Cronaca Bianca |
"È nella famiglia che si sperimenta la gioia del perdono!"
Papa Francesco celebra il Giubileo delle Famiglie, paragonando il loro pellegrinaggio verso la Porta Santa al cammino di Maria, Giuseppe e Gesù verso il Tempio di Gerusalemme
Un evento che corona un anno vissuto da papa Francesco in stretta simbiosi con le famiglie di tutto il mondo: decine di Udienze Generali dedicate alle problematiche della famiglia di oggi alla luce del Vangelo; in settembre l’Incontro Mondiale delle Famiglie a Philadelphia; in ottobre, infine, l’Assemblea Sinodale Ordinaria dei Vescovi sul medesimo tema.
Stamattina è stata la volta della Festa della Sacra Famiglia, che il Pontefice ha voluto far coincidere con il Giubileo delle Famiglie, dando vita, così, al primo grande appuntamento nell’Anno Santo della Misericordia.
Durante la messa celebrata nella basilica di San Pietro, il Papa ha posto subito una similitudine tra le famiglie giunte pellegrine a Roma e quelle menzionate nelle letture odierne: Elkana e Anna che portano il figlio Samuele al Tempio di Silo e lo consacrano al Signore (cfr 1 Sam1,20-22.24-28); Giuseppe e Maria che conducono Gesù al Tempio di Gerusalemme per la Pasqua (cfr Lc 2,41-52).
In questi giorni, migliaia di famiglie si mettono in cammino per il passaggio della Porta Santa nelle cattedrali e nei santuari di tutto il mondo. “Papà, mamma e figli, insieme, si recano alla casa del Signore per santificare la festa con la preghiera - ha commentato il Santo Padre -. È un insegnamento importante che viene offerto anche alle nostre famiglie”.
È confortante sapere, ha aggiunto, che Maria e Giuseppe insegnarono a Gesù a “recitare le preghiere” e che “durante la giornata pregavano insieme”, andando poi il sabato in Sinagoga per “lodare il Signore con tutto il popolo”.
Oggi, ha proseguito Francesco, vi sono famiglie che si ritrovano a “camminare insieme” con “una stessa meta da raggiungere”. Un cammino lungo il quale “incontriamo difficoltà ma anche momenti di gioia e di consolazione”, condividendo anche “il momento della preghiera”.
Non c’è nulla di più bello, ha detto il Pontefice, per un padre o una madre del “benedire i propri figli all’inizio della giornata e alla sua conclusione”, tracciando sulla loro fronte “il segno della croce come nel giorno del Battesimo”. I figli vengono così affidati dai genitori al Signore, “perché sia Lui la loro protezione e il sostegno nei vari momenti della giornata”.
La preghiera prima dei pasti, con il relativo ringraziamento al Signore e la condivisione del cibo con chi è più nel bisogno, “sono tutti piccoli gesti, che tuttavia esprimono il grande ruolo formativo che la famiglia possiede”, ha commentato il Papa.
Il Vangelo descrive poi il ritorno a Nazareth della Sacra Famiglia, con Gesù sottomesso ai suoi genitori (cfr. Lc 2,51): “Anche questa immagine contiene un bell’insegnamento per le nostre famiglie”, ha sottolineato il Pontefice.
“Il pellegrinaggio, infatti - ha aggiunto - non finisce quando si è raggiunta la meta del santuario, ma quando si torna a casa e si riprende la vita di tutti i giorni, mettendo in atto i frutti spirituali dell’esperienza vissuta”.
Quanto alla “scappatella” di Gesù, che, per parlare con i dottori del Tempio, smarrisce i suoi genitori, probabilmente anche lui “dovette chiedere scusa”, ha commentato il Santo Padre, sebbene il Vangelo non lo dica esplicitamente.
“La domanda di Maria, d’altronde, manifesta un certo rimprovero, rendendo evidente la preoccupazione e l’angoscia sua e di Giuseppe”, tuttavia, un volta a casa, “Gesù si è stretto certamente a loro, per dimostrare tutto il suo affetto e la sua obbedienza”.
