Letture e meditazioni |
Maria, il nome femminile dell´Amore
Il Santo Rosario: I misteri della Risurrezione
Primo mistero: Gesù incontra Maria di Magdala nel giardino
«Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì” – che significa “Maestro mio!”» (Gv 20, 16).
Il pastore conosce le sue pecore, ciascuna per nome, ed esse conoscono la sua voce (10, 3-4. 14).
È bello essere chiamati per nome: dice amicizia, rapporto personale, intimità. Con quel nome, “Maria”, è come se Gesù l’abbracciasse, la prendesse dentro di sé: «Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43, 1).
E lei, con quel nome, “Maestro mio!”, è come se lo abbracciasse. Anzi, l’abbraccia davvero!
Chiediamo a Maria il dono di un rapporto personale e profondo con il Signore risorto.
Secondo mistero: Gesù incontra i due discepoli sulla strada di Emmaus
«Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. (…) Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24, 15.30-31).
Il buon pastore va in cerca della pecora smarrita e la trova su una strada di periferia, verso Emmaus. Entra nel mondo dei due, tristi e delusi, e con la sua vicinanza ridona speranza e fa ardere il loro cuore.
Chiediamo a Maria che tutte le persone triste e deluse possano incontrare il Signore risorto e ritrovare la gioia.
Terzo mistero: Gesù incontra gli Undici nel cenacolo
«Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi”. (…) Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi» (Lc 24, 36.40).
Gesù “sta”, la sua è ormai una presenza stabile: è questo l’essere profondo della Chiesa, la presenza del Signore crocifisso, espressione dell’amore infinito di Dio; presenza che dà pace.
Chiediamo a Maria che la promessa di Gesù di “rimanere sempre con noi” dia alla Chiesa il coraggio e l’audacia di annunciare il Vangelo ad ogni creatura.
Quarto mistero: Gesù incontra Tommaso nel cenacolo
Gesù «disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; prendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo; ma credente!». Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”» (Gv 20, 27-28).
È la più alta professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: una fede partecipata, personale, appassionata: «Sei il “mio” Signore, il “mio” Dio», così come per la Maddalena era il Maestro “mio”.
Egli è “mio” perché io sono suo, mi ha acquistato a caro prezzo, testimoniato dal segno dei chiodi e della lancia che non ha voluto cancellare perché sempre, per tutta l’eternità, vi leggessimo il suo amore infinito.
Chiediamo a Maria il dono della fede per quanti dubitano o non credono: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
Quinto mistero: Gesù incontra Pietro sul lago
«Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. (…) Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? Gli disse per la terza volta: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. (…) “Seguimi”» (Gv 21, 15-19).
Pietro ha rinnegato per tre volte il Signore, adesso per tre volte gli professa un amore incondizionato. Ogni sbaglio è l’occasione per un amore più grande. Il Risorto ci insegna che si può ricominciare. Si può sempre ricominciare a “seguire” Gesù.
Chiediamo a Maria che preghi “per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”, che preghi per tutti i peccatori, perché ritorniamo a Dio con fiducia.

Maria. I filologi lo interpretano in tanti modi, tutti belli; ma il significato suo più denso di bellezza è quel suo indicare particolarmente, inconfondibilmente, lei: l’unica tra le donne: Maria.
Un nome che non si finisce mai di pronunziare; e che ogni volta dona gioia. Nella salutazione angelica, che solca la vicenda umana come una fontana di letizia, milioni di creature ogni giorno più volte così la chiamano.
E così la chiamavano i genitori e i parenti e i vicini di casa a Nazareth. E così ad ogni ave torniamo tutti a chiamarla familiarmente, allo scopo di chiedere la sua intercessione in questo esperimento della vita che culmina nella morte, varco alla perenne vita.
«Maria»: al pronunziare quel nome il cuore balza in petto come il bambino nel seno di Elisabetta, «ed Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo». «Maria», dicevano pastori e artigiani quando si affacciavano sul vano di quella sorta di spelonca che era l’abitazione della sacra famiglia nella collina di Nazareth, per chiederle un favore: ella era così servizievole con tutti, così ricca di risorse per ciascuno. E se non avevano nulla da domandarle, s’affacciavano per la gioia di salutarla: la gioia di dire quel nome che aduna tante cose belle, poiché riassume i misteri dell’amore. Il nome femminile dell’Amore.
