Testimoni del nostro tempo |
NINO OLIVA : AMARE E SERVIRE I FRATELLI
02/05/2016
Papà Nino era nato a Milazzo il 16 giugno 1921, tre giorni dopo la grande festa di S.Antonio, di cui porta il nome: gli è sempre stato caro questo fatto, e ci teneva moltissimo; diceva con gioia: “hanno festeggiato il mio santo ancor prima che nascessi!”. Era il terzo di cinque fratelli. La sua famiglia viveva la fede in Dio non solo nel rispetto della tradizione ma in un’atmosfera di sereno amore vicendevole. Il padre, capofamiglia tradizionale ma amorevolissimo verso la moglie ed i figli dirigeva lo stabilimento di estrazione e lavorazione della pietra pomice ad Acquacalda, sull’isola di Lipari: per questo la famiglia visse un certo numero di anni sull’isola. L’infanzia di papà Nino si è svolta lì, a stretto contatto con il mare, che è sempre stato “il suo elemento”, il suo ambiente prediletto, nell’amore per il quale ha cresciuto anche noi figli. Ricordando il periodo della sua infanzia isolana, papà scriveva: ” … Di quel periodo ricordo la mia vita libera a contatto con una natura meravigliosa!”.
Questo suo amore immenso per la natura, “il Creato” – splendido dono di Dio, da amare e rispettare – è sempre stato un elemento importantissimo nelle esperienze che con la mamma ci faceva vivere: come era bello vedere il suo entusiasmo nell’insegnarci a nuotare, a pescare… vedere i sui tuffi, la sua cattura dei polpi… Ci sarebbero da raccontare tanti bei ricordi ed aneddoti!
Papà ci ha insegnato ad amare ed imparare dalla natura… a tutto tondo, anche accompagnandoci negli ambienti a lui meno familiari della campagna e delle distese invernali innevate (ove peraltro lui era proprio un “pesce fuor d’acqua”!), per amore, per farci contenti.
E poi, negli anni dell’adolescenza?
Quando il padre dovette lasciare l’azienda (che era passata ad un proprietario tedesco), la famiglia tornò a Milazzo: qui papà Nino compì gli studi delle medie, e poi quelli delle superiori, come perito tecnico-meccanico, nella città di Messina.
A Milazzo suo padre aveva fatto costruire una bella casa, vicina alla Spiaggia di Ponente, “tutta di ghiaia fine e lucida come chicchi di riso” (che spesso, scherzosamente, lui paragonava alle spiagge liguri in varie zone, fatte da grossi sassi un po’ scomodi…).
Il periodo milazzese dell’adolescenza è quello di cui papà ci narrava l’armonia famigliare, i frequenti incontri con i numerosi parenti, il giardino pieno “di ogni tipo di frutta”, a cominciare da una celeberrima generosissima pianta di fichi… Tutti ricordi ammantati da un’aura di serenità semplice e di pace, momenti festosi, un “idillio” che subì una brusca interruzione nel suo animo e nella vita concreta con lo scoppio della guerra.
Ma com’è stato che Nino è venuto al Nord?
È appunto con la guerra che papà venne al nord, mandato nella zona di Torino (a Chivasso), nel genio ferrovieri. A quel lungo periodo, tutto vissuto dunque lontano sua terra, risalgono i suoi ricordi di grandi momenti di dolore, tra la vita dura imposta dalla situazione, la solitudine ed il drammatico distacco dalla famiglia lontana e di cui aveva rare notizie, oltre alla precarietà della vita che sperimentava sotto i bombardamenti (nei suoi scritti trovati di recente, ricordava come questi duri momenti fossero stati importantissimi nel fargli sentire la chiamata ad un rapporto più profondo e totalitario con Dio).