Francesco ha quindi auspicato che “nell’Anno della Misericordia, ogni famiglia cristiana possa diventare luogo privilegiato in cui si sperimenta la gioia del perdono”, poiché “il perdono è l’essenza dell’amore che sa comprendere lo sbaglio e porvi rimedio. Poveri noi se Dio non ci perdonasse!”.
È proprio “all’interno della famiglia che ci si educa al perdono, perché si ha la certezza di essere capiti e sostenuti nonostante gli sbagli che si possono compiere”.
In conclusione, papa Francesco ha esortato a non perdere “la fiducia nella famiglia”, aprendo sempre “il cuore gli uni agli altri, senza nascondere nulla”: si tratta di una vera e propria missione “di cui il mondo e la Chiesa hanno più che mai bisogno”, ha poi concluso.

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Le Letture bibliche che abbiamo ascoltato ci hanno presentato l’immagine di due famiglie che compiono il loro pellegrinaggio verso la casa di Dio. Elkana e Anna portano il figlio Samuele al tempio di Silo e lo consacrano al Signore (cfr 1 Sam 1,20-22.24-28). Alla stessa stregua, Giuseppe e Maria, per la festa di pasqua, si fanno pellegrini a Gerusalemme insieme con Gesù (cfr Lc 2,41-52).
Spesso abbiamo sotto gli occhi i pellegrini che si recano ai santuari e ai luoghi cari della pietà popolare. In questi giorni, tanti si sono messi in cammino per raggiungere la Porta Santa aperta in tutte le cattedrali del mondo e anche in tanti santuari. Ma la cosa più bella posta oggi in risalto dalla Parola di Dio è che tutta la famiglia compie il pellegrinaggio. Papà, mamma e figli, insieme, si recano alla casa del Signore per santificare la festa con la preghiera. E’ un insegnamento importante che viene offerto anche alle nostre famiglie. Anzi, possiamo dire che la vita della famiglia è un insieme di piccoli e grandi pellegrinaggi.
Ad esempio, quanto ci fa bene pensare che Maria e Giuseppe hanno insegnato a Gesù a recitare le preghiere! E questo è un pellegrinaggio, il pellegrinaggio dell’educazione alla preghiera. E anche ci fa bene sapere che durante la giornata pregavano insieme; e che poi il sabato andavano insieme alla sinagoga per ascoltare le Scritture della Legge e dei Profeti e lodare il Signore con tutto il popolo. E certamente durante il pellegrinaggio verso Gerusalemme hanno pregato cantando con le parole del Salmo: «Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore!”. Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme!» (122,1-2).
Come è importante per le nostre famiglie camminare insieme e avere una stessa meta da raggiungere! Sappiamo che abbiamo un percorso comune da compiere; una strada dove incontriamo difficoltà ma anche momenti di gioia e di consolazione. In questo pellegrinaggio della vita condividiamo anche il momento della preghiera. Cosa può esserci di più bello per un papà e una mamma di benedire i propri figli all’inizio della giornata e alla sua conclusione. Tracciare sulla loro fronte il segno della croce come nel giorno del Battesimo. Non è forse questa la preghiera più semplice dei genitori nei confronti dei loro figli? Benedirli, cioè affidarli al Signore, come hanno fatto Elkana e Anna, Giuseppe e Maria, perché sia Lui la loro protezione e il sostegno nei vari momenti della giornata. Come è importante per la famiglia ritrovarsi anche in un breve momento di preghiera prima di prendere insieme i pasti, per ringraziare il Signore di questi doni, e per imparare a condividere quanto si è ricevuto con chi è maggiormente nel bisogno. Sono tutti piccoli gesti, che tuttavia esprimono il grande ruolo formativo che la famiglia possiede nel pellegrinaggio di tutti i giorni.
