Testimoni del nostro tempo |
La "debolezza" di Chiara
22 Gennaio 2020
22 gennaio 1920 – 22 gennaio 2020. Siamo al centenario di Chiara Lubich!
La ricordo con questo breve scritto che pubblicai anni fa sulla rivista dei Carmelitani: Quello sguardo di Chiara Lubich, “Rivista di vita spirituale”, 62 (2008), p. 731-733.
Quando il preside del Claretianum, nella riunione del consiglio accademico, mi affidò il compito di tessere la laudatio per il Dottorato honoris causa che sarebbe stato conferito a Chiara Lubich, provai un profondo senso di gioia. Avrei potuto esprimere pubblicamente il mio grazie a Chiara per tutto quello che aveva donato alla vita consacrata e a me personalmente. Speravo fosse una sorpresa e pregustavo il momento in cui, salito sul podio, davanti a lei avrei motivato il conferimento della laurea illustrando la profondità della sua dottrina e la novità della sua opera di fondatrice.
Pochi giorni prima si ammalò improvvisamente, gravemente, e partì per l’estero per le cure necessarie. Il 25 ottobre 2004 venne una delle sue prime compagne a ritirare il dottorato e a leggere la lezione magistrale che lei aveva preparato. Esposi la mia laudatio nella fiducia che Chiara avrebbe almeno visto il video, ma era diverso, lei non c’era.
Una malattia misteriosa quella di Chiara, che la tenne lontano dai suoi per più di due anni. Anche quando tornò nella sua casa a Rocca di Papa, per lungo tempo non la si poteva visitare. Cos’era questa malattia, perché così prolungata, cosa stava vivendo?
Un giorno, nel maggio del 2007, una felice coincidenza mi porta al Policlinico Gemelli di Roma dove Chiara è ricoverata per dei controlli. Mi intrattengo nella sala d’aspetto conversando con la sua segretaria, fino a quando vengono a chiamarmi: avrei potuto darle un breve saluto. Entro nella stanza. Lei è seduta su una poltrona. È lei, la Chiara di sempre. Mi saluta con un filo di voce e un tocco di umore: “Ecco Padre Fabio che va in giro per il mondo!”. Sì, sono da poco tornato da Cuba e lei lo sa, mi segue sempre. Le porto il saluto di un religioso brasiliano che ho appena sentito a telefono e lei mi precede indovinando il nome: presentissima come sempre! Sì, è la Chiara di sempre.
Ma come è diversa. Il volto smagrito ingigantisce gli occhi belli, mai così grandi. La pettinatura è dimessa. Al naso la sonda che la alimenta. La parola non è nitida… Ma c’è qualcos’altro che me la fa apparire diversa. Forse lo sguardo. Sì, lo sguardo. È come se tradisse insicurezza, smarrimento. Mentre mi parla di tratto in tratto cerca con gli occhi le due compagne che la vegliano quasi per trovare un sostegno nella conversazione con me, pur così breve.
Dov’è la Chiara energica e sicura che ho conosciuto da sempre? Per anni, assieme al gruppo di studio “Scuola Abbà”, ho avuto modo di incontrarla regolarmente, ogni quindici giorni. L’ho frequentata dal 1973 e mi sono sentivo sempre particolarmente prediletto (forse tutti quelli che l’hanno incontrata hanno avuto la stessa impressione…). Ha sempre incoraggiato tutti, sostenuto tutti, guidato la sua opera così vasta e complessa con sicurezza e braccio forte. E adesso… Dov’è la Chiara che manda in delirio migliaia di giovani negli stati, nei palazzi dello sport? La Chiara che parla davanti al Papa in piazza san Pietro a Roma, che gli conduce in udienza centinaia di vescovi? La Chiara che incontra politici e capi di stato, che riceve cittadinanze, che gira il mondo, di continente in continente, che dialoga con leader religiosi, che abbraccia le folle?
Ho davanti una persona ormai anziana, debilitata da una lunga malattia, in uno stato di fragilità che non avrei immaginato. Eppure, stranamente, esco da quella stanza d’ospedale con una gioia indicibile, catturato da quegli occhi che dicono soltanto amore; altro non hanno mai saputo dire. E subito mi tornano in cuore alcune righe di una sua lettera, scritta tanti anni prima, nel 1944, ad una persona ammalata:
«Gesù ha convertito il mondo colla parola, coll'esempio, colla predicazione; ma l'ha trasformato colla prova dell'Amore: la Croce.
Lassù per due ore e mezzo, in quello stato di tremenda angoscia e terribile dolore, attirò i cuori a sé.
Credi, (…) vale di più un minuto della tua vita in quel lettino bianco, se con gioia tu accetti il Dono di Dio che è sempre: dolore, che tutta l'attività d'un predicatore che parla e parla e poco ama Iddio».
