I Cappuccini |
Fra´ Agnello Paladino: il San Francesco catanese
10 Luglio 2015
Il corpo del francescano, morto nel 1967, è stato recentemente traslato a Santa Maria della Guardia, di cui era devoto. Fu un punto di riferimento per i poveri della città etnea
Di Giuseppe Adernò
Catania, 10 Luglio 2015 (ZENIT.org)
Padre Claudio Cicchello, storico parroco della chiesa di Santa Maria di Gesù a Catania, dove ha svolto trent’anni di ministero pastorale ed ha curato il recupero dell’originario altare ligneo, trasferito presso la chiesa di Santa Maria della Guardia, ha dedicato una particolare attenzione alla ricerca storica della Chiesa.
Questa ricerca si è concretizzata con la pubblicazione del volume Conoscere per non dimenticare Santa Maria della Guardia. In seguito padre Cicchello si è dedicato alla valorizzazione dei Frati che hanno tracciato un solco indelebile nella storia della comunità parrocchiale.
Con il volume Un dono di Dio alla Chiesa, scritto in forma di intervista, ha riproposto all’attenzione dei fedeli la memoria di Padre Giuseppe Guardo (1891-1974), insigne predicatore, padre spirituale e guida della comunità parrocchiale, esempio e modello di santità sacerdotale.
Ecco ora la pubblicazione di un altro volume dedicato a Fra’ Agnello Paladino (1904-1967), del quale le testimonianze ancor più dirette rievocano la memoria di una santità vissuta nel silenzio e nell’operosità della vita parrocchiale. Il nome di “Fra’ Agnello”, assegnatogli durante il noviziato, ha caratterizzato la sua vita religiosa vissuta nella mitezza, nella semplicità e nell’umiltà, passando di casa in casa come “agnello mansueto” tra i poveri e gli emarginati di Catania e del quartiere vicino alla parrocchia, annunciando il Vangelo di carità e di misericordia.
I “suoi ragazzi”, ora affermati professionisti, lo ricordano con tanto affetto e devozione e le loro testimonianze costituiscono il “vangelo di fra’ Agnello”, buona notizia di carità, mansuetudine, dedizione, apostolato. La devozione alla Madonna della Guardia, al Bambino di Gesù nel giorno dell’Epifania, la pietà eucaristica, fanno di Fra’Agnello, un frate questuante, un umile sacrista, un campione di santità e un modello di vita francescana. Ora la sua salma è stata traslata con grandi onori dal cimitero di Catania presso la chiesa parrocchiale di Santa Maria della Guardia, dove i fedeli vengono spesso a pregare, invocando grazie e benedizioni.
Fra’ Agnello, con la sua semplice e umile testimonianza, diventa missionario e apostolo di carità, modello di virtù, in una società che ha perso il senso dei valori e, come dice Papa Francesco, non riesce a distinguere il vino buono delle virtù, da quello commerciale e di consumo, che lascia nel cuore tanta tristezza e vuoto.
Novello Francesco, il “poverello di Catania” ha portato luce e conforto, mettendo in circolazione la carità che passava dai fedeli al convento e dal convento alle case dei poveri.
Si racconta che durante la guerra e i bombardamenti si sia reso anch’egli operaio e manovale nei lavori della ricostruzione della Chiesa, che, come Francesco, volle contribuire a riparare.
Angelo di pace, portava conforto e serenità nelle famiglie anche non praticanti e la sua presenza è stata sempre accolta come un dono del Signore, una carezza di misericordia, un raggio di luce nella miseria.
La pedagogia di Fra’ Agnello, animata di attenzione, amorevolezza, saggezza ed esemplarità di vita, l’hanno trasformato da semplice “sacrista” a maestro di vita, catechista e modello da imitare. I frutti della sua testimonianza sono evidenti nell’impegno cristiano di quei ragazzi di allora, oggi mamme e papà che raccontano sempre le storie di Fra’ Agnello, buono e mansueto.
Beato Francesco Zirano: il frate, il missionario, il martire

La Provincia dei frati minori conventuali della Sardegna e l’Arcidiocesi di Sassari hanno vissuto una storica giornata, il 12 ottobre, con la beatificazione del confratello Frate Minore Conventuale P. FRANCESCO ZIRANO.
Un evento di grazia e di gratitudine al Signore e a Papa Francesco per questo nuovo beato che risplende nel firmamento dei beati e santi francescani e iscritto nel martirologio romano.
Si è vissuto con commozione l’avvenimento carico di significato, per la terra che lo ha generato, per la famiglia francescana che lo ha accolto e per le Chiese di Sassari e di Algeri che lo hanno seguito nel suo cammino verso la beatificazione.
Sono tre le caratteristiche peculiari di questa nobile figura: il frate, il missionario e il martire.
Il frate, figlio di S.Francesco, pieno di amore verso i fratelli, spinto dallo zelo apostolico e francescano, si formò alla sequela del Poverello con una disponibilità interiore e fede incrollabile nell’incarnare il carisma francescano “senza se e senza ma”.
Il missionario, perché partì alla volta di Algeri per convertire e portare il Vangelo dell’amore in quella terra così difficile e schiava di un islamismo a volte radicale.