Al termine di quel pellegrinaggio, Gesù tornò a Nazareth ed era sottomesso ai suoi genitori (cfr Lc 2,51). Anche questa immagine contiene un bell’insegnamento per le nostre famiglie. Il pellegrinaggio, infatti, non finisce quando si è raggiunta la meta del santuario, ma quando si torna a casa e si riprende la vita di tutti i giorni, mettendo in atto i frutti spirituali dell’esperienza vissuta. Conosciamo che cosa Gesù aveva fatto quella volta. Invece di tornare a casa con i suoi, si era fermato a Gerusalemme nel Tempio, provocando una grande pena a Maria e Giuseppe che non lo trovavano più. Per questa sua “scappatella”, probabilmente anche Gesù dovette chiedere scusa ai suoi genitori. Il Vangelo non lo dice, ma credo che possiamo supporlo. La domanda di Maria, d’altronde, manifesta un certo rimprovero, rendendo evidente la preoccupazione e l’angoscia sua e di Giuseppe. Tornando a casa, Gesù si è stretto certamente a loro, per dimostrare tutto il suo affetto e la sua obbedienza. Fanno parte del pellegrinaggio della famiglia anche questi momenti che con il Signore si trasformano in opportunità di crescita, in occasione di chiedere perdono e di riceverlo, di dimostrare l’amore e l’obbedienza.
Nell’Anno della Misericordia, ogni famiglia cristiana possa diventare luogo privilegiato di questo pellegrinaggio in cui si sperimenta la gioia del perdono. Il perdono è l’essenza dell’amore che sa comprendere lo sbaglio e porvi rimedio. Poveri noi se Dio non ci perdonasse! E’ all’interno della famiglia che ci si educa al perdono, perché si ha la certezza di essere capiti e sostenuti nonostante gli sbagli che si possono compiere.
Non perdiamo la fiducia nella famiglia! E’ bello aprire sempre il cuore gli uni agli altri, senza nascondere nulla. Dove c’è amore, lì c’è anche comprensione e perdono. Affido a tutte voi, care famiglie, questo pellegrinaggio domestico di tutti i giorni, questa missione così importante, di cui il mondo e la Chiesa hanno più che mai bisogno.
Luigi e Zelia Martin Santi
Lunghe distese di campagna ci accompagnano da Alençon a Séez, una tipica cartolina della Normandia fa da cornice. Stiamo entrando nella cittadina che come uno scrigno custodisce la storica cattedrale e la basilica dedicata all’Immacolata Concezione, un luogo che Luigi e Zelia Martin conoscevano bene, meta di tanti pellegrinaggi. E oggi quest’aria ha un profumo tutto speciale. Non un giorno come gli altri. Una data che resterà importante in quel lungo cammino di santità che Luigi e Zelia hanno intrapreso dal giorno delle nozze: Papa Francesco ha accolto in udienza privata il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione della Causa dei Santi ed ha firmato il decreto con il quale si riconosce il secondo miracolo per intercessione dei Martin e autorizza la canonizzazione dei beati genitori di S. Teresa.
In viaggio sulle orme dei Beati, un pellegrino non potrebbe ricevere notizia più bella. Una gioia che abbiamo avuto l’onore di condividere con mons. Jacques Habert vescovo di Séez dal 2011. Ricevuti presso la sede episcopale, abbiamo raccolto le prime impressioni del Pastore della Diocesi francese: «Il primo pensiero va a Carmen, la vivace Carmen, (la bambina guarita per intercessione di Luigi e Zelia, ndr) che ho incontrato non molto tempo fa in Spagna. Questo miracolo è una parola di speranza per tanti che cercano la guarigione, per tutte le famiglie afflitte dalla malattia». «Questo annuncio mi riempie di gioia – ha detto il prelato – rappresenta una grazia e una responsabilità davanti al mondo». In una Chiesa locale in cui la crisi vocazionale pesa fortemente, i segni della Provvidenza non sono mancati «come l’arrivo di padre Jean-Marie Simar – ha raccontato mons. Habert – religioso della Congregazione Famiglia di Maria, primo Rettore del Santuario di Alençon». Per la Diocesi di Séez la sfida è duplice: da un lato diffondere la conoscenza della famiglia Martin, dall’altra promuovere Alençon come oasi di spiritualità, luogo in cui Luigi e Zelia hanno vissuto la vita familiare e coniugale in senso pieno. A Lisieux, Luigi andrà da vedovo e dovrà occuparsi dell’educazione delle figlie. «L’équipe del Santuario è consapevole ed è pronta per accettare questo impegno. Lisieux e Alençon sono in piena sinergia per prepararsi alla canonizzazione. È stato istituito un unico comitato, che si articola in diverse commissioni: famiglia, giovani, liturgia, pellegrinaggi; in ciascuna di esse i rappresentanti delle due diocesi lavoreranno fianco a fianco.
