Giovedý 21 Settembre 2023
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A tu per tu


Racconti

A tu per tu con i serpenti

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Il “fuoco nella brousse” assomiglia ad una vera e propria “nettezza urbana”, poiché ogni anno, in poco tempo, brucia e purifica estensioni enormi di boscaglia. Basti pensare che, tra una strada e l’altra, vi sono circa 50 -100 km di terra di nessuno. In questa enorme boscaglia, specie nella stagione delle piogge, si moltiplica il bestiame grande e piccolo … buono e cattivo, tra cui i serpenti di tutte le specie, taglie e … veleni! Proprio dei serpenti vorrei parlare, e in particolare di quelli che, volente o nolente, ho incontrato. 

 

In genere nel nord-ovest del Centrafrica i serpenti sono velenosi, anzi, alcuni conducono alla morte in poche ore. La gente ne subisce le morsicature specialmente all’inizio dei lavori nella campagna.

 

Ricordo vari incontri casuali con i serpenti.

A Bossangoa, nel 1953, di ritorno dalla celebrazione eucaristica al mattino presto, entrando nel mio tukul, ho trovato sopra il letto, sulle lenzuola, una serpe lunga una quarantina di cm., che … tranquilla mi attendeva.

 

Sempre a Bossangoa, nel pozzo dell’acqua piovana, poco distante dalla nostra abitazione, un serpente di due metri e mezzo invano ha cercato di risalire in superficie. Frère Régis, che assisteva gli scolari della nostra scuola cattolica, afferma che nello spazio di un anno i ragazzi hanno portato un centinaio di rettili … tra i quali uno rossiccio, lungo circa 20 cm.

 

A Ngaoundaye i serpenti erano particolarmente numerosi, forse per le molteplici “tane” di scorpioni, che vi si trovano ovunque (il nome di NGAOUNDAYE, in lingua panà, significa “ricettacolo di scorpioni”). Si dice infatti: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Proprio nella mia nuova casa, coperta con lamiere zincate, un serpente “cracheur” (di quelli che sputano) si era nascosto tra due lenzuola piegate, al primo piano di uno scaffale. Bruscamente con un bastone l’ho gettato a terra, ma lui si è alzato di mezzo metro e stava “sputandomi” in faccia quando l’ho abbattuto … Il giorno successivo nella camera accanto, un serpente più piccolo, di circa 40 cm., cercava di scappare, ma sul cemento scivolava e … non riusciva a muoversi in fretta.

 

 Ancora a Ngaoundaye, nel 1965, alcune persone, molto agitate, hanno accompagnato alla missione una donna che era stata morsicata da un serpente mentre lavorava nei campi. La donna non aveva dato importanza al fatto; solamente teneva in mano il serpente ucciso, per indicare all’infermiere il tipo di vaccino che doveva iniettarle. Dissi loro di andare immediatamente a 25 km. al dispensario dei protestanti, che avevano i vaccini adatti. In serata ho saputo che quella persona è deceduta prima di arrivare al dispensario.

 

Sempre a Ngaoundaye, i nostri ragazzi che vivevano nella missione, scavando in una buca nel vicino prato, quando le erbe erano state appena bruciate, in meno di mezz’ora hanno raccolto vari serpenti, con cui hanno preparato gustosi pranzetti.

 

Ero solito fare la siesta in un vicino tukul, coperto di paglia, che mi dava un po’ di fresco; ma un giorno con mia grande meraviglia ho visto qualcosa che pendeva dal tetto e si muoveva … Sono balzato a terra … e l’inquilino inaspettato ha avuto la sua parte.

 

A Kounang (a 40 km da Ngaoundaye) un giovane, desideroso di cibarsi di qualche topo di campagna, credendo di trovarlo in una buca, vi ha messo dentro la mano e il braccio. Sentendo morsicare le dita, vi ha messo dentro di nuovo la mano, sicuro di aver trovato il topo, ma la seconda volta è uscito un serpente appeso alle sue dita. La bestia è stata subito uccisa, ma la mano si è gonfiata enormemente. Solo tre giorni dopo, hanno portato il giovane al nostro dispensario, dove la Suora infermiera ha iniettato nel gonfiore la fiala del vaccino. Il giovane si è salvato, ma la mano è rimasta “rattrappita”. 