Proprio in questo difficile periodo, poi, avvenne un fatto che si impresse indelebile nell’esperienza di papà. A Milazzo (dunque mentre lui era lontano, a Torino, sotto le armi durante la guerra), suo padre, poco più che cinquantenne venne investito da un camion militare che stava sbandando dalla strada e morì salvando una nonna con il nipotino in braccio che stavano per esserne travolti. Questo esempio di amore eroico del papà per il prossimo, segnò moltissimo la sua vita e i suoi sentimenti, imprimendogli nell’anima l’importanza di vivere l’attimo presente “con solennità”, in una continua tensione alla custodia dell’ amore e della pace.
Papà ci ha trasmesso questo insieme di valori con il costante richiamo, come cosa sacra, al salutarsi sempre bene (prima di uscire, prima di andare a dormire la sera…) ed alla necessità costante – ogni qual volta ci fossero state incomprensioni, liti, dissapori – di riconciliarsi sempre, sempre, sempre e con tutti, perdonando gli altri e, reciprocamente, chiedendo scusa, per primi: sempre fare la Pace.
Poi venne un’altra dura sofferenza: per una malattia contratta in quel periodo dovette stare per vario tempo all’ospedale militare e nonostante avesse infine praticamente perso un polmone, visse grazie a Dio una vita lunga e sana.
Subito dopo la guerra, per cercare lavoro, papà fece un concorso alle poste.

Non era certo il suo lavoro ideale: ci raccontava spesso che da bambino aveva pensato “mai farò quel lavoro, a mettere timbri tutto il giorno…!!”. Il concorso lo vinse, anche con il massimo punteggio, e solo dopo scoprì che, come invalido di guerra, avrebbe avuto comunque diritto all’assunzione; quindi, sorridendo (ma anche con una punta di soddisfazione e quasi di orgoglio) ci faceva notare che l’impiego l’aveva però conquistato con le sue forze.
E quanto alla vita spirituale?
In questo periodo giovanile doloroso si era fatta strada la sua ricerca di un più profondo e ricco rapporto con Dio: sentiva il desiderio di una fede più grande, ricca, profonda. Un caro collega civile conosciuto durante il suo servizio militare nel genio ferrovieri, con una trentina d’anni in più di lui, fu la sua figura “paterna” di riferimento in quegli anni. Era un uomo molto retto e pio e si prese cura di lui anche dal punto di vista spirituale, lo aiutò nella formazione e lo avviò alla cresima, in cui gli fu padrino un giovane e caro commilitone. Papà divenne in questo periodo molto devoto a Maria e in particolare ci parlò qualche volta di un santuario mariano (quello della “Madonna delle ghiaie di Bonate”), ove era stato in pellegrinaggio ed ove aveva chiesto a Maria la grazia della sua guarigione.
E con voi figli come era papà Nino?
Lui era totalmente dedicato a noi figli, in tutto. Papà (come pure la mamma Ida… uguali!) è sempre stato di una generosità gratuita e naturale, che ha cercato di farci respirare come bella e gioiosa condotta di vita. Quante volte un bel dono arrivato in famiglia… prendeva subito altre strade, diretto a persone bisognose di beni o di affetto…; e noi figli spesso protestavamo, scoprendolo, ma… che ricchezza e gioia vera, crescendo, ci è rimasta nel cuore ripensando a quegli episodi!. Era perfetto papà? Certo che no, era molto umano! Ad esempio, era di temperamento iroso, focoso, capace di accendersi come un fiammifero (… del resto noi 4 figli eravamo delle piccole belve…); insofferente alle discussioni e istintivamente portato a cessarle in fretta ed autoritariamente: “… Chi comanda in questa famiglia?!”… “…Siamo allo sbando!”… “… Non s’è mai visto!… nelle altre famiglie queste cose non succedono”… MA POI, SEMPRE, SEMPRE, SEMPRE CHIEDEVA SCUSA… A volte anche con persone estranee potevano svolgersi scene di dissapori molto teatrali… e talvolta davvero inspiegabili:… “Ma che figura”, dicevamo noi figli, “non sarebbe stato meglio non discutere?…”.