«Considerando il periodo storico – aggiunge mons. Habert – le differenze sono evidenti, ma vi sono dei tratti comuni. Innanzitutto, la fiducia nel Signore, che ha permesso loro di superare le prove della vita e le inevitabili difficoltà. L’impegno per i poveri, in un contesto sociale che non conosceva forme di assistenza pubblica».
Zelia e Luigi hanno scoperto il matrimonio vivendolo: questo il messaggio che chiude il nostro colloquio a Séez, indirizzato a tutte le coppie di sposi. È possibile scommettere ancora oggi sul matrimonio. È questo il miracolo dell’amore.

Da Alençon a Lisieux. Cronaca dell’ultimo giorno del nostro viaggio in Normandia. A colloquio con padre Olivier Ruffray il giorno dopo la notizia della firma di papa Francesco al miracolo per la canonizzazione di Luigi e Zelia Martin.
di Giovanna Abbagnara
L’ultima tappa del viaggio che ci ha spinti nella terra dei Martin, ci conduce da Alençon a Lisieux. Percorriamo gli 80 km che separano le due cittadine, di corsa. Siamo in ritardo e il rettore del Santuario di Lisieux, padre Olivier Ruffray, ci attende per le 09.30. Durante il viaggio è naturale pensare a Luigi, al giorno in cui per amore delle figlie, con la morte nel cuore, ha dovuto lasciare Alençon e la casa condivisa con la sua sposa, per trasferirsi con le figlie a Lisieux. Nella valigia, non solo il ricordo di una grande storia d’amore ma la certezza di vivere in collocazione provvisoria. Un giorno, dopo aver accompagnato ogni figlia al matrimonio con lo sposo più bello, Gesù, avrebbe percorso l’ultimo tratto, il passaggio dalla morte alla vita eterna, verso la sua amata Zelia.
Intanto c’era un’altra quotidianità familiare da vivere ai Buissonnets. Quella che lo vede armonizzare la fortezza di un padre e la dolcezza di una madre. La fermezza di un uomo che non ha potuto conservare niente per sé ma ha dovuto lasciare tutto davanti all’altare dell’offerta: non solo la sposa amica che ha amato per la vita ma una ad una tutte le sue figlie. La vita di quest’uomo è certamente una parabola di fiducia e di obbedienza a Dio che ci lascia attoniti e commossi.
Nel rettorato di Lisieux, c’è ancora l’aria incandescente e frizzante che la firma di papa Francesco al riconoscimento del miracolo dei Martin, ha portato con sé. Padre Oliver conferma che la notizia lo ha trovato molto stupito. “Si attendeva la firma ma nessuno sapeva quando. Poi ieri mi ha telefonato un giornalista di Radio Vaticana per chiedermi un parere al riguardo ed io sorpreso e felice, ho cominciato a capire che era avvenuto qualcosa di importante”. Gli occhi lucidi, lo sguardo penetrante. Mi piace pensare che forse alla notizia della firma si sia recato di corsa al Carmelo che confina con la sede del Rettorato per rivolgere a Teresa, che serena riposa tra le mura del monastero, un sorriso di gioia. Ora forse l’instancabile giovane monaca, che aveva promesso di passare il suo cielo a fare del bene sulla terra, avrebbe avuto degli alleati in più, i suo santi genitori.
