Testimoni del nostro tempo |
NINO OLIVA : AMARE E SERVIRE I FRATELLI
02/05/2016
Papà Nino era nato a Milazzo il 16 giugno 1921, tre giorni dopo la grande festa di S.Antonio, di cui porta il nome: gli è sempre stato caro questo fatto, e ci teneva moltissimo; diceva con gioia: “hanno festeggiato il mio santo ancor prima che nascessi!”. Era il terzo di cinque fratelli. La sua famiglia viveva la fede in Dio non solo nel rispetto della tradizione ma in un’atmosfera di sereno amore vicendevole. Il padre, capofamiglia tradizionale ma amorevolissimo verso la moglie ed i figli dirigeva lo stabilimento di estrazione e lavorazione della pietra pomice ad Acquacalda, sull’isola di Lipari: per questo la famiglia visse un certo numero di anni sull’isola. L’infanzia di papà Nino si è svolta lì, a stretto contatto con il mare, che è sempre stato “il suo elemento”, il suo ambiente prediletto, nell’amore per il quale ha cresciuto anche noi figli. Ricordando il periodo della sua infanzia isolana, papà scriveva: ” … Di quel periodo ricordo la mia vita libera a contatto con una natura meravigliosa!”.
Questo suo amore immenso per la natura, “il Creato” – splendido dono di Dio, da amare e rispettare – è sempre stato un elemento importantissimo nelle esperienze che con la mamma ci faceva vivere: come era bello vedere il suo entusiasmo nell’insegnarci a nuotare, a pescare… vedere i sui tuffi, la sua cattura dei polpi… Ci sarebbero da raccontare tanti bei ricordi ed aneddoti!
Papà ci ha insegnato ad amare ed imparare dalla natura… a tutto tondo, anche accompagnandoci negli ambienti a lui meno familiari della campagna e delle distese invernali innevate (ove peraltro lui era proprio un “pesce fuor d’acqua”!), per amore, per farci contenti.
E poi, negli anni dell’adolescenza?
Quando il padre dovette lasciare l’azienda (che era passata ad un proprietario tedesco), la famiglia tornò a Milazzo: qui papà Nino compì gli studi delle medie, e poi quelli delle superiori, come perito tecnico-meccanico, nella città di Messina.
A Milazzo suo padre aveva fatto costruire una bella casa, vicina alla Spiaggia di Ponente, “tutta di ghiaia fine e lucida come chicchi di riso” (che spesso, scherzosamente, lui paragonava alle spiagge liguri in varie zone, fatte da grossi sassi un po’ scomodi…).
Il periodo milazzese dell’adolescenza è quello di cui papà ci narrava l’armonia famigliare, i frequenti incontri con i numerosi parenti, il giardino pieno “di ogni tipo di frutta”, a cominciare da una celeberrima generosissima pianta di fichi… Tutti ricordi ammantati da un’aura di serenità semplice e di pace, momenti festosi, un “idillio” che subì una brusca interruzione nel suo animo e nella vita concreta con lo scoppio della guerra.
Ma com’è stato che Nino è venuto al Nord?
È appunto con la guerra che papà venne al nord, mandato nella zona di Torino (a Chivasso), nel genio ferrovieri. A quel lungo periodo, tutto vissuto dunque lontano sua terra, risalgono i suoi ricordi di grandi momenti di dolore, tra la vita dura imposta dalla situazione, la solitudine ed il drammatico distacco dalla famiglia lontana e di cui aveva rare notizie, oltre alla precarietà della vita che sperimentava sotto i bombardamenti (nei suoi scritti trovati di recente, ricordava come questi duri momenti fossero stati importantissimi nel fargli sentire la chiamata ad un rapporto più profondo e totalitario con Dio).
Proprio in questo difficile periodo, poi, avvenne un fatto che si impresse indelebile nell’esperienza di papà. A Milazzo (dunque mentre lui era lontano, a Torino, sotto le armi durante la guerra), suo padre, poco più che cinquantenne venne investito da un camion militare che stava sbandando dalla strada e morì salvando una nonna con il nipotino in braccio che stavano per esserne travolti. Questo esempio di amore eroico del papà per il prossimo, segnò moltissimo la sua vita e i suoi sentimenti, imprimendogli nell’anima l’importanza di vivere l’attimo presente “con solennità”, in una continua tensione alla custodia dell’ amore e della pace.