L’avevo letta questa pagina, tante volte, meditata, spiegata nelle mie lezioni. Ora la vedo attuata da Gesù in Chiara, da Chiara fatta Gesù, da Gesù fatto Chiara. E mi domando: quando questa donna carismatica ha dato davvero vita nella Chiesa alla grande e nuova opera dei Focolari? Quando appariva “vincente” e, piena di energie, dava orientamenti sicuri al suo movimento, lo indirizzava saldo nel suo sviluppo nei cinque continenti? O non adesso che non può più dirigere e organizzare, che non può scrivere e donare i suoi temi, rispondere alle domande…? Comprendo in maniera nuova la più bella parabola evangelica: in questo momento Chiara è il chicco di grano che sta cadendo in terra e muore per portare molto frutto. È così che avviene la generazione della vita.
Ne ho avvertito forte la conferma il giorno del suo funerale, nella basilica di san Paolo fuori le mura. Al termine della celebrazione, contro ogni protocollo, assieme a tanti altri sacerdoti ho potuto inginocchiarmi a baciare la bara. L’ho poi accompagnata, inaspettatamente, con il piccolo corteo, lungo la basilica, nel chiostro, all’esterno, fino alla macchina che l’attendeva. Ho potuto così attraversare la folla che piangeva e gioiva in una festa d’esultanza. Il corteo procedeva lento, si arrestava, pochi passi e si arrestava di nuovo, dandomi il tempo per salutare tutti.
Ed ecco la sorpresa: mi sono accorto di quante persone conoscevo, tra quelle migliaia che riempivano la basilica e la assiepavano al di fuori. Ho stretto tante mani, ho ricambiato tanti saluti. Persone non soltanto conosciute, ma con le quali mi sentivo legato da un affetto sincero. E quelle che non conoscevo mi conoscevano e mi salutavano, chiamandomi per nome, come uno della famiglia. Era il popolo di Chiara. Era come se vedessi Chiara moltiplicata nella sua gente: sul volto di ognuno il volto di Chiara. Ecco il chicco di grano caduto in terra e morto che porta il suo frutto, mi son detto, ed ecco davanti a me la spiga piena.
Fabio Ciardi
Chiara Lubich e Madre Teresa
Nell’intervista rilasciata subito dopo la partenza di Madre Teresa per il Cielo, Chiara Lubich ripercorre le tappe salienti della loro profonda amicizia, evidenziando tra l’altro il “genio femminile” di Madre Teresa nel compimento della missione affidatale da Dio nella Chiesa.
Speaker: Due donne in dialogo: Madre Teresa e Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari.
Risale al 1978 il loro primo colloquio. Poi, negli anni, altri incontri e un intenso scambio di corrispondenza.
Il dialogo tra le due donne oggi più in vista nella Chiesa cattolica era profondo, centrato sulla comune scelta di Dio, realizzata nel concreto in opere dalle caratteristiche diverse.
Ma che cosa di Madre Teresa è rimasto più impresso in Chiara Lubich? La ascoltiamo al microfono di Adriana Masotti.
Chiara: Ricordo che la prima volta mi ha impressionato la sua determinazione. Si vedeva una creatura che vuole andare fino in fondo nella missione che Dio le ha dato. Un'altra cosa che mi ha colpita altre volte è stata la sua semplicità, la sua unione con Dio costante. E anche mi ha colpito molto, specie adesso, in questi ultimi giorni, la sua eroicità quotidiana.
Adriana Masotti: C’è un ricordo particolare di Madre Teresa che ci vuol raccontare?
Chiara: Il ricordo forse più bello è stato proprio l’ultimo incontro; è stato appunto a New York. Era ammalata, a letto, aveva un grande mal di schiena; e lì è stata una cosa meravigliosa, perché mi hanno dato qualche momento ed invece sono rimasta 20 minuti, ed è stato, il canto del Magnificat, vorrei dire, di Madre Teresa, perché lei mi ha raccontato un po’ tutta la sua Opera, i 50 mila moribondi, che sono arrivati, secondo lei, in paradiso, e poi il suo voto che lei ha fatto di aiutare i più poveri dei poveri. Lei mi teneva per le mani, era ardentissima, era contentissima, era felicissima. E alla fine ci siamo abbracciate e così l’ho lasciata.
Adriana Masotti: Madre Teresa e Chiara Lubich: due fondatrici di opere in primo piano nell’attuale panorama della Chiesa. Che cosa c’era al centro del dialogo tra due personalità così?
Chiara: E' così: lei, già la prima volta, ha voluto sapere qualcosa del nostro Movimento. Io le ho raccontato pochissime parole e lei mi ha risposto: “Ciò che tu fai io non lo posso fare. Ciò che io faccio tu non lo puoi fare”. E poi, sempre sempre ripeteva, quando ci incontravamo, questa frase. Eravamo tutte e due incaricate di qualcosa da parte Dio perciò ci capivamo molto bene. Lei mi scriveva spesso e il suo concetto era sempre questo: “Chiara, fatti santa perché Dio è santo”. Perciò io ho l’impressione che deve essere stata questa la sua tensione continua.