Padre Olivier ci ricorda subito il motivo di tanta gioia. Il miracolo riconosciuto da papa Francesco porta il nome di una bambina spagnola nata prematura e con gravi problemi. I medici riscontrarono alla neonata subito dopo la nascita, un’emorragia cerebrale di quarto grado che dava poche speranze per un avvenire normale, qualora la piccola fosse sopravvissuta. Consigliate dalle monache di un Carmelo vicino alla città, alle quali la famiglia si era rivolta per invocare Teresa d’Avila poiché Carmen era nata il 15 ottobre, tutta la famiglia, nonni e fratellino compresi, invocarono non solo la salvezza da morte, ma pure la guarigione completa della bimba attraverso una novena ai beati genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino. “Da pochi mesi sono stato a Valencia” dice padre Olivier “e nella mia mente custodisco l’immagine bellissima di questa bambina che balla davanti alla cattedrale”. “Non solo Carmen sta benissimo ma è anche una bambina molto intelligente cresciuta con la coscienza che Dio le ha riservato una grazia particolare”, aggiunge ancora il rettore e ricordando un episodio divertente ma emblematico della piccola guarita, ha detto: “I genitori di Carmen mi hanno detto che la bambina desidera conoscere il medico che le ha salvato la vita su questa terra. Esprimendo di avere già chiaro che su di lei, solo Dio poteva operare”.
Dopo questo scorcio meraviglioso di ricordi e immagini circa il miracolo, la nostra curiosità si mette in moto e chiediamo al rettore quali sono adesso i passi da fare. “Abbiamo formato una commissione unica tra la Diocesi di Séez e quella di Bayeux, tra il rettorato di Lisieux e quello di Alançon per cercare insieme le forme più opportune per canalizzare adeguatamente questo fiume di grazia per le famiglie del mondo che la canonizzazione dei Martin reca con sé”.
Ci congediamo dal rettore non prima di aver sostato per un momento davanti all’urna di Luigi e Zelia. Quella che gira il mondo intero e porta un messaggio di speranza e un’iniezione di fiducia a tutte le famiglie. È tempo di recarci anche noi da Teresa. Ma il racconto si conclude qui, sulla soglia dell’ingresso al Carmelo. Non è tempo più di dedicarci alla cronaca del nostro viaggio. Ora è tempo di dare la mano a Teresa e di vivere il nostro kairos.
Per approfondire
http://www.acidigital.com/noticias/canonizacao-dos-pais-de-santa-teresinha-do-menino-jesus-sera-no-mes-do-sinodo-da-familia-76389/
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Messaggio Cristiano "Magnifica humanitas":
SANTA MESSA E BENEDIZIONE DEI PALLI PER I NUOVI ARCIVESCOVI METROPOLITI
NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO
Omelia del SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
Lunedì, 29 giugno 2026
Cari fratelli e sorelle,
oggi, in un’unica Solennità, ricordiamo i Santi Pietro e Paolo, Patroni della Città e della Diocesi di Roma: l’uno scelto da Gesù come pastore del suo gregge e l’altro eletto come apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa.
Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli. È lui che, sul lago di Galilea, dopo una notte di lavoro apparentemente inutile, dice al Maestro: «Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5), e riprende il largo portando anche gli altri con sé. È ancora lui che, mentre molti si allontanano dal Signore dopo il duro discorso sul Pane di vita, dice al Messia: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68), e rimane, insieme agli altri undici. È sempre lui che a Cesarea riconosce in Gesù il Figlio di Dio e si fa voce di tutti nella professione dell’unica fede, come abbiamo sentito nel Vangelo (cfr Mt 16,13-19). Anche dopo la Risurrezione, sulle rive del lago, è il primo a raggiungere il Cristo, gettandosi in acqua e precedendo gli altri, a nuoto, per rinnovare umilmente il suo amore e ricevere la conferma della sua missione (cfr Gv 21,1-17).
E a tale missione Pietro rimane fedele, anche quando, ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: «Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro» (At 15,11).
Questa grandezza d’animo non vuol dire che Pietro sia perfetto. Durante la Passione rinnega il Maestro, per poi piangere sincere lacrime di pentimento (Lc 22,54-62); e Paolo stesso, in circostanze diverse, gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti (cfr Gal 2,11-14). Sa però riconoscere i propri sbagli e ravvedersi, senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo.