Papà ci ha trasmesso questo insieme di valori con il costante richiamo, come cosa sacra, al salutarsi sempre bene (prima di uscire, prima di andare a dormire la sera…) ed alla necessità costante – ogni qual volta ci fossero state incomprensioni, liti, dissapori – di riconciliarsi sempre, sempre, sempre e con tutti, perdonando gli altri e, reciprocamente, chiedendo scusa, per primi: sempre fare la Pace.
Poi venne un’altra dura sofferenza: per una malattia contratta in quel periodo dovette stare per vario tempo all’ospedale militare e nonostante avesse infine praticamente perso un polmone, visse grazie a Dio una vita lunga e sana.
Subito dopo la guerra, per cercare lavoro, papà fece un concorso alle poste.

Non era certo il suo lavoro ideale: ci raccontava spesso che da bambino aveva pensato “mai farò quel lavoro, a mettere timbri tutto il giorno…!!”. Il concorso lo vinse, anche con il massimo punteggio, e solo dopo scoprì che, come invalido di guerra, avrebbe avuto comunque diritto all’assunzione; quindi, sorridendo (ma anche con una punta di soddisfazione e quasi di orgoglio) ci faceva notare che l’impiego l’aveva però conquistato con le sue forze.
E quanto alla vita spirituale?
In questo periodo giovanile doloroso si era fatta strada la sua ricerca di un più profondo e ricco rapporto con Dio: sentiva il desiderio di una fede più grande, ricca, profonda. Un caro collega civile conosciuto durante il suo servizio militare nel genio ferrovieri, con una trentina d’anni in più di lui, fu la sua figura “paterna” di riferimento in quegli anni. Era un uomo molto retto e pio e si prese cura di lui anche dal punto di vista spirituale, lo aiutò nella formazione e lo avviò alla cresima, in cui gli fu padrino un giovane e caro commilitone. Papà divenne in questo periodo molto devoto a Maria e in particolare ci parlò qualche volta di un santuario mariano (quello della “Madonna delle ghiaie di Bonate”), ove era stato in pellegrinaggio ed ove aveva chiesto a Maria la grazia della sua guarigione.
E con voi figli come era papà Nino?
Lui era totalmente dedicato a noi figli, in tutto. Papà (come pure la mamma Ida… uguali!) è sempre stato di una generosità gratuita e naturale, che ha cercato di farci respirare come bella e gioiosa condotta di vita. Quante volte un bel dono arrivato in famiglia… prendeva subito altre strade, diretto a persone bisognose di beni o di affetto…; e noi figli spesso protestavamo, scoprendolo, ma… che ricchezza e gioia vera, crescendo, ci è rimasta nel cuore ripensando a quegli episodi!. Era perfetto papà? Certo che no, era molto umano! Ad esempio, era di temperamento iroso, focoso, capace di accendersi come un fiammifero (… del resto noi 4 figli eravamo delle piccole belve…); insofferente alle discussioni e istintivamente portato a cessarle in fretta ed autoritariamente: “… Chi comanda in questa famiglia?!”… “…Siamo allo sbando!”… “… Non s’è mai visto!… nelle altre famiglie queste cose non succedono”… MA POI, SEMPRE, SEMPRE, SEMPRE CHIEDEVA SCUSA… A volte anche con persone estranee potevano svolgersi scene di dissapori molto teatrali… e talvolta davvero inspiegabili:… “Ma che figura”, dicevamo noi figli, “non sarebbe stato meglio non discutere?…”.
Ovviamente, anche dopo episodi del genere, cercava sempre la riconciliazione, sapendo tornare indietro a chiedere scusa (anche quando, come per lo più accadeva, aveva in realtà ragione lui…). L’importante era la pace.
E come è stato il suo incontro con il Movimento dei Focolari?
Dopo la fine della guerra e la completa guarigione, papà raggiunse la madre e i fratelli ancora non sposati che nel frattempo si erano trasferiti nelle Marche. Ad Ascoli Piceno conobbe la famiglia Santanché, e grazie a loro incontrò l’Ideale di Chiara. Quando ne parlava, papà ci raccontava di essere rimasto davvero, “edificato” da questa bella famiglia.