A distanza di secoli, noi, a mo’ dell’arcangelo e di Giuseppe, a mo’ di tutti i santi e di tanti peccatori, seguitiamo a chiamarla così: Maria; cinquanta, cento e più volte al giorno, senza scortare mai quel nome con titoli di nobiltà, epiteti di boria, patenti di primato. A noi piace — come piace a lei — di avvicinarla, non di distaccarla, per avvicinare lo Sposo, che con lei fa unità. La ressa delle strade, il turbine delle passioni, la traccia dello spirito sono venati, solcati da quel nome, su cui transita l’amore da terra a cielo. L’umiltà avvicina e l’amore unifica; ed è il più grande tributo. Noi ci sentiamo di casa nella Chiesa di Cristo, noi ci sentiamo di casa nella comunione dei santi, nello stesso ambito della SS. Trinità, anche perché c’è Maria; c’è la madre e dunque c’entrano i figli. Dov’è Maria è l’amore: e dove è l’amore è Dio. E dunque dire quel nome in ogni circostanza e ambiente è penetrare di colpo in un’atmosfera di divino, è accendere una stella nella notte; aprire una sorgiva di poesia in una plaga tecnologica; far fiorire di gigli una palude. È un restituire il calore della famiglia in un campo di lavori forzati.
Maria ama: e nell’amore si nasconde. Il vero amore è contemplazione della persona amata. Anche in questo, imitando la giovinetta nazarena, si può essere contemplativi, stando nel mondo, in una stamberga di contadini o in un appartamento di città.
L’amore in lei è stato così grande che ci ha dato Dio: Dio che è amore. Lei lo ha quasi strappato dal cielo per darlo alla terra; dal solo divino per farlo anche uomo, a servizio degli uomini.
E veramente amare è farsi uno con l’Amato: e Maria si fece talmente uno con Dio che Dio si donò a lei, per donarsi, mediante lei, a tutti gli uomini.
In definitiva si sta nel mondo, in posizioni diverse, con vestiti d’ogni sorta; ma, standoci come Maria, si prepara sempre e dappertutto la stanza per Gesù.
(Igino Giordani, Maria modello perfetto, Città Nuova, Roma 2012, pp. 17-20)
R come ROSARIO. Recitare questa preghiera è un mezzo per stare il più possibile vicini a Gesù e Maria, e al loro amore che ci cambia la vita
Di Paolo Gulisano
Il Rosario della Vergine Maria è una delle più belle preghiere della Chiesa. E’ una preghiera che è stata prediletta da numerosi Santi, e sempre incoraggiata dal Magistero. Nella sua semplicità e profondità, rimane, anche oggi, una preghiera di grande significato, destinata a portare frutti di santità. Essa ben s'inquadra nel cammino spirituale di un cristianesimo che, dopo duemila anni, non ha perso nulla della freschezza delle origini, e si sente spinto dallo Spirito di Dio a prendere il largo per testimoniare Cristo al mondo come Signore e Salvatore, come via, verità e vita.Il Rosario, infatti, pur caratterizzato dalla sua fisionomia mariana, è preghiera dal cuore cristologico. Nella sobrietà dei suoi elementi, concentra in sé la profondità dell'intero messaggio evangelico, di cui è quasi un compendio. In esso riecheggia la preghiera di Maria, il suo perenne Magnificat per l'opera dell'Incarnazione redentrice iniziata nel suo grembo verginale. Con esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e all'esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore. Il Rosario era la preghiera prediletta di san Giovanni Paolo II, che la definiva “preghiera meravigliosa! Meravigliosa nella sua semplicità e nella sua profondità. [...] Si può dire che il Rosario è, in un certo modo, un commento-preghiera dell'ultimo capitolo della Costituzione Lumen gentium del Vaticano II, capitolo che tratta della mirabile presenza della Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa. Difatti, sullo sfondo delle parole Ave Maria passano davanti agli occhi dell'anima i principali episodi della vita di Gesù Cristo. Essi si compongono nell'insieme dei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, e ci mettono in comunione viva con Gesù attraverso – potremmo dire – il Cuore della sua Madre. Nello stesso tempo il nostro cuore può racchiudere in queste decine del Rosario tutti i fatti che compongono la vita dell'individuo, della famiglia, della nazione, della Chiesa e dell'umanità. Vicende personali e vicende del prossimo e, in modo particolare, di coloro che ci sono più vicini, che ci stanno più a cuore. Così la semplice preghiera del Rosario batte il ritmo della vita umana
II Rosario, proprio a partire dall'esperienza di Maria, è una preghiera spiccatamente contemplativa. II Rosario, basato sulla ripetizione, presuppone una fede viva ed un amore sincero a Cristo Redentore ed alla Vergine Maria. E’ un metodo per contemplare.