   

A Ndim di serpenti ce n’erano a volontà, anche perché le pietre non mancano. Presso il laghetto artificiale, vi erano alcune casette per i giovani desiderosi di scegliere la vita religiosa. Mentre studiavano, cercavano di procurarsi il cibo, coltivando l’orto e allevando il pollame. Le galline ovaiole non mancavano, ma da un po’ di tempo non c’erano più le uova. Data la lontananza dal centro del villaggio, si era pensato che qualche animale di nascosto volesse fare man bassa del pollame e delle uova. Ma no, le galline c’erano tutte! Finalmente qualcuno, durante la notte, sentì del rumore nel pollaio. Tutti d’accordo, si misero a fare la guardia al ladro. Solo dopo qualche tempo, gli 007 scoprirono un “cracheur” (serpente di un metro e mezzo) che si serviva delle uova e le inghiottiva intere.

 

Sempre a Ndim mi è capitato di toccare quasi con mano una vipera “cornuta”, mentre stavo cogliendo un piantina di fiori … ma lei trangugiava un rospo e mi ha degnato solo di uno sguardo languido.

 

Era già quasi buio, quando, entrando nella chiesina costruita tra due enormi macigni, un novizio mi ha spinto lontano, indicandomi un serpente. Questi, arrotolato su se stesso, stava mimetizzandosi oppure preparava il suo attacco … Ho ringraziato quel giovane, aggiungendo: “Le ti mo akpengba = i tuoi occhi sono vivaci”!

 

Molti mi hanno chiesto perché non sono mai stato morsicato dai serpenti. La mia risposta è questa: camminando nella campagna, portavo sempre con me un bastone che muovevo in continuità, col proposito di far capire ai serpenti: “Fatti largo perché ci sono io e questo bastone è per te, se non te ne vai!”. Quando li incontravo, dicevo loro: “Non ti faccio del male, ma tu non farne neppure a me. Siamo tutti e due creature di Dio, che fa sempre le cose per bene”.

 

Penso sia interessante finire questa cronaca con un fatto avvenuto a mio fratello minore. A lui piaceva veramente fermarsi a contemplare i serpenti. Finché tutto si limita a questo, niente di male. Ma all’improvviso è comparso un grosso serpente e, invece di andare a cercare un bastone … lui ha preso il mio fucile che era a portata di mano, e con l’impugnatura ha fatto fuori il serpente. E’ vero che ho perso l’appetito quel giorno … ma l’ho perdonato.


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Messaggio Cristiano
Udienza generale, 2O Settembre

Catechesi. La passione per l’evangelizzazione: lo zelo apostolico del credente. 21. San Daniele Comboni, apostolo per l’Africa e profeta della missione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel cammino di catechesi sulla passione evangelizzatrice, cioè lo zelo apostolico, oggi ci soffermiamo oggi sulla testimonianza di San Daniele Comboni. Egli è stato un apostolo pieno di zelo per l’Africa. Di quei popoli scrisse: «si sono impadroniti del mio cuore che vive soltanto per loro» (Scritti, 941), «morirò con l’Africa sulle mie labbra» (Scritti, 1441). È bello! … E a loro si rivolse così: «il più felice dei miei giorni sarà quello in cui potrò dare la vita per voi» (Scritti, 3159). Questa è l’espressione di una persona innamorata di Dio e dei fratelli che serviva in missione, a proposito dei quali non si stancava di ricordare che «Gesù Cristo patì e morì anche per loro» (Scritti, 2499; 4801).

Lo affermava in un contesto caratterizzato dall’orrore della schiavitù, di cui era testimone. La schiavitù “cosifica” l’uomo, il cui valore si riduce all’essere utile a qualcuno o a qualcosa. Ma Gesù, Dio fatto uomo, ha elevato la dignità di ogni essere umano e ha smascherato la falsità di ogni schiavitù. Comboni, alla luce di Cristo, prese consapevolezza del male della schiavitù; capì, inoltre, che la schiavitù sociale si radica in una schiavitù più profonda, quella del cuore, quella del peccato, dalla quale il Signore ci libera. Da cristiani, dunque, siamo chiamati a combattere contro ogni forma di schiavitù. Purtroppo, però, la schiavitù, così come il colonialismo, non è un ricordo del passato, purtroppo. Nell’Africa tanto amata da Comboni, oggi dilaniata da molti conflitti, «dopo quello politico, si è scatenato (…) un “colonialismo economico”, altrettanto schiavizzante (…). È un dramma davanti al quale il mondo economicamente più progredito chiude spesso gli occhi, le orecchie e la bocca». Rinnovo dunque il mio appello: «Basta soffocare l’Africa: non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare» (Incontro con le Autorità, Kinshasa, 31 gennaio 2023).