Ovviamente, anche dopo episodi del genere, cercava sempre la riconciliazione, sapendo tornare indietro a chiedere scusa (anche quando, come per lo più accadeva, aveva in realtà ragione lui…). L’importante era la pace.
E come è stato il suo incontro con il Movimento dei Focolari?
Dopo la fine della guerra e la completa guarigione, papà raggiunse la madre e i fratelli ancora non sposati che nel frattempo si erano trasferiti nelle Marche. Ad Ascoli Piceno conobbe la famiglia Santanché, e grazie a loro incontrò l’Ideale di Chiara. Quando ne parlava, papà ci raccontava di essere rimasto davvero, “edificato” da questa bella famiglia.
Da quel momento in avanti, la vita di papà è stata segnata dall’impegno a vivere per l’unità: in famiglia, in focolare, con tutti i prossimi che incontrava…
Ringraziamo Lucia per queste preziose notizie, e in particolare per il dono di alcune esperienze personali di Nino che ha rintracciato fra le sue carte.
A cura di Franco Pizzorno
MARCO BETTIOL Colpito da una grave malattia che gli impedisce di comunicare con l’esterno, Marco Bettiol riesce comunque a far sentire il suo amore concreto a chi gli sta vicino.
“Carissima mamma, raffinato fiore del mio giardino, luce e gioia del mio sguardo. È il primo anno che posso parlarti dopo otto di silenzio e ti dico che il mio cuore è gonfio d’amore per te. Coglieremo insieme i frutti che la vita ci darà, dolci o amari. Con tanto amore. Marco”.
Così scrive alla mamma nel 2001. Sono le prime parole che, con l’ausilio di una tastiera, riesce a donare ai suoi genitori.
Marco nasce il 25 giugno 1992 in piena salute. Tuttavia ai Bettiol, giovane famiglia vicentina del Movimento dei focolari, Dio chiede subito tantissimo. Affetto già a tre mesi da crisi epilettiche, Marco è ben presto vittima di serie disabilità motorie ed impossibilitato a comunicare con il mondo esterno.
«Accogliere Marco è stato vivere con lui ogni sua conquista - raccontano i genitori - ogni passo senza pretendere che fosse come gli altri bambini. Marco era un bambino con un sorriso speciale e travolgente».
Attraverso la scrittura facilitata dalla tastiera, Marco svela il suo intimo: dentro quel corpo fragile e deforme, c’è un’anima che la malattia ha reso ancora più sensibile all’amore di Dio e del prossimo.
Questa scoperta porta immediatamente nuove sfide per chi gli è accanto. E pur se talvolta travagliato per quello che appare, Marco riesce sempre a cogliere in ogni attimo l’amore di Dio e sa essere un dono speciale per chi gli sta accanto.
Di lui dice Elisa, la sorellina terzogenita: «Certo, nessuno è uguale a Gesù, gentile come Gesù, però Marco è quello che gli assomiglia più di tutti! Lui gioca con me, mi fa le coccole, mi dice delle parole bellissime». Eppure, fisicamente, Marco non può fare nulla di tutto ciò. È l’amore che sa trasmettere che arriva dove materialmente non riuscirebbe!
Marco fa parte attivamente del Movimento Gen, i giovani dei Focolari. Fa della sua dolorosa situazione un mezzo straordinario per realizzare quotidianamente la frase evangelica: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.” (Mt 18,20). Nell’ultimo incontro che ha con gli amici gen, così li sprona: “Noi siamo chiamati a fare la volontà di Dio e ci aiutiamo a viverla come fratelli che vogliono camminare insieme nel Santo viaggio”.
Un rapporto speciale lo lega a Chiara Luce Badano, la gen savonese morta a diciotto anni per un tumore e beatificata il 25 settembre 2010. Grandissima è per lui l’emozione nel poter partecipare a questo evento:“Una gioia smisurata che riprovo ogni giorno se dico il mio sì a Dio nell’adesione all’attimo presente, essere come lei vuol dire per me essere tutto donato a Gesù e farmi uno con Lui e la Sua volontà”.
