Testimoni del nostro tempo |
Maria Voce: Chiara Lubich ha anticipato il Concilio
Dal numero di marzo della rivista Città Nuova
https://www.youtube.com/watch?v=WzIuz75PTMM
Intervista a Maria Voce, dal 7 luglio 2008 presidente del Movimento dei Focolari. Carica rinnovata 6 anni dopo. Avvocato, studi successivi in Teologia e Diritto canonico, è nata ad Aiello Calabro, in provincia di Cosenza, nel 1937.

Qual è l’attualità della figura di Chiara Lubich oggi?
Io penso che Chiara, come tutti i fondatori, rimanga attuale sempre. Perché? Perché il dono che Dio le ha dato costituisce un modello di vita che ha tanto da dire e da dare al mondo oggi. Quindi la sua figura non è passata, proprio per questo esempio continuo che ci ha dato di apertura all’umanità, di attenzione ai segni dei tempi, di capacità di accogliere chiunque senza pregiudizi, senza preclusioni di nessuna specie; per la sua capacità di stare a contatto con i grandi della Terra e dare loro qualcosa di essenziale senza timore, senza riserve e con assoluta coerenza e chiarezza, e nello stesso tempo di stare a contatto anche con i piccoli, con i più poveri, con i bambini, facendosi talmente uno con tutti che ognuno si sentiva a proprio agio con lei. Questo naturalmente è un esempio che deve continuare anche oggi; un esempio a cui noi cerchiamo di corrispondere più o meno efficacemente. Mi sembra sia soprattutto questa l’attualità della figura di Chiara oggi. Un altro aspetto riguarda la figura della donna oggi, che in Chiara trova un esempio concreto di persona che, senza imporsi, sa costruire, sa donare, sa essere propositiva in tante situazioni e in tanti campi. Ed è una propositività efficace, che cambia veramente le situazioni, anche di uomini, di personalità che vengono a contatto con lei, con la sua figura, e che si trasformano. Quindi una presenza diciamo “mariana”, che sa costruire la famiglia con tutti, proprio perché è madre. Inoltre, noi abbiamo sempre visto in Chiara una donna che, con la sua personalità e con il dono che Dio le ha dato, ha anticipato il Concilio per tanti aspetti: pensiamo all’incidenza del laicato, all’apertura nei dialoghi, all’influenza sulla società, al modo di risolvere i gravi drammi provocati dalla guerra, al rapporto Chiesa-mondo, alla parità al di là degli stati clericale o laicale nella Chiesa, o al di là degli stati di consacrazione o meno. In tutto questo ci è sembrato, leggendo poi i documenti del Concilio, che Chiara avesse anticipato queste idee per il dono che Dio le aveva fatto, evidentemente, e che forse serviva a preparare il terreno per cogliere poi quello che il Concilio stesso avrebbe sviluppato. Adesso, a distanza di tempo, sempre più ci rendiamo conto di quanto l’insegnamento e la vita di Chiara ci aiutano, ci “costringono” oggi a vedere tutto quello che del Concilio non è ancora stato attuato concretamente o compiutamente, e ci spingono a vivere tutti questi aspetti con una maggiore radicalità. Così, ad esempio, per quanto riguarda l’apertura alle religioni, l’apertura a 360 gradi a tutti i dialoghi, l’incidenza nelle realtà sociali del mondo…, tutte grandi piste che il Concilio ha aperto e che sono state soltanto imboccate, forse ancora non del tutto, per realizzare questa trasformazione della Chiesa e della società che lo Spirito Santo desidera.
Dieci anni dopo Chiara. Cosa sta cambiando nel Movimento dei Focolari?
