica anche lei), dicono che quest’aspetto femminile è necessario a tutti averlo, anche l’uomo, per poter essere persone complete, persone compiute. Quale dunque il messaggio che ci lascia Maria?
L’abbiamo visto fin qui: Maria nella sua vita ha amato. Il suo è un amore che non condanna. Ma che comprende. Maria è una donna che ha fatto della parola di Dio il programma della sua vita. Mi piace qui riportare quanto scrive una mistica del nostro tempo riguardo a Maria:
“Lei ha capito suo figlio, perché Gesù più che chiedere di combattere le tenebre, domanda a noi di splendere in mezzo ad esse (Gv 1,5), di essere “luce del mondo” (Mt 5,14), e la luce non combatte, ma splende. La luce che è “splendore della vita” si afferma da sola”.
E Gesù ci dice una cosa sola: “amatevi come io vi ho amato” l’insegnamento di Gesù è tutto qui.
E per concludere permettetemi un inciso: si parla ormai da anni di notte di Dio in Europa soprattutto. Ma questo buio, non potrebbe essere l’ombra di Dio che ritorna nella nostra storia, perché attirato dalle tante persone che vivono il “fate quello che vi dirà?”.
Silvano Gianti
Oggi mercoledì 15 aprile 2020 improvvisamente è partito per il Cielo Silvano Gianti,
Focolarino, giornalista (su questo Sito tanti suoi articoli), generoso e col cuore grande: in attesa di scrivere in modo più ordinato di lui cominciamo con condividere alcuni flash….

E' impossibile in pochi minuti dire chi era, chi è Silvano.... tutti lo conoscete .. e l'espressione più comune arrivata da tanti di voi è: <<... non ho, non abbiamo parole>>.
Vi diciamo solo come ha, ed abbiamo, vissuto questi ultimi giorni.
In questo mese di vita in casa, con la sua concretezza ed il suo umorismo che sapeva sdrammatizzare anche le situazioni più pesanti, le giornate passavano nella pienezza. E non bastavano certo 4 mura per chiuderlo al mondo. Ha sempre approfittato di ogni spazio per telefonare ad uno, scrivere ad un altro, mandare due wapp .. quanti di voi ha raggiunto...
In questi giorni di Pasqua, sempre forte era il suo desiderio di creare un clima di famiglia, di rapporti caldi, ma soprattutto di vivere una Pasqua veramente di morte e resurrezione, nell'essenziale, nel rapporto con Dio, al di là di ogni cerimoniale o formalismo.
Sentiva di costruire il focolare: nei giorni precedenti ha chiamato ciascun focolarino sposato per un momento di comunione personale. Lunedì sera abbiamo fatto l'incontro di focolare in collegamento internet. Alla fine ha sottolineato: << Ricordiamoci che la croce, G.A., sono un passaggio obbligato ma non dobbiamo fermarci lì. Gesù è Risorto. >> ... Sicuramente perchè questa presenza del Risorto l'aveva dentro. E, possiamo dirlo, lo sperimentiamo anche tra di noi...
Nella notte di lunedì, alzandosi, ha avuto un capogiro e si è accasciato. Pian piano l'abbiamo accompagnato a letto e ha ripreso una notte tranquilla. Il mattino ancora si è dedicato a scrivere degli articoli e sentire tanti... Ma questa debolezza che aveva dentro, pian piano è aumentata e nel pomeriggio ha avuto nuovamente dei mancamenti. A quel punto ci siamo accorti che la situazione era seria ed insieme abbiamo deciso di chiamare l'autoambulanza per un controllo al pronto soccorso. Nei momenti di attesa, Silvano davvero sembrava trasformato, come un bambino che si abbandona nelle mani dei fratelli e del Padre. Mentre preparavamo la sua borsa non smetteva di ringraziarci e di scusarsi... Vederlo salire sull'autoambulanza da solo è stato per tutti noi uno strazio... una Desolata. Ma fino all'ultimo, il suo sdrammatizzare e sacralizzare nello stesso tempo: <>.
Nessuno di noi si poteva immaginare che i piani di Dio erano diversi. Sebbene ai primi controlli clinici non risultasse nulla di preoccupante, ad un certo punto i medici hanno ritenuto di fargli una trasfusione in quanto aveva l'emoglobina molto bassa. Ma dopo alcuni minuti, all'improvviso, è mancato per un arresto cardiaco.
Nel suo stile, le sue ultime parole: quando il medico gli ha chiesto il consenso per la trasfusione, Silvano ha risposto: << Dai, facciamo anche questo! >>, porgendo il braccio... come un affidarsi, consegnarsi , arrendersi alla Volontà di Dio.
Nell'introduzione al suo libro, Silvano ha scritto di se, del suo porsi di fronte agli ultimi, agli "emarginati delle periferie". Solo alcune righe che lo esprimono pienamente...
<<Nella mia vita ho incontrato tante persone ai margini, davvero tantissime.. Sono andato a trovarle, ho ascoltato le loro storie e le ho scritte. La loro vita mi riguarda, perchè, ad un certo punto, ho cominciato a capire che la vera periferia è quella dell'anima e che ogni essere umano in qualche modo la abita.
Quello che ho cercato di raccontare è in fondo la mia esperienza quotidiana... ho cercato di scriverla nel modo più autentico. Ed a me, l'autenticità, piace da matti>>.