Questa fedele e paziente sollecitudine per l’unità è ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo (cfr Mt 16,19). Una chiave infatti non abbatte le porte, ma le apre e le chiude, ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita.
Potremmo leggere in questa prospettiva il compito affidato dal Signore a Pietro e ai suoi Successori, a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito (cfr 1Cor 12,1-11), cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità. L’esempio di Pietro, però, è un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni (cfr Francesco, Catechesi, 9 ottobre 2024), per vivere con loro nella carità e così «portare a compimento l’annuncio del Vangelo» (cfr 2Tm 4,17).
È questo anche l’insegnamento di Paolo, l’altro grande Apostolo che oggi celebriamo, annunciatore instancabile della Buona Notizia. Anche lui ha dei simboli distintivi: il libro e la spada, strettamente uniti tra loro. Lo spiega bene l’autore della Lettera agli Ebrei, che scrive: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio», capace di penetrare «fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito» e di discernere «i sentimenti e i pensieri del cuore» (cfr Eb 4,12).
È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo (cfr Fil 3,12) e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita. L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore.
Sant’Agostino, commentando la sua conversione e la sua missione, diceva: «Mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste (cfr At 9,1-7), cioè dal Verbo che lo chiamava» (Sermo 299/A augm., 6). E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui» (ibid.).
Carissimi, per noi è importante, oggi, guardare a questi due Santi – Pietro e Paolo – per capire come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità. È con questo spirito che ci accingiamo a vivere il rito antico e suggestivo della consegna dei pallii agli Arcivescovi Metropoliti. Queste fasce di lana bianca ornate da croci esprimono infatti l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 38).
Con questi sentimenti, ho la gioia di rivolgere il mio cordiale saluto ai membri della Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel, Metropolita di Calcedonia.
Preghiamo i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena (cfr Gv 17,21-23), la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza (cfr Benedetto XVI, Omelia nella Messa con imposizione del pallio ai nuovi Metropoliti, 29 giugno 2012).
L'enciclica di Leone XIV sull’intelligenza artificiale che parla soprattutto di dignità
Di “progresso” si parla ventidue volte, di “dignità” novantotto. È il primo dato che smonta un’attesa: Magnifica humanitas, l’enciclica di Leone XIV diffusa oggi, 25 maggio, porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo ma la nomina pochissimo. Il bigramma “intelligenza artificiale” vi ricorre 14 volte, “algoritmo” 17, “tecnica” 29; a sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: “umano” è il lemma numero uno con 200 occorrenze, “persona” segue con 158, “dignità” con 98. Già il titolo è una dichiarazione – humanitas, non la tecnica -; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di IA per parlare dell’uomo.
Una “res nova” che interroga la persona, non la tecnica
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA. L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. Ma il Papa nega che si tratti di un tema specialistico: non “un’appendice tematica”, scrive, bensì “una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della Dottrina sociale” – l’espressione più ricorrente del testo, 53 volte. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”. Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.
Il potere privato, le armi, il lavoro: la posta è sempre l’uomo
Che l’IA sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto – parola che vi ricorre 122 volte -, di cui il Papa registra una mutazione: “Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”. Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”. Poi la verità – 64 occorrenze contro una sola di “menzogna” -, “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”. Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”. E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo “persona” e “dignità”, le parole più dense del testo sono “bene comune”, “responsabilità”, “giustizia”, “lavoro”, tutte oltre la sessantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica.Magnifica humanitas è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma “che l’umanità non perda mai la propria bellezza”. (Riccardo Benotti – Agensir)
La presentazione del card. Parolin:
“L’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale è forse la sfida più profonda che ‘Magnifica Humanitas’ ci consegna”. Lo ha affermato il card. Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità, aprendo oggi. lunedì 25 maggio 2026, i lavori di presentazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano. Il cardinale ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”. Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”. Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”. La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.
Leone XIV
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