Sta cambiando il Movimento dei Focolari, nel senso che il Movimento, fino all’epoca in cui Chiara era presente, era completamente orientato a lei – come era giusto che fosse – perché era lei che aveva avuto il dono del carisma da Dio e che doveva far nascere il Movimento, nutrirlo e portarlo avanti. Alla sua partenza per il Cielo, il Movimento si è reso conto di non avere più questa figura unica di riferimento, ma di avere in se stesso tutti i doni che Chiara aveva ricevuto e a sua volta trasmesso, in particolare il dono di una spiritualità di comunione, di una spiritualità collettiva che rendeva capaci tutti i membri del Movimento di fare unità gli uni con gli altri e, in questa unità, di avere la stessa luce che Chiara aveva ricevuto direttamente da Dio perché è una luce che viene proprio dalla presenza di Gesù fra i suoi quando sono uniti nel suo nome, come è scritto nel Vangelo. Il Movimento sta facendo questa esperienza, a volte luminosa, a volte faticosa, a volte difficile, ma sta pian piano facendo questa esperienza. E si rende conto che nella misura in cui crescono al suo interno l’unità e l’amore reciproco vero sulla misura del Vangelo, quindi sulla misura di Gesù che ha dato la vita per noi, cresce anche la capacità di vedere qual è il disegno di Dio, di portarlo avanti e di continuare a costruirlo. Noi pensiamo che sia questo che Chiara desiderava, che ci ha lasciato anche come testamento quando ha detto, fra le ultime sue parole: «Siate una famiglia». Un invito non a chiudersi fra pochi, certo, ma ad estendere lo spirito di famiglia a tutta l’umanità, secondo la preghiera di Gesù «che tutti siano uno». Poi, in un certo senso, sta cambiando anche l’assetto geopolitico del Movimento perché, logicamente, il mondo è vasto, le richieste sono tante e non si riesce a rispondere a tutti; allora si sente maggiormente il bisogno di essere più aperti, più missionari, più capaci di lasciare la stabilità, il posto in cui si è stati per tanto tempo per andare ad incontrare altre necessità, altri bisogni dell’umanità in zone dove ancora questo spirito non è arrivato. Quindi i focolarini sono più mobili, meno fissi in un posto; ma non solo i focolarini, in tutto il Movimento c’è il desiderio di portare nel mondo questo spirito proprio perché se ne avverte la necessità dappertutto.
Cosa oggi il Movimento dei Focolari dovrebbe mantenere, sviluppare, approfondire?
Mantenere assolutamente l’unità con la fonte che è Chiara, quindi la fedeltà al carisma originario così come ci è stato trasmesso; il ritorno alla vita dei primi tempi per scoprirvi quella radicalità, quella totalitarietà che anche oggi ci viene richiesta, forse ancora di più; quindi stare attenti a questo per mantenere questo spirito. Sviluppare il Movimento perché possa essere quello strumento che Dio ha pensato per portare questa spiritualità di comunione nel mondo, per costruire l’unità della famiglia umana, di tutta l’umanità, in Dio che è Padre di tutti e che vuole che tutti i figli siano uniti fra di loro e si amino. Che cosa dovrebbe approfondire? Io penso che da approfondire sarebbero proprio la conoscenza e la trasmissione – in termini accessibili a tutti – del grande carisma che Dio ha dato a Chiara e che non ha soltanto aspetti spirituali ma ha aspetti dottrinali, sociali, politici, aspetti che possono influire in tutti i campi. Questo ancora non è sviluppato adeguatamente. Quindi io penso che dovrebbe proprio approfondire la conoscenza e la trasmissione del pensiero originale di Chiara e dei suoi scritti.
È visibile l’incidenza del Movimento dei Focolari sulle realtà umane e sociali?