Partecipare alla beatificazione di una giovane che, come lui, ha vissuto nella malattia il suo eroico sì a Dio, è il viatico per l’ultimo viaggio.
Come alla beata Chiara Luce Badano, anche alla sua anima sono stati sufficienti diciotto anni per prepararsi all’incontro con il Signore. La sua vita terrena si è infatti conclusa pochi giorni dopo, il 15 ottobre, a causa di un improvviso blocco respiratorio. Era riuscito a scrivere agli amati genitori: “Ciao Patrizia e ciao Franz, che duo favoloso che siete!”.
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Messaggio Cristiano DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA GENERALE DELL'OPERA DI MARIA –
MOVIMENTO DEI FOCOLARI
Sala Clementina
Sabato, 21 marzo 2026
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Sono lieto di incontrarvi questo pomeriggio, dopo che avete partecipato all’Assemblea generale del Movimento dei Focolari. Saluto la Presidente, Margaret Karram, nuovamente eletta per un secondo mandato, e il nuovo Copresidente, don Roberto Eulogio Almada. Che il Signore benedica il vostro servizio!
Tutti voi siete stati attratti dal carisma della Serva di Dio Chiara Lubich, che ha plasmato la vostra esistenza personale e lo stile della vostra vita comunitaria. Ogni carisma nella Chiesa esprime un aspetto del Vangelo che lo Spirito Santo porta in primo piano in un determinato periodo storico, per il bene della Chiesa stessa e per il bene del mondo intero. Per voi si tratta del messaggio dell’unità: unità fra gli esseri umani che è frutto e riflesso dell’unità di Cristo con il Padre: «Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te» (Gv 17,21).
Questo spirito di unità voi lo vivete anzitutto tra voi, e lo testimoniate dappertutto come una nuova possibilità di vita fraterna, riconciliata e gioiosa, fra persone di diversa età, cultura, lingua e credo religioso. È un seme, semplice ma potente, che attira migliaia di donne e uomini, suscita vocazioni, genera una spinta di evangelizzazione, ma anche opere sociali, culturali, artistiche, economiche, che è fermento di dialogo ecumenico e interreligioso. Di questo fermento di unità c’è tanto bisogno oggi, perché il veleno della divisione e della conflittualità tende a inquinare i cuori e le relazioni sociali e va contrastato con la testimonianza evangelica dell’unità, del dialogo, del perdono e della pace. Anche attraverso di voi, Dio si è preparato, nei decenni passati, un grande popolo della pace, che proprio in questo momento storico è chiamato a fare da contrappeso e da argine a tanti seminatori di odio che riportano indietro l’umanità a forme di barbarie e di violenza.Oltre a questa importante testimonianza di unità e di pace, a voi, carissimi, è affidata anche la responsabilità di tenere vivo il carisma del vostro Movimento nella fase post-fondazionale, una fase che non si esaurisce con il primo passaggio generazionale dopo la scomparsa della fondatrice, ma si prolunga anche oltre. In questo tempo, siete chiamati a discernere insieme quali sono gli aspetti della vostra vita comune e del vostro apostolato che sono essenziali, e perciò vanno mantenuti, e quali sono invece gli strumenti e le pratiche che, benché in uso da tempo, non sono essenziali al carisma, o che hanno presentato aspetti problematici e che perciò sono da abbandonare.
Questa fase esige anche un impegno forte alla trasparenza da parte di chi ha ruoli di responsabilità, a tutti i livelli. La trasparenza, infatti, da un lato è condizione di credibilità e dall’altro è dovuta in quanto il carisma è un dono dello Spirito Santo di cui tutti i membri sono responsabili. Essi hanno quindi il diritto e il dovere di sentirsi compartecipi dell’Opera alla quale hanno aderito con dedizione totale. Ricordate, poi, che il coinvolgimento dei membri è sempre un valore aggiunto: stimola la crescita, sia delle persone sia dell’Opera, fa emergere le risorse latenti e le potenzialità di ciascuno, responsabilizza e promuove il contributo di tutti.