Come nasce la preghiera del Rosario? Essa s'inserisce in quel rigoglioso rifiorire in manifestazioni nuove della devozione verso la Vergine, nei suoi aspetti più popolari, che è caratteristico già sul finire del secolo XII; vi contribuirono largamente i Cistercensi e poi, sin dal principio del secolo seguente, i grandi Ordini mendicanti nelle loro strenue lotte contro le eresie. Per la più facile e diligente recitazione si adottò la corona, che era già in uso per devozioni consimili. Ben presto si introdusse in tale recitazione il ricordo dei Misteri della vita di Maria e di Gesù. San Domenico ed i suoi frati, predicatori popolari per missione, non potevano rimanere estranei a questo movimento, ma non è facile determinare sotto quale forma precisa lo abbiano sul principio praticato e diffuso. Una sanzione, si può dire ufficiale, si ebbe quando san Pio V rese fissa ed uniforme la formula dell'Ave Maria.
Negli anni turbolenti del post-concilio, si assistette purtroppo ad una certa crisi di questa preghiera che, nel contesto storico e teologico di quegli anni, rischiò di essere a torto sminuita nel suo valore e perciò scarsamente proposta alle nuove generazioni. C'era chi pensava che la centralità della Liturgia, giustamente sottolineata dal Concilio Ecumenico Vaticano II, avesse come necessaria conseguenza una diminuzione dell'importanza del Rosario. In realtà, come precisò il beato Paolo VI, questa preghiera non solo non si oppone alla Liturgia, ma le fa da supporto, giacché ben la introduce e la riecheggia, consentendo di viverla con pienezza di partecipazione interiore, raccogliendone frutti nella vita quotidiana.
Forse c'è anche chi teme che essa possa risultare poco ecumenica, per il suo carattere spiccatamente mariano. In realtà, essa si pone nel più limpido orizzonte di un culto alla Madre di Dio, quale il Concilio l'ha delineato: un culto orientato al centro cristologico della fede cristiana, in modo che « quando è onorata la Madre, il Figlio sia debitamente conosciuto, amato, glorificato.
Il motivo più importante per riproporre con forza la pratica del Rosario è il fatto che esso costituisce un mezzo validissimo per favorire tra i fedeli un impegno di contemplazione del mistero cristiano come vera e propria 'pedagogia della santità', un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell'arte della preghiera.
Il Rosario – ripetiamo- si pone nella migliore e più collaudata tradizione della contemplazione cristiana. Sviluppatosi in Occidente, esso è preghiera tipicamente meditativa e corrisponde, in qualche modo, alla “preghiera del cuore” tipica dell'Oriente cristiano.
Alle critiche di chi definisce il Rosario una preghiera per illetterati, per persone semplici che non sono ancora salite alle vette sublimi della spiritualità, per vecchiette ignoranti, rispondeva già anni fa padre Vincent McNabb. Il domenicano irlandese amico di G.K. Chesterton di cui abbiamo già accennato nelle voci di questo Dizionario della Fede. Mc Nabb affermava che il Rosario era il modo più sicuro per essere in unione con Dio attraverso la preghiera mentale. Nella sua personale esperienza aveva incontrato la fede profonda di tanti fedeli cui era stato insegnato a pregare Dio attraverso la Beata Vergine. "La maggior parte dei contemplativi che ho incontrato sono nel mondo,- disse- e questi hanno trovato l'unione con Dio attraverso il Rosario." La devozione al Santo Rosario, a suo parere, avrebbe dovuto essere fondamentale per una vita di preghiera autentica: "L'Incarnazione è il centro di tutta la nostra vita spirituale. Uno dei mezzi con i quali si può farla diventare tale è il Santo Rosario. Non vi è modo di arrivare a una realizzazione di questo grande mistero pari a quella di dire il rosario. Niente potrà avere così effetto sull’animo come andare oltre, abitare nel pensiero un piccolo spazio ogni giorno, a Betlemme, sul Golgota, sul monte dell'Ascensione."