Penso che non possiamo dire che sia invisibile, perché, se fosse invisibile, non avremmo tanti consensi e qualche volta anche qualche dissenso; non avremmo vescovi che chiedono continuamente di aprire nuovi centri del Movimento in tante parti; non avremmo persone che trasformano l’angolo di mondo in cui si trovano. Quindi una certa visibilità senz’altro c’è, penso anche buona, solo che è una visibilità forse ancora troppo localizzata in alcuni punti e in alcune azioni. Penso alle tante opere sociali, penso alle cittadelle, penso al bene che fanno i nostri gruppi del Movimento nei Paesi dove ci sono violenze, conflitti; penso alla presenza dei Focolari nel Medio Oriente o in tante zone dell’Africa dove operano e sicuramente sono riconosciuti e riconoscibili. Penso però che questa visibilità debba essere più efficace e più estesa: forse il Movimento deve diventare più noto anche a livello mondiale, perché siamo presenti in quasi tutti i Paesi, ma questo forse ancora non è abbastanza espresso. Sarà una cosa che verrà con la vita: quanto più vivremo, tanto più incideremo e saremo visibili.
Come immagina una persona che appartiene al Movimento dei Focolari? Come dovrebbe essere, come dovrebbe vivere?
Immagino sicuramente una persona di relazioni, una persona capace di dialogo, capace di comunione, capace di fare da ponte, di mediare quando ci sono situazioni di dissensi, di conflitti. Quindi una persona che veramente riesce a costruire e a trasmettere l’unità nell’ambiente in cui vive, e a formare con altre persone piccole cellule in cui ci sia una vera unità per poi incidere sul tessuto dove ciascuno opera. Come dovrebbe vivere e come dovrebbe essere? Io ritorno a quello che Chiara ha detto: «Lascia a chi ti segue solo il Vangelo». Quindi una persona, per essere del Movimento, dovrebbe poter mostrare con la sua vita la verità di tutte le parole del Vangelo senza sconti, senza compromessi, essere capace di amare tutti, di amare sempre, di amare per primo, secondo quell’arte di amare che Chiara ci ha insegnato; capace di amare anche i nemici, quindi capace di portare fino alle estreme conseguenze la vita del Vangelo. Questo io lo direi per una persona del Movimento: anche se non conoscesse il Vangelo, la sua vita dovrebbe essere improntata da questi valori, con cui magari viene a contatto proprio attraverso il Movimento. Anche se non conoscesse la persona di Gesù, dovrebbe rispecchiare nella sua vita questi valori e questi ideali, a qualsiasi religione o a qualsiasi situazione appartenga. Si potrebbe dire: ma questa è un’impresa ardua, è un’utopia, è un’impresa impossibile! Io dico: è un’impresa ardua sicuramente, ma un’impresa che si costruisce momento per momento con piccoli passi. Questo non significa che una persona deve essere così; una persona deve tendere a diventare così, e lo diventerà crescendo giorno per giorno e cercando di vivere giorno per giorno quello che Dio le fa capire, quello che la sua coscienza le dice di fare, senza lasciarsi condizionare dall’ambiente che lo circonda, dalle tendenze che vanno di moda ma che poi passano, ma restando fedele a questa identità e coerenza che Dio le chiede.
Mentre scriviamo, arriva la notizia che papa Francesco, il prossimo 10 maggio, visiterà la cittadella dei Focolari a Loppiano. Com’è andata?
A dire il vero la notizia è stata per noi stessi una sorpresa. È chiaro che è un grande onore per il Movimento dei Focolari accogliere un papa tra di noi, in una nostra cittadella. Ci dà una profonda gioia, una spinta ulteriore ad intensificare l’impegno a vivere l’amore e l’unità radicati nel Vangelo. Vorremmo, infatti, che papa Francesco, incontrandoci, possa trovare un “popolo nato dal Vangelo”, secondo una definizione del Movimento che tanto piaceva a Chiara Lubich.
Documenti allegati
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Messaggio Cristiano "Magnifica humanitas":
SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026
Cari fratelli e sorelle,
oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.
Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).
E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).
Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.
Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.
Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).
È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).
È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.
Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).
Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).
Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).
L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità
Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.
Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.
Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)
La presentazione del card. Parolin:
“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.
Leone XIV
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