La responsabilità di discernimento comune, affidata a tutti voi, abbraccia anche il modo in cui il carisma dell’unità debba essere tradotto in stili di vita comunitaria che facciano brillare la bellezza della novità evangelica e, allo stesso tempo, rispettino la libertà e la coscienza dei singoli, valorizzando i doni e l’unicità di ciascuno. Possiamo riflettere sul fatto che Gesù, nella sua preghiera sacerdotale, dopo aver detto «siano una cosa sola», ha aggiunto «siano anch’essi in noi» (Gv 17,21), riferendo così l’unità fra i discepoli a un’unità superiore, quella tra il Padre e il Figlio. Ciò significa che l’unità che cercate di vivere e testimoniare si realizza principalmente “in Dio”, nell’adempimento della sua santa volontà, e di conseguenza nell’impegno condiviso della comunione e della vita comunitaria, sostenuto e guidato da quanti sono incaricati di tale servizio. L’unità è un dono e, al tempo stesso, un compito e una chiamata che interpella ciascuno. Tutti sono chiamati a discernere qual è la volontà di Dio e come si può realizzare la verità del Vangelo nelle varie situazioni della vita comunitaria o apostolica. E tutti in questo cammino di discernimento devono esercitare fraternità, sincerità, franchezza e soprattutto umiltà, libertà da sé stessi e dal proprio punto di vista. L’unità di tutti in Dio è un segno evangelico che è forza profetica per il mondo.
Ecco allora che l’unità non va intesa come uniformità di pensiero, di opinione e di stile di vita, che anzi potrebbe portare a svalutare le proprie convinzioni, a detrimento della libertà personale e dell’ascolto della propria coscienza. Chiara Lubich affermava che la premessa di ogni norma è la carità (cfr Premessa allo Statuto). È necessario perciò che l’unità sia sempre nutrita e sostenuta dalla carità reciproca, che esige magnanimità, benevolenza, rispetto; quella carità che non si vanta, non si inorgoglisce, né cerca il proprio interesse, né tiene conto del male ricevuto, ma si rallegra soltanto della verità (cfr 1Cor 13,4-6).
Carissimi, ringraziamo insieme il Signore per la grande famiglia spirituale che è nata dal carisma di Chiara Lubich. Per i giovani presenti nei vostri gruppi, che vedono con occhi limpidi la bellezza della chiamata ad essere strumenti di unità e di pace nel mondo. Per le famiglie, che sono state rinnovate e fortificate dalla presenza di Gesù in mezzo alla loro vita famigliare. Per i vescovi, i sacerdoti e i consacrati che hanno visto rinnovarsi il dono del loro ministero e della loro vita religiosa attraverso il contatto con il vostro Movimento e la vostra spiritualità. Per le tante focolarine e i tanti focolarini che, spesso con dedizione eroica, continuano a vivere in ogni parte del mondo una vita di preghiera, di lavoro, di dialogo e di evangelizzazione, seguendo il modello di vita apostolica delle prime generazioni cristiane. E ringraziamo per gli innumerevoli frutti di santità, conosciuti o ignoti, che il ritorno al Vangelo, da voi promosso, ha portato alla Chiesa in tutti questi anni.
Vi incoraggio a proseguire nel vostro cammino e vi benedico di cuore, invocando per tutti voi l’intercessione della Vergine Maria, perché vi protegga e vi accompagni sempre con il suo aiuto materno. Grazie!
Ho sentito che vi piace cantare: allora cantiamo insieme la preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Pater noster”….
Benedizione
Grazie! Tanti, tanti auguri.
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