Il Rosario, insomma, come un mezzo per stare il più possibile vicini a Gesù e Maria, e al loro amore che ci cambia la vita.
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Maria, la madre di Gesù, vigila sul buon esito della festa. Saggia e accorta, non si lascia sfuggire il venir meno improvviso del vino. Soltanto un miracolo può evitare lo spegnersi della festa. E solo il Figlio lo può compiere.
“Venuto a mancare il vino, … “ (Gv 2,3). La gioia della festa nuziale di Cana, come ogni altra gioia umana, è fragile e instabile, ed è esposta continuamente al rischio dell’interruzione. Il vino “che dà gioia al cuore dell’uomo”(Sal 104, 15), può venire a mancare. Un progetto di felicità basato soltanto sulle scorte umane non ha solidità. Cana racconta i chiaroscuri dell’amore umano, soggetto a caducità e a precarietà. Talvolta sulla tavola del mondo viene meno il vino dell’amore, della bellezza e della gioia. I giorni raccontano il venir meno di tante esperienze di amore. Tuttavia Dio non si rassegna. Maria non si rassegna.
“Venuto a mancare il vino, la Madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. La premurosa intercessione di Maria inverte la tendenza e riporta la festa nella comunità umana.
A Cana, Maria è icona del volto gratuito di un Dio, che ha a cuore la felicità degli uomini.
Rassicurato da Maria, ogni credente sa che è possibile ricominciare la festa. La strada è segnata dall’invito che Ella rivolge ai servi: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5). Sono le ultime parole di Maria nel Vangelo e le ultime rivolte agli uomini. Maria ha parlato con gli angeli, con Elisabetta, con il Figlio, ma quest’ultimo è il suo testamento per l’umanità. Fate le sue parole, fate il vangelo, non solo ascoltatelo o annunciatelo. Rendetelo vivo e si riempiranno le anfore vuote.
“Vi erano là sei giare di pietra. Gesù disse: riempite d’acqua le giare. E le riempirono fino all’orlo” (vv. 6-7). L’umanità può portare al Signore soltanto dell’acqua. Nient’altro che acqua. E Dio compie il miracolo del vino grazie all’acqua. Gesù non effettua il suo primo miracolo dal nulla, ma grazie all’acqua della disponibilità umana.
Anche la moltiplicazione dei pani e dei pesci incontrò il contributo che un ragazzo, al seguito di Gesù, portava nella bisaccia (cfr. Lc 9,13).
Ognuno mette davanti a Dio la pochezza del suo amore e la grandezza dei propri sogni.
Le nozze di Cana dicono che l’amore umano è il luogo privilegiato dell’operosità di Dio, la creta dei suoi miracoli. Al centro della fede è posto lo stesso sale che sta al centro della vita dell’uomo: l’amore.
Quando le sei giare di pietra di ogni creatura saranno offerte a Dio, colme fino all’orlo di tutto ciò che è umano, sarà lui stesso a mutare l’umile acqua nel migliore dei vini.
Il Dio di Gesù Cristo è il Dio delle nozze di Cana e della festa che ama fare festa con gli sposi e i loro amici, e che fa dell’amore umano il luogo in cui far germogliare miracoli. Egli dà sapore alla vita e vivacità alla fede.
“Non è ancora giunta la mia ora” (v. 4). Maria mette in azione Dio e lo fa agire anzitempo. Lo snida dai rischi della tranquillità di Nazareth e lo manda in missione. Quante persone, famiglie e nazioni non hanno più vino. Maria insegna a non tacere, ma a chiedere l’azione sanante e prodigiosa di Dio. Gesù risponde con un sì a Maria, chiudendo in tal modo la gioiosa intimità di Nazareth.
Maria sarà la prima collaboratrice di Gesù e capirà che affrettare l’ora del Messia significherà provocare pure la propria, di madre. E Maria, corrispondendo con tutta se stessa, con gioia ripeterà: “Fate quello che vi dirà”.
Lorenzo Piva, Oltre il deserto, Edizioni San Paolo, Milano 2009
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Mercoledì, 29 aprile 2026
Il Viaggio Apostolico in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Oggi desidero parlare del Viaggio apostolico che ho compiuto dal 13 al 23 aprile, visitando quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.