Il martire, perché con la sua forte fede ha difeso il Cristo fino ad essere scorticato vivo pur di non rinnegare la fede cristiana.
Un grande esempio di altruismo, di donazione e di amore per il prossimo, tanto da pagare di persona con quel gesto che ancora oggi dopo 4 secoli interpella ciascuno di noi.
Padre Paolo Fiasconaro Ofmconv
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Messaggio Cristiano UDIENZA GENERALE Aula Paolo VI - 4 Febbraio 2026
Catechesi. I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica Dei Verbum. 4. La Sacra Scrittura: Parola di Dio in parole umane
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
La Costituzione conciliare Dei Verbum, sulla quale stiamo riflettendo in queste settimane, indica nella Sacra Scrittura, letta nella Tradizione viva della Chiesa, uno spazio privilegiato d’incontro in cui Dio continua a parlare agli uomini e alle donne di ogni tempo, affinché, ascoltandolo, possano conoscerlo e amarlo. I testi biblici, tuttavia, non sono stati scritti in un linguaggio celeste o sovrumano. Come ci insegna anche la realtà quotidiana, infatti, due persone che parlano lingue differenti non s’intendono fra loro, non possono entrare in dialogo, non riescono a stabilire una relazione. In alcuni casi, farsi comprendere dall’altro è un primo atto di amore. Per questo Dio sceglie di parlare servendosi di linguaggi umani e, così, diversi autori, ispirati dallo Spirito Santo, hanno redatto i testi della Sacra Scrittura. Come ricorda il documento conciliare, «le parole di Dio, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo» (DV, 13). Pertanto, non solo nei suoi contenuti, ma anche nel linguaggio, la Scrittura rivela la condiscendenza misericordiosa di Dio verso gli uomini e il suo desiderio di farsi loro vicino.
Nel corso della storia della Chiesa, si è studiata la relazione che intercorre tra l’Autore divino e gli autori umani dei testi sacri. Per diversi secoli, molti teologi si sono preoccupati di difendere l’ispirazione divina della Sacra Scrittura, quasi considerando gli autori umani solo come strumenti passivi dello Spirito Santo. In tempi più recenti, la riflessione ha rivalutato il contributo degli agiografi nella stesura dei testi sacri, al punto che il documento conciliare parla di Dio come «autore» principale della Sacra Scrittura, ma chiama anche gli agiografi «veri autori» dei libri sacri (cfr DV, 11). Come osservava un acuto esegeta del secolo scorso, «abbassare l’operazione umana a quella di un semplice amanuense non è glorificare l’operazione divina». [1] Dio non mortifica mai l’essere umano e le sue potenzialità!
Se dunque la Scrittura è parola di Dio in parole umane, qualsiasi approccio ad essa che trascuri o neghi una di queste due dimensioni risulta parziale. Ne consegue che una corretta interpretazione dei testi sacri non può prescindere dall’ambiente storico in cui essi sono maturati e dalle forme letterarie utilizzate; anzi, la rinuncia allo studio delle parole umane di cui Dio si è servito rischia di sfociare in letture fondamentaliste o spiritualiste della Scrittura, che ne tradiscono il significato. Questo principio vale anche per l’annuncio della Parola di Dio: se esso perde contatto con la realtà, con le speranze e le sofferenze degli uomini, se utilizza un linguaggio incomprensibile, poco comunicativo o anacronistico, esso risulta inefficace. In ogni epoca la Chiesa è chiamata a riproporre la Parola di Dio con un linguaggio capace di incarnarsi nella storia e di raggiungere i cuori. Come ricordava Papa Francesco, «ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo, spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale». [2]
Altrettanto riduttiva, d’altra parte, è una lettura della Scrittura che ne trascuri l’origine divina, e finisca per intenderla come un mero insegnamento umano, come qualcosa da studiare semplicemente dal punto di vista tecnico oppure come «un testo solo del passato». [3] Piuttosto, soprattutto quando proclamata nel contesto della liturgia, la Scrittura intende parlare ai credenti di oggi, toccare la loro vita presente con le sue problematiche, illuminare i passi da compiere e le decisioni da assumere. Questo diventa possibile soltanto quando il credente legge e interpreta i testi sacri sotto la guida dello stesso Spirito che li ha ispirati (cfr DV, 12).
In tal senso, la Scrittura serve ad alimentare la vita e la carità dei credenti, come ricorda Sant’Agostino: «Chiunque crede di aver capito le divine Scritture […], se mediante tale comprensione non riesce a innalzare l’edificio di questa duplice carità, di Dio e del prossimo, non le ha ancora capite». [4] L’origine divina della Scrittura ricorda anche che il Vangelo, affidato alla testimonianza dei battezzati, pur abbracciando tutte le dimensioni della vita e della realtà, le trascende: esso non si può ridurre a mero messaggio filantropico o sociale, ma è l’annuncio gioioso della vita piena ed eterna, che Dio ci ha donato in Gesù.
Cari fratelli e sorelle, ringraziamo il Signore perché, nella sua bontà, non fa mancare alla nostra vita il nutrimento essenziale della sua Parola e preghiamo affinché le nostre parole, e ancor di più la nostra vita, non oscurino l’amore di Dio che in esse è narrato.
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