E torniamo alla vicenda di San Daniele. Trascorso un primo periodo in Africa, dovette lasciare la missione per motivi di salute. Troppi missionari erano morti dopo aver contratto malattie, complice la poca conoscenza della realtà locale. Tuttavia, se altri abbandonavano l’Africa, non così Comboni. Dopo un tempo di discernimento, avvertì che il Signore gli ispirava una nuova via di evangelizzazione, che lui sintetizzò in queste parole: «Salvare l’Africa con l’Africa» (Scritti, 2741s). È un’intuizione potente, niente di colonialismo, in questo: è un’intuizione potente che contribuì a rinnovare l’impegno missionario: le persone evangelizzate non erano solo “oggetti”, ma “soggetti” della missione. E San Daniele Comboni desiderava rendere tutti i cristiani protagonisti dell’azione evangelizzatrice. E con quest’animo pensò e agì in modo integrale, coinvolgendo il clero locale e promuovendo il servizio laicale dei catechisti. I catechisti sono un tesoro della Chiesa: i catechisti sono coloro che vanno avanti nell’evangelizzazione. Concepì così anche lo sviluppo umano, curando le arti e le professioni, favorendo il ruolo della famiglia e della donna nella trasformazione della cultura e della società. E quanto è importante, anche oggi, far progredire la fede e lo sviluppo umano dall’interno dei contesti di missione, anziché trapiantarvi modelli esterni o limitarsi a uno sterile assistenzialismo! Né modelli esterni né assistenzialismo. Prendere dalla cultura dei popoli la strada per fare l’evangelizzazione. Evangelizzare la cultura e inculturare il Vangelo: vanno insieme.

La grande passione missionaria di Comboni, tuttavia, non è stata principalmente frutto di impegno umano: egli non fu spinto dal suo coraggio o motivato solo da valori importanti, come la libertà, la giustizia e la pace; il suo zelo è nato dalla gioia del Vangelo, attingeva all’amore di Cristo e portava all’amore per Cristo! San Daniele scrisse: «Una missione così ardua e laboriosa come la nostra non può vivere di patina, di soggetti dal collo storto pieni di egoismo e di sé stessi, che non curano come si deve la salute e conversione delle anime». Questo è il dramma del clericalismo, che porta i cristiani, anche i laici, a clericalizzarsi e a trasformarli – come dice qui – in soggetti dal collo storto pieni di egoismo. Questa è la peste del clericalismo. E aggiunse: «bisogna accenderli di carità, che abbia la sua sorgente da Dio, e dall’amore di Cristo; e quando si ama davvero Cristo, allora sono dolcezze le privazioni, i patimenti e il martirio» (Scritti, 6656). Il suo desiderio era quello di vedere missionari ardenti, gioiosi, impegnati: missionari – scrisse – «santi e capaci. […] Primo: santi, cioè alieni dal peccato e umili. Ma non basta: ci vuole carità che fa capaci i soggetti» (Scritti, 6655). La fonte della capacità missionaria, per Comboni, è dunque la carità, in particolare lo zelo nel fare proprie le sofferenze altrui.

La sua passione evangelizzatrice, inoltre, non lo portò mai ad agire da solista, ma sempre in comunione, nella Chiesa. «Io non ho che la vita da consacrare alla salute di quelle anime – scrisse – ne vorrei avere mille per consumarle a tale scopo» (Scritti, 2271).

Fratelli e sorelle, San Daniele testimonia l’amore del buon Pastore, che va a cercare chi è perduto e dà la vita per il gregge. Il suo zelo è stato energico e profetico nell’opporsi all’indifferenza e all’esclusione. Nelle lettere richiamava accoratamente la sua amata Chiesa, che per troppo tempo aveva dimenticato l’Africa. Il sogno di Comboni è una Chiesa che fa causa comune con i crocifissi della storia, per sperimentare con loro la risurrezione. Io, in questo momento, vi do un suggerimento. Pensate ai crocifissi della storia di oggi: uomini, donne, bambini, vecchi che sono crocifissi da storie di ingiustizia e di dominazione. Pensiamo a loro e preghiamo. La sua testimonianza sembra ripetere a tutti noi, uomini e donne di Chiesa: “Non dimenticate i poveri, amateli, perché in loro è presente Gesù crocifisso, in attesa di risorgere”. Non dimenticate i poveri: prima di venire qui, ho avuto una riunione con legislatori brasiliani che lavorano per i poveri, che cercano di promuovere i poveri con l’assistenza e la giustizia sociale. E loro non dimenticano i poveri: lavorano per i poveri. A voi dico: non dimenticatevi dei poveri, perché saranno loro ad aprirvi la porta del Cielo.

Papa Francesco