Il focolare di Genova
La notizia ci raggiunge mentre facciamo via zoom il nostro giornaliero incontro di redazione. E forse non poteva che essere così, perché Silvano era parte viva della redazione con la sua penna che raccontava la vita in diretta, quella di chi giorno per giorno costruisce un mondo migliore: Silvano ci ha lasciato improvvisamente! Rimaniamo sbigottiti, increduli, senza parole. Ci mettiamo un po’ a riprendere la riunione per accordarci sugli articoli da pubblicare sul sito e sugli altri lavori da portare avanti e ancora non riusciamo a pensarlo senza vita.
Ma probabilmente è lui che ci fa il dono di pensarlo ancora più di prima al nostro fianco, a ricordarci di sorridere col suo umorismo, come faceva sempre, con i suoi messaggi WhatsApp quasi quotidiani (dei video e delle vignette di Silvano abbiamo una collezione). Ci mancherà Silvano, ci mancherà la sua profonda umanità, ci mancherà la capacità di ridere di se stesso e di non prendersi troppo sul serio, di prendere la vita con quella “leggerezza” di chi sa che tutto passa e che solo amare conta.
Avevamo in serbo un suo articolo, adesso l’ultimo suo dono a tutti noi. Basterebbe questo a dire chi era Silvano. Fa impressione la frase con cui si chiude. Ricorda «il senso di una giornata che si chiude in pienezza».
Giovanni e Antonio
di Silvano Gianti
Una storia intrisa di umanità, a bordo di un treno diretto a Ventimiglia. Cosa succede quando il nostro sguardo incontra profondamente quello del prossimo.
Alla fermata di Genova Brignole il treno in arrivo da Roma diretto a Ventimiglia è stranamente in orario. Poche persone salgono. È metà pomeriggio di una domenica di sole e bel tempo nonostante siamo in pieno inverno. Sono diretto verso casa a San Remo, sono stato a trovare un gruppo di amici e ho in cuore le ore passate insieme, che mi hanno arricchito umanamente e spiritualmente. Guardo dai finestrini le persone che passeggiano sul lungomare, le mimose dall’altro lato che colorano in anticipo di giallo, la collina a volte interrotta dalle numerose gallerie. Tra meno di due ore sarò a casa mentre ancora vivo di gratitudine per questa giornata.
La fermata porta nuovi passeggeri e proprio di fronte a me, prende posto un tipo giovane con un fare alterato, sporco da testa a piedi, che mi fissa con fare poco rassicurante. Anche se non mi pare sia ubriaco nè tantomeno “fatto” di droga. Sistematosi comincia subito a imprecare contro tutto e contro tutti specie contro gli italiani, l’Italia, e poi naturalmente il mondo intero. Tutt’attorno tra gli altri passeggeri si crea un silenzio che diventa vuoto totale. Penso alla mia mattinata, alla serenità vissuta e mi domando cosa posso fare per questa persona così provata. Decido di affidarlo alla madre dell’umanità a Maria.
Passa il tempo e quando alza lo sguardo diretto verso di me, gli faccio un cenno di saluto con un leggero sorriso. Passa un po’ di tempo e mi pare di capire voglia sapere l’ora, con attenzione gli dico che sono le 17. Non mi risponde e continua a imprecare con meno intensità, ma ora sono deciso, voglio cercare un rapporto con questo mio dirimpettaio così particolare. Inizio col domandargli di dov’è: «Marsiglia» è la sua risposta secca, poi aggiunge di voler andare a Siviglia. Allora lo informo che in Francia è in corso lo sciopero nazionale dei treni. Resta indifferente.
Ad un certo momento vedo spuntare dalla manica della giacca a vento un coltellaccio di circa 15-20 centimetri. Gli faccio notare che se la polizia lo vede potrebbe passare guai: poco dopo lo ripone nello zaino. Per me manca poco meno di un’ora all’arrivo, avrei un libro che m’ero portato da leggere nel viaggio, ma non voglio aprirlo, penso che sia meglio offrire la mia attenzione a questo passeggero particolare che intanto ha iniziato a rollarsi una sigaretta ma che terrà sempre in mano, naturalmente spenta. Ma ormai s’è creata una sorta di azzardata complicità, tanto che ad un certo punto, senza parlare, mi fa vedere che la bocca è priva di gran parte dei denti e poi racconta di essere fuggito dalla mafia che gli ha ucciso il figlio di sette anni. E poi ancora racconta che lui di anni ne ha 34.
Gli domando qual è il suo nome: mi colpisce l’improvvisa dolcezza con cui pronuncia Antonio. Questo è il mio nome mi dice. Gli domando se ha da mangiare e risponde che può stare anche cinque giorni senza toccare cibo. Poi mi dice che con sè non ha né denaro nè documenti. Gli porgo dieci euro, li rifiuta con fermezza, mi dice che gli basterebbe un euro che io non ho. Siccome insisto alla fine accetta la banconota da dieci. Mi viene spontaneo avvicinarmi sempre di più ad Antonio anche se manda cattivo odore. Gli accarezzo un braccio, più volte ci stringiamo le mani. Quando il treno è prossimo alla fermata di San Remo, si alza per accompagnarmi all’uscita e con tanta dolcezza fissandomi negli occhi dice: «Giovanni». Poi le porte si richiudono, il fischietto del capotreno da l’ok per ripartire. Ancora uno sguardo dal finestrino per entrambi per un grazie reciproco non pronunciato ma ben più ampio di un labiale. E per me il senso di una giornata che si chiude in pienezza.
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Messaggio Cristiano "Magnifica humanitas":
SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026
Cari fratelli e sorelle,
oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.
Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).
E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).
Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.
Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.
Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).
È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).
È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.
Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).
Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).
Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).
L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità
Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.
Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.
Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)
La presentazione del card. Parolin:
“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.
Leone XIV
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