Da quel momento in avanti, la vita di papà è stata segnata dall’impegno a vivere per l’unità: in famiglia, in focolare, con tutti i prossimi che incontrava…
Ringraziamo Lucia per queste preziose notizie, e in particolare per il dono di alcune esperienze personali di Nino che ha rintracciato fra le sue carte.
A cura di Franco Pizzorno
MARCO BETTIOL Colpito da una grave malattia che gli impedisce di comunicare con l’esterno, Marco Bettiol riesce comunque a far sentire il suo amore concreto a chi gli sta vicino.
“Carissima mamma, raffinato fiore del mio giardino, luce e gioia del mio sguardo. È il primo anno che posso parlarti dopo otto di silenzio e ti dico che il mio cuore è gonfio d’amore per te. Coglieremo insieme i frutti che la vita ci darà, dolci o amari. Con tanto amore. Marco”.
Così scrive alla mamma nel 2001. Sono le prime parole che, con l’ausilio di una tastiera, riesce a donare ai suoi genitori.
Marco nasce il 25 giugno 1992 in piena salute. Tuttavia ai Bettiol, giovane famiglia vicentina del Movimento dei focolari, Dio chiede subito tantissimo. Affetto già a tre mesi da crisi epilettiche, Marco è ben presto vittima di serie disabilità motorie ed impossibilitato a comunicare con il mondo esterno.
«Accogliere Marco è stato vivere con lui ogni sua conquista - raccontano i genitori - ogni passo senza pretendere che fosse come gli altri bambini. Marco era un bambino con un sorriso speciale e travolgente».
Attraverso la scrittura facilitata dalla tastiera, Marco svela il suo intimo: dentro quel corpo fragile e deforme, c’è un’anima che la malattia ha reso ancora più sensibile all’amore di Dio e del prossimo.
Questa scoperta porta immediatamente nuove sfide per chi gli è accanto. E pur se talvolta travagliato per quello che appare, Marco riesce sempre a cogliere in ogni attimo l’amore di Dio e sa essere un dono speciale per chi gli sta accanto.
Di lui dice Elisa, la sorellina terzogenita: «Certo, nessuno è uguale a Gesù, gentile come Gesù, però Marco è quello che gli assomiglia più di tutti! Lui gioca con me, mi fa le coccole, mi dice delle parole bellissime». Eppure, fisicamente, Marco non può fare nulla di tutto ciò. È l’amore che sa trasmettere che arriva dove materialmente non riuscirebbe!
Marco fa parte attivamente del Movimento Gen, i giovani dei Focolari. Fa della sua dolorosa situazione un mezzo straordinario per realizzare quotidianamente la frase evangelica: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro.” (Mt 18,20). Nell’ultimo incontro che ha con gli amici gen, così li sprona: “Noi siamo chiamati a fare la volontà di Dio e ci aiutiamo a viverla come fratelli che vogliono camminare insieme nel Santo viaggio”.
Un rapporto speciale lo lega a Chiara Luce Badano, la gen savonese morta a diciotto anni per un tumore e beatificata il 25 settembre 2010. Grandissima è per lui l’emozione nel poter partecipare a questo evento:“Una gioia smisurata che riprovo ogni giorno se dico il mio sì a Dio nell’adesione all’attimo presente, essere come lei vuol dire per me essere tutto donato a Gesù e farmi uno con Lui e la Sua volontà”.
Partecipare alla beatificazione di una giovane che, come lui, ha vissuto nella malattia il suo eroico sì a Dio, è il viatico per l’ultimo viaggio.
Come alla beata Chiara Luce Badano, anche alla sua anima sono stati sufficienti diciotto anni per prepararsi all’incontro con il Signore. La sua vita terrena si è infatti conclusa pochi giorni dopo, il 15 ottobre, a causa di un improvviso blocco respiratorio. Era riuscito a scrivere agli amati genitori: “Ciao Patrizia e ciao Franz, che duo favoloso che siete!”.
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Messaggio Cristiano "Magnifica humanitas":
SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026
Cari fratelli e sorelle,
oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.
Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).
E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).
Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.
Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.
Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).
È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).
È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.
Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).
Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).
Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).
L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità
Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.
Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.
Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)
La presentazione del card. Parolin:
“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.
Leone XIV
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