Adriana Masotti: Il mondo di oggi avverte un particolare bisogno di punti di riferimento. Perché, secondo lei, Madre Teresa è riuscita a catalizzare tanta stima, tanta simpatia e non solo da parte dei credenti, ma anche da parte di atei e di indifferenti?
Chiara: Ma io penso che la cosa principale in Madre Teresa sia la presenza di Dio dentro di lei. Lei non lo ha mai tradito, lo ha sempre testimoniato. Lei ha manifestato sempre la sua unione con la Chiesa di Cristo. E lei non è mai stata di mezze misure. Ma ciò che attira, soprattutto la gioventù, è questo eroismo che lei ha mostrato nella sua vita, perché lei dal Vangelo ha preso proprio la parte di Gesù, che fa, vorrei dire, tutte le guarigioni, che risuscita dei morti ... E come Gesù con i miracoli, diciamo, con le guarigioni, ha testimoniato la sua divinità, Madre Teresa con le sue grandi cose eroiche ha testimoniato, e le sue figliole continueranno a testimoniare la divinità di quell'Opera.
Adriana Masotti: Madre Teresa veniva chiamata da tutti “la Madre”. Secondo lei Madre Teresa ha realizzato quello che il Papa definisce “genio femminile” nel portare avanti la sua Opera?
Chiara: Senz’altro, perché, secondo me, il genio femminile sta proprio qui: in ciò che aveva Maria di caratteristico. Lei non era tanto investita da un ministero, ecc., era investita dall’amore, dalla carità, che è il più grande dono, il più grande che viene dal cielo. E così Madre Teresa.
http://www.centrochiaralubich.org/it/documenti/scritti/4-scritto-it/2153-mmadre-teresa-di-calcutta-e-chiara-lubich-due-donne-in-dialogo.html
Madre Teresa di Calcutta sarà canonizzata il prossimo settembre 2016, nell'ambito del Giubileo straordinario. Lo riporta l’agenzia di stampa Agi, indicando come possibile data il lunedì 5 settembre, memoria liturgica della Beata, fondatrice delle Missionarie della Carità, e 19° anniversario della sua scomparsa. Secondo Vatican Insider, tuttavia, "è molto più probabile che la canonizzazione avvenga il giorno precedente, cioè domenica 4 settembre".
Come riporta il medesimo sito, "per arrivare a ufficializzare la canonizzazione sono però necessari ancora dei passi". "Il presunto miracolo attribuito all'intercessione della Beata albanese sarà preso in esame dai cardinali e vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi il mese prossimo", si legge. "Anche se quello dei porporati non è un esame di merito - quello viene svolto dalla Consulta medica del Dicastero ed è già avvenuto con esito positivo - sono sempre possibili richieste di approfondimenti che possono far slittare i tempi del processo. Una volta che i cardinali e vescovi della Congregazione si sono pronunciati, la decisione viene presentata dal cardinale Prefetto al Papa, il quale approva il miracolo e quindi comunica la data della cerimonia al concistoro dei cardinali".
Il miracolo che potrebbe far elevare Madre Teresa sugli onori degli altari è la guarigione inspiegabile di un uomo brasiliano, della diocesi di Santos, all’ultimo stadio di un tumore maligno al cervello, avvenuta dopo che il malato aveva pregato intensamente Madre Teresa. Dalle Tac è improvvisamente scomparso il cancro che si era ormai esteso a un’ampia porzione del cervello.
Madre Teresa, al secolo Anjëzë Gonxhe Bojaxhiu, era nata a Skopje, capitale dell'attuale Macedonia, il 26 agosto 1910. Fondò la Congregazione delle Missionarie della Carità e più tardi dei Fratelli Missionari della Carità. Per la sua opera di apostolato tra i poveri e i malati divenne presto simbolo di amore e carità. Tanto che il riconoscimento delle virtù eroiche e dei miracoli si aprì a meno di due anni dalla sua morte - avvenuta a Calcutta il 5 settembre 1997 - a causa della diffusa fama di santità. La cerimonia della sua beatificazione avvenne in piazza San Pietro il 19 ottobre 2003 presieduta da Giovanni Paolo II, legato alla religiosa da una profonda amicizia.
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Messaggio Cristiano "Magnifica humanitas":
SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026
Cari fratelli e sorelle,
oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.
Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).
E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).
Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.
Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.
Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).
È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).
È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.
Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).
Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).
Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).
L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità
Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.
Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.
Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)
La presentazione del card. Parolin:
“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.
Leone XIV
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