Fin dall’inizio del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale. Ed esprimo il mio “grazie” più sentito ai Vescovi e alle Autorità civili che mi hanno accolto e a tutti coloro che hanno collaborato all’organizzazione.
La Provvidenza ha voluto che la prima tappa fosse proprio il Paese dove si trovano i luoghi di Sant’Agostino, cioè l’Algeria. Così mi sono trovato, da una parte, a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano.
In Algeria ho ricevuto un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso. Inoltre, è stata l’occasione propizia per mettersi alla scuola di Sant’Agostino: con la sua esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità egli è maestro nella ricerca di Dio e della verità. Una testimonianza oggi quanto mai importante per i cristiani e per ogni persona.
Nei successivi tre Paesi che ho visitato, la popolazione è invece a larga maggioranza cristiana, e dunque mi sono immerso in un clima di festa della fede, di accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana. Ho sperimentato anch’io, come i miei Predecessori, un po’ di quello che accadeva a Gesù con le folle della Galilea: Lui le vedeva assetate e affamate di giustizia, annunciava loro: “Beati i poveri, beati i miti, beati gli operatori di pace…” e, riconoscendo la loro fede, diceva: “Voi siete sale della terra e luce del mondo” (cfr Mt 5,1-16).
La visita in Camerun mi ha permesso di rafforzare l’appello a impegnarci insieme per la riconciliazione e la pace, perché anche quel Paese purtroppo è segnato da tensioni e violenze. Sono contento di essermi recato a Bamenda, nella zona anglofona, dove ho incoraggiato a lavorare insieme per la pace. Il Camerun è detto “Africa in miniatura”, in riferimento alla varietà e alla ricchezza della sua natura e delle sue risorse, ma possiamo intendere questa espressione anche nel senso che i grandi bisogni dell’intero continente li ritroviamo in Camerun: quello di un’equa distribuzione delle ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica; quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale. Ringrazio la Chiesa in Camerun e tutto il popolo camerunese, che mi ha accolto con tanto amore, e prego affinché lo spirito di unità che si è manifestato durante la mia visita sia mantenuto vivo e guidi le scelte e le azioni future.
La terza tappa del Viaggio è stata in Angola, grande Paese a sud dell’equatore, di plurisecolare tradizione cristiana, legata alla colonizzazione portoghese. Come molti Paesi africani, dopo aver raggiunto l’indipendenza, l’Angola ha attraversato un periodo travagliato, che nel suo caso è stato insanguinato da una lunga guerra interna. Nel crogiolo di questa storia Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace. Chiesa libera per un popolo libero! Al Santuario mariano di Mamã Muxima – che significa “Madre del cuore” – ho sentito pulsare il cuore del popolo angolano. E nei diversi incontri ho visto con gioia tante religiose e tanti religiosi di ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente; ho visto catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità; ho visto volti di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del Vangelo; ho visto donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle ideologie e dalle vane promesse dei potenti.
Questa speranza esige un impegno concreto, e la Chiesa ha la responsabilità, con la testimonianza e con l’annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e di promuovere il loro effettivo rispetto. Con le Autorità civili angolane, ma anche con quelle degli altri Paesi, ho potuto assicurare la volontà della Chiesa Cattolica di continuare a dare questo contributo, in particolare in campo sanitario ed educativo.
L’ultimo Paese che ho visitato è la Guinea Equatoriale, a 170 anni dalla prima evangelizzazione. Con la sapienza della tradizione e la luce di Cristo, il popolo Guineano ha attraversato le vicende della sua storia e nei giorni scorsi, alla presenza del Papa, ha rinnovato con grande entusiasmo la sua volontà di camminare unito verso un futuro di speranza.
Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale: i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare “per i loro peccati e la loro libertà”. Non avevo mai visto nulla di simile. E poi hanno pregato con me il “Padre nostro” sotto una pioggia battente. Un segno genuino del Regno di Dio! E sempre sotto la pioggia è iniziato il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata. Una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile. Questa festa è culminata nella celebrazione eucaristica del giorno dopo, che ha coronato degnamente la visita in Guinea Equatoriale e anche l’intero Viaggio apostolico.
Cari fratelli e sorelle, la visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti. Sono felice di aver dato loro questa possibilità, e nello stesso tempo ringrazio il Signore per ciò che loro hanno donato a me, una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero.
